giovedì, Dicembre 2

I Castro non scompaiono Il castrismo, comunista e nazionalista, che ha fatto bene ciò che ha fatto a una Cuba che ancora può scegliere il suo futuro: ne parliamo con il giornalista e scrittore Alfredo Somoza

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Quali sono gli elementi di valore che hanno distinto la politica estera dei Castro?

Castro è stato un grande protagonista del XX secolo e pur rappresentando un Paese piccolo ha guidato i Paesi dell’ex terzo mondo, ha avuto alleanze strategiche con l’Unione Sovietica e con la Cina e soprattutto ha avuto sempre un ruolo importante nei confronti dell’America Latina. Castro è stato uno che ha travalicato i confini del proprio Paese e ha influenzato una parte della politica latino americana. Tanti presidenti degli ultimi anni sono stati castristi, Cuba ha vinto anche battaglie sul campo in Africa, in Angola per battere i razzisti sudafricani, ha lottato in Etiopia. E’ un Paese che oltre ad una politica estera ha avuto una politica di solidarietà effettiva soprattutto nei confronti dell’Africa. Negli ultimi anni i Castro sono stati gli animatori di una serie di istituzioni multilaterali latinoamericane che sono nate in questo periodo come CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños) nel 2010 e l’ALBA (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe). Quindi è un Paese che ha sempre vissuto di politica estera e che continua a fare politica estera.

Il castrismo è stata una barriera alla globalizzazione selvaggia, sostengono alcuni analisti.

Il castrismo ha fatto si che Cuba fosse uno dei pochi Paesi al mondo a rimanere fuori dalla globalizzazione perché non aveva le materie per concorrere alla globalizzazione e perché non intendeva aprire la propria economia all’investimento straniero, se non su alcuni settori circoscritti, come ad esempio il turismo. Fidel Castro è stato un grande critico della globalizzazione, le cose che diceva non sono molto diverse da quelle di altri critici che nulla centrano con il socialismo, come Papa Francesco ecc. Fidel ha fatto delle critiche anche anticipando una serie di problemi che alla fine sono emersi, però all’esterno perché Cuba ne è rimasta fuori. Cuba, prima o poi, si aprirà definitivamente e quando lo farà avrà il vantaggio di poterlo fare scegliendo e sapendo quali saranno le conseguenze delle proprie scelte. Molti Paesi hanno fatto delle scelte di apertura ad occhi chiusi e si sono ritrovate con molti problemi. Basti pensare al Messico che nel 1994 entra nell’accordo NAFTA (North American Free Trade Agreement) con gli Stati Uniti e, a distanza di 24 anni da quel momento è un Paese in guerra civile con i narcotrafficanti che hanno preso il potere, con i contadini rovinati perché non hanno retto la concorrenza. Quindi, diciamo che quando Cuba finirà di aprirsi avrà già una vasta letteratura sui guasti provocati dall’accettare senza battere ciglio le regole imposte. Cuba ancora può scegliere perché l’economia cubana è in mano allo Stato.

Secondo alcuni annalisti, il castrismo è stata una dittatura di famiglia e non un applicazione del comunismo. Quanto, dunque, di comunismo c’è nel castrismo?

Io non ritengo sia un discorso di dinastia, le dinastie familiari finiscono molto prima. Il Castrismo è stato un movimento nazionalista che si ispirava a José Martì, il poeta che guidò la lotta contro la Spagna nell’800 e vinse su premesse all’epoca di libertà e democrazia. Il castrismo fu obbligato a fare delle scelte di allineamento internazionale perché si era nel cuore della Guerra Fredda, ma la figura di Fidel è stata sicuramente insostituibile per lunghi decenni. Appena Fidel non ha più avuto la lucidità  per farlo, quindi 10 anni prima di morire, passò il potere al fratello. Ma Raúl non è semplicemente il fratello, è uno che ha fatto con lui la Rivoluzione, è stato comandante dell’Esercito, quindi non era semplicemente un ‘parente’, ha avviato la transizione con ancora Fidel in vita. Il fatto che Raúl si sia tranquillamente ritirato e abbia lasciato il potere a Miguel ci fa capire che non si tratta di una dinastia famigliare, ma di un sistema socialista che per tanti motivi continua per ora a funzionare.  

Quanto comunismo c’è nel castrismo, dunque? Tutto, con un di più, cioè la componente nazionalista. E’ un pò ciò che è mancato all’Unione Sovietica che ha avuto una forte componente nazionalista fino a Iosif Stalin, infatti, la Seconda Guerra Mondiale per i russi era la guerra di liberazione, perché erano stati invasi, quindi c’era una forte componente nazionalista. Dopo di che è diventata un’altra cosa e Vladimir Putin, che è stato funzionario del KGB (Comitato per la sicurezza dello Stato) ed è quello che proviene dal cuore del regime comunista, è fortemente nazionalista. Al contrario, il castrismo è riuscito a mettere insieme le due cose, nazionalismo e comunismo.

Quali sono gli elementi che caratterizzano il castrismo di oggi? Con l’uscita di scena della famiglia Castro, Cuba cosa perderà?

In sostanza Cuba non perderà niente se non un simbolo. In realtà il simbolo era Fidel e non Raúl, quindi quello era già andato perso due anni fa. Diciamo che questa generazione nata dopo la Rivoluzione dovrà dimostrare se è in grado di continuare con questo modello senza Fidel, soprattutto nel 2018 che è uno scenario completamente diverso da quello di 20-30 anni fa.

Qual è il futuro del castrismo sull’isola?

Non credo che continuerà ad esistere. Il castrismo è come il guevarismo, cartoline per i turisti e ricordi per i cubani più vecchi.

Cos’è cambiato con il passaggio da Fidel a Raúl? Cosa cambierà con Miguel?

Con il passaggio da Fidel a Raúl Castro è iniziata fondamentalmente la transizione economica. Io credo che Miguel non avrà grandi margini sulle riforme politiche, perché quelle rimarranno fortemente in mano a Raúl, ma dovrà dare dei segnali sul campo delle aperture economiche. Questo è il campo sul quale si giocherà la sua vera leadership; vedremo se riuscirà ad andare oltre ciò che aveva già fatto Raúl Castro.

Se tra 50 anni dovessimo raccontare il mito Cuba e il mito Fidel ad un diciottenne lei come lo racconterebbe?

Io racconterei che Fidel è stato il leader di un piccolissimo Paese che divenne uno dei simboli della Guerra Fredda, soprattutto che divenne il simbolo dei piccoli Paesi che in tutto il mondo subivano le aggressioni da Paesi più grandi, o che si sentivano discriminati. Cuba ha giocato molto su questa retorica con successo e quindi resta un pò una specie di Don Chisciotte nella storia, ovviamente al netto delle sue responsabilità politiche sui diritti civili. La figura di Fidel Castro è un pò come quella di Che Guevara con la differenza che quest’ultimo fallì nei suoi intenti e finì morto, mentre Fidel è riuscito a morire in un Paese che era ancora impostato come fece con la Rivoluzione del ’59.

Facendo un bilancio tra gli aspetti positivi e quelli negativi, il bilancio che cosa ci dice?

Dice che Cuba se dovesse tornare indietro nella storia ha fatto bene a fare ciò che ha fatto. Se torniamo indietro alla Cuba di Batista negli anni ’50, sicuramente ciò che è successo dopo, anche se avrà fatto soffrire qualcuno, ha portato benessere al Paese. Il discorso è quanto questo che sto dicendo, valido sicuramente negli anni 60-70, possa continuare ad essere valido nel 2018.

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