domenica, Giugno 13

‘I carretti della solidarietà’ sulle Apuane delle stragi nazifasciste Storie inedite di eroismo popolare e lotta partigiana nel libro di Orlando Baroncelli che ricorda gli eccidi di Forno e Stazzema e il coraggio delle donne. La ‘staffetta Lalla‘: “guai a chi vuole cancellare la Resistenza”

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“Piero Calamandrei le definì le formiche Apuane: erano donne discinte, stanche e spettinate che con l’aiuto dei loro piccoli spingevano a mano con grande fatica lungo i sentieri che valicavano il Passo della Cisa, carretti carichi di sacchetti di sale da scambiare con grano e farina di cui le zone del Parmense erano provviste….Partivano all’alba sfidando la pioggia, la neve, o il sole e il caldo a seconda delle stagioni, le incursioni aeree e le raffiche di mitra, i controlli dei nazifascisti per portare a compimento la loro missione che era quella innanzitutto di sopravvivere.”

Avvia così Orlando Baroncelli la nostra conversazione a proposito del recentissimo libro ‘I carretti della solidarietà (1943-1945) popolazione civile e resistenza apuana’ (editore Libri Liberi) uscito nel giugno scorso, un lavoro che mette insieme i tasselli di una ‘storia minore’ troppo spesso ignorata o dimenticata, ricongiungendola alla Grande Storia. E lo fa attraverso il racconto di chi ha vissuto quell’esperienza in prima persona, e che gli consente di indagare e descrivere il rapporto tra lotta per la sopravvivenza e lotta per la liberazione dalla barbarie nazifascista, tra solidarietà umana e Resistenza sui due versanti quello toscano e quello emiliano del Passo della Cisa, durante i terribili anni della Lotta di Liberazione.

Ma prima di avventurarmi insieme a lui, ed ai suoi preziosi protagonisti, lungo i tortuosi sentieri della linea gotica, sono curioso di sapere come sono state accolte le prime presentazioni del libro in questi giorni di fine agosto 2020, a Massa, e in alcuni luoghi della Versilia, sul mare. “Ho riscontrato un’attenzione particolare, anche giovanile, superiore alle mie aspettative. Sentir parlare di storie a noi così vicine nello spazio se non nel tempo, svoltesi in luoghi che conosciamo frequentiamo e che ci sono cari, suscita un particolare interesse”.
Con questo suo paziente lavoro di ritessitura umana e civile, l’autore si ricollega al suo precedente lavoro ‘Testimonianze della Resistenza Toscana’ (Premio Città di Vecchiano) basato sulla memorialistica, sul racconto dei protagonisti piccoli e grandi, ricollegando come sottolinea Pamela Giorgi, tante ‘microstorie’, che vedono protagonista la ‘gente comune’ alla Storia con la S maiuscola.

Orlando, cosa ti ha spinto a riunire tante testimonianze di quella che a torto è considerata una ‘storia minore’ in modo da formare un unico, straordinario racconto?

Innanzitutto l’appartenenza ad una famiglia che dai nonni, al massese Gino, a mia madre stessa, che la Resistenza da Savona all’Alta Versilia l’hanno fatta davvero e a quei valori sono stato educato. Pensa che quand’ero piccolo, mio nonno Pietro mi condusse lungo il sentiero di Sant’Anna di Stazzema, mostrandomi con il suo racconto come avvenne la strage nazifascista, uno degli eccidi più efferati della II guerra mondiale, durante il quale – quel 12 agosto del 1944 – furono fucilate dalle SS 560 persone, uomini, donne, bambini. Si trattò di un atto terroristico premeditato contro la popolazione civile, come accertato dalla magistratura militare italiana nel 2005. Collaborazionisti fascisti condussero i tedeschi su fino al paese, che fu accerchiato usando i lanciafiamme, e la popolazione strappata dalle proprie case, dalla canonica, dalla Chiesa e dalla scuola, fu radunata nella piazzetta e sterminata senza alcuna senza pietà. Una strage che resterà segnata per sempre nella storia della Resistenza italiana ed Europea. Ero spaventato dal suo racconto – prosegue Orlando – ma il nonno mi rassicurò: “ non temere, noi partigiani li abbiamo sconfitti i tedeschi e i fascisti. Ora noi siamo liberi e tu vivrai in un territorio libero. Ricordati di questo quando sarai grande e io non ci sarò più: che noi abbiamo lottato per la libertà, che non è venuta da sola, tanti miei amici sono morti per avere la libertà”. Parole che non ho più dimenticato. L’altro motivo che mi ha indotto ad accogliere il suggerimento dlel’ANPI, era di conoscere come la gente ha vissuto nella quotidianità quegli anni terribili, com’è nata la loro adesione alla lotta di liberazione; infine, l’esigenza di raccogliere quelle che probabilmente saranno le ultime testimonianze dirette di quel periodo fondamentale della nostra storia contemporanea.

E cosa hai tratto dai loro racconti, che sono davvero tanti e che hai descritto con puntigliosità certosina?

Innanzitutto un’idea più precisa, dettagliata anche nei minimi particolari, di come fossero stati vissuti dai paesani, dai contadini, dalla gente comune, quei tempi terribili, per noi inimmaginabili, di fame, miseria, lutti e devastazioni….. e di come abbiano reagito di fronte ai villaggi incendiati, alle case depredate e distrutte, agli eccidi e alle deportazioni durante la ritirata nazista. Attraverso questo viaggio a ritroso nel tempo e nei luoghi con alcuni dei protagonisti di quella guerra civile e militare ho potuto vedere, passo passo, quanto la linea gotica sia segnata dal sangue dei partigiani e dei tanti civili barbaramente uccisi dai nazifascisti. E la realta è che La Resistenza armata che qua e là si andava organizzando lungo la ‘via della Libertà’ ha potuto contare su di un substrato di solidarietà umana, scattato direi ‘naturalmente’ in seguito alle violenze gratuite, alle sistematiche predazioni da parte dei nazisti di ogni loro bene di sostentamento messo su con fatica e duro lavoro da contadini, allevatori, pastori e degli abitanti dei villaggi e delle città, ridotti alla fame ed esposti al denutrimento e alle malattie…. Bisognava aiutarsi e resistere. E il carretto speciale semiautomatico e più scorrevole fatto costruire nel ’40 da Mario Pierucci, per il trasporto di merci e persone, nel racconto del figlio Ernesto è divenuto il simbolo della solidarietà. Fu usato per trasportare pasti caldi ai conterranei rastrellati dei tedeschi e rinchiusi in un campo concentramento del massese, fu usato per i viaggi a Parma alla ricerca della farina, o come riparo dai colpi delle mitragliatrici o addirittura per il trasporto delle salme.” Il libro è dedicato ad Ernesto, scomparso nel 2018 e ad Almo Pierucci, ovvero il partigiano ‘Francese’, prima alpino in Francia poi partigiano nel Gruppo Patrioti Apuani, parente dell’autore.
Il libro di questo giovane storico della Resistenza non solo italiana ma anche Argentina ( come quello sulle madri dei desaparecidos, ‘Su la testa Argentina’, che gli valse il Premio per la pace dedicato a Tiziano Terzani) descrive anche le speranze e le azioni del battaglione internazionale Gordon Lett in Lunigiana, le azioni dei partigiani carrarini, del Gruppo Patrioti Apuani e della Brigata Beretta Pontremolese lungo tutto il territorio apuano (Montignoso, Massa, Carrara, Pontremoli) che si libererà solo nell’aprile del ’45, vari mesi dopo Firenze, insorta l’11 agosto del ’44 , una settimana dopo che i tedeschi avevano fatto saltare in aria i ponti sull’Arno.

Orlando, fra i tanti aspetti, c’è un elemento che balza in evidenza e che non ti aspettavi nei termini in cui appare?

Sì, la ferocia dei repubblichini che rivaleggiava con quella dei nazisti. Appare evidente in varie situazioni, ma ce n ‘è una in particolare che mi ha colpito: la strage di Forno del 13 giugno 1944 descrittami da Ugo Giuseppe Tazzini, staffetta partigiana e deportato nei campi di lavoro in Germania, a Norimberga, testimone di un’altra delle terribili stragi nazifasciste. Il quale racconta che la cittadina di Forno fu circondata e rastrellata da militari tedeschi e fascisti della X Mas, i quali entrarono casa per casa uccidendo i partigiani e radunando gli altri maschi nella caserma dei Carabinieri, per selezionare quelli da fucilare e quelli da deportare. Ugo, appena sedicenne, si trovò in mezzo a loro perché un milite della X Mas era andato a stanarlo da casa, sebbene un soldato tedesco passato poco prima per il controllo gli avesse detto di restare chiuso in casa. Rinchiuso nella Caserma insieme a gli altri rastrellati attendeva con ansia di conoscere il proprio destino, mentre di tanto in tanto sentiva in lontananza colpi d’arma da fuoco. Poi, l’arrivo di un ragazzino tutto eccitato della X Mas in Caserma al grido di “ Trenta ne abbiamo già fucilati!” gli fece capire cosa succedeva là fuori. Quel giorno 68 civili furono fucilati a gruppi di 7-8 alla volta lungo le sponde del torrente Frigido. Ugo ricorda che l’indicazione delle persone da uccidere veniva fatta a turno, con un’asticella, da un ufficiale tedesco e da uno della X Mas. Lui, l’asticella lo saltò e finirà con altri 50 nei campi di lavoro in Germania. I suoi due amici d’infanzia, Ariodante Del Fiandra, 17 anni e Ferdinando Nardini, 21 anni, furono invece fucilati insieme ad altri 66 civili. L’eccidio di Forno è avvenuto perché i nazifascisti volevano dare uno dei primi atti di guerra studiato a tavolino contro i civili, per dare una punizione esemplare alla Resistenza Apuana, come sostiene Massimo Michelucci, Direttore del locale Istituto Storico della Resistenza. “ Essi non accettavano che un paese di montagna a 7 km dall’Aurelia fosse occupato dai partigiani”. Il racconto di Ugo Tazzini descrive anche le pesanti condizioni di vita e di lavoro in quel campo vicino Norimberga, dove non veniva dato loro da mangiare ( solo una donna dipendente della fabbrica ogni giorno passava e di nascosto gli portava del latte condensato:” forse era una madre di famiglia impietosita della mia giovane età: 16 anni” ). Secondo l’autore la testimonianza di Ugo Tazzini è importante anche per un altro aspetto: fra i prigionieri italiani molti erano i soldati che l’8 settembre rifiutarono di aderire all’appello di Mussolini per arruolarsi nella RSI. “Sono stati 600 mila i militari italiani internati, cioè coloro che pur non partecipando alla Resistenza armata si opposero all’appello del Duce, opponendo una Resistenza morale, passiva”. Purtroppo, dichiara lo stesso Tazzini a Baroncelli, “L’ apporto della resistenza civile e morale degli IMI e degli oppositori politici nei campi di lavoro di prigionia e di sterminio nazisti è stato sottovalutato per più di cinquant’anni. Solo negli ultimi venti anni si è cominciato ad affrontare seriamente la questione. E una dichiarazione dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, “ mi inorgoglì molto”. Poco prima di quella strage a Forno, c’era stato uno scontro a fuoco nel quale aveva perso la vita, con altri sette partigiani, il comandante partigiano della Brigata Mulargia, Marcello Garosi, detto ‘Tito’, Medaglia d’oro al Valor Militare.

Orlando, l’altro aspetto che emerge dal libro, ma non è una novità, è il ruolo attivo delle donne. E quello della staffetta partigiana Graziella Tassi, chiamata ’Lalla’, mi ricorda l’altra staffetta-partigiana protagonista del tuo precedente libro sulla Resistenza a Firenze: Liliana Benvenuti, nome di battaglia ‘Angela’, la ragazza col garofano rosso tra i capelli. Non meriterebbero un film per far conoscere meglio le loro storie?

Sono due donne straordinarie, che hanno lottato tutta la vita per far conoscere alle giovani generazioni che cosa è stata la resistenza, la lotta per la Libertà e la democrazia. l’Angela purtroppo è scomparsa lo scorso anno, Lalla invece continua la sua peregrinazione nelle scuole e nei circoli popolari per far conoscere quella che è stata la Resistenza dal “basso”. Lo far con la lucidità e la meticolosità dell’insegnante elementare, ruolo che ha svolto fino alla pensione. La prima è stata a stretto contatto con il Comando della Divisione d’assalto Garibaldi ‘Arno’ formata esclusivamente da dirigenti comunisti, i quali che avevano la loro sede clandestina nella casa dei suoi genitori, in via Ghibellina 24 a Firenze, dove vi rimase per un anno, e dove lei, appena ventenne, decise di entrare nella Resistenza. Angela svolse con simulata spensieratezza a cavallo della propria bicicletta, missioni importanti coraggiose e delicate, come il trasporto di armi, che i tedeschi non videro o la consegna ai gappisti, dei quali conosceva il nascondiglio, dell’ordine di colpire il filosofo Giovanni Gentile, ciò che avvenne il 15 aprile del ’44. Come andò quell’azione non l’ha mai voluto dire a nessuno.
Lalla è figlia di Mino, attivo antifascista capoufficio alle Poste di La Spezia, arrestato con l’accusa di aver tappezzato Pontremoli di volantini antifascisti ( era l’autunno del ’43), il quale, una volta rilasciato, se ne andò in montagna con i partigiani della Beretta, che operava tra Toscana ed Emilia Romagna, tra il Pontremolese, il Passo della Cisa fino a Borgotaro, in provincia di Parma, assumendo il nome di battaglia Bixio, in memoria dell’eroe garibaldino e con il ruolo di Commissario Politico. Sfollata con la madre in Valdantena, a Casalina, la giovane Lalla impara a mungere e tagliare il fieno, poi il padre le affida compiti di staffetta come quello di portare medicinali preparati dal farmacista di Pontremoli Buttini (laudano, potassio, disinfettanti, garze) ai partigiani, passando indenne dai controlli tedeschi. “Ero una ragazzina, magra, con le trecce, non destavo sospetti…” dice. Il suo racconto è costellato di episodi di solidarietà quotidiana non solo del farmacista Bettini, ma anche della ditta Baracchini, che produceva biscotti e forniva bottiglie di rabarbaro ai partigiani per combattere il freddo….”ci nutrivamo di patate e pere selvatiche”….Una missione delicata fu quando fece la staffetta tra i partigiani e il comando tedesco per uno scambio di prigionieri ( tra i quali c’era anche suo fratello Enrico, nome di battaglia ‘Tufo’ reduce dalla Russia e unitosi ai partigiani) che non ebbe alcun esito. “Loro volevano fare lo scambio 1 a 10 – racconta Lalla – noi volevamo farlo 10 a 10”. Volevano la resa dell’intera Brigata “Beretta”. Non accettammo. Noi ci tenemmo i prigionieri tedeschi e loro i partigiani. Tanti tedeschi erano venuti volontari da noi, nelle nostre fila, ricordo il tedesco Willy con una signora di Pontedera, una maestra, stanchi della guerra, si erano uniti ai partigiani. C’erano anche dei polacchi a rafforzare le nostre fila. “ Nel suo racconto Lalla ricorda un professore di Varsavia, Giovanni, che finita la guerra tornò a Pontremoli a salutare suo padre. E poi c’erano gli ufficiali inglesi che venivano paracadutati. La Liberazione di Pontremoli avvenne dopo il 25 aprile del ’45 e quando i partigiani incontrarono gli americani questi erano tutti neri, solo il tenente era un bianco: era la divisione Buffalo. Lalla, che poi si sposò con Doriano, anch’egli partigiano, nel ’46 iniziò la sua carriera di insegnante e ai ragazzi racconta di cos’era il fascismo prima, in quale clima totalitario erano cresciuti i ragazzi :“ nel ’37 ero una piccola italiana, ho vissuto le adunate in divisa, a scuola avevamo un solo libro con l’effige di Mussolini e il Fascio Littorio, conoscevamo Macallé e i fiumi Uebi Scebeli e Giuba, perché i fascisti erano andati a conquistare l’impero, e non conoscevamo il fiume della nostra città….” La storia, riprende Orlando, ci dice che il regime si macchiò di feroci crimini di guerra come l’uso delle armi chimiche e di gas asfissianti….altro che “italiani brava gente!” Rievocando anche oggi la lotta di Liberazione, la partigiana Lalla dichiara di esser rimasta sconvolta quando Fini divenne vicepresidente del Consiglio e, più recentemente, si è indignata per la richiesta dell’ex Ministro il leghista Lorenzo Fontana di abrogare la legge Mancino che reprime i gesti le azioni e gli slogan di promozione dell’ideologia nazifascista che incitano alla violenza e alla discriminazione razziale. “ Se arriviamo al punto di non riconoscere più i delitti di queste persone – ha detto Lalla – vuol dire che si vuol cancellare la Resistenza”. Il Libro del Baroncelli contiene altre testimonianze preziose di donne (Anna Gurioli, Maria Grazia Rossi, madre dell’autore, Maria Ersilia Tongiani, “Guglielma” nome da partigiana) che gli hanno consentito di rivivere la Resistenza come un grande fenomeno collettivo (così si esprime nella prefazione il Presidente della Regione Toscana Enrico Rossi), nella quale, osserva la ricercatrice dell’Indire Pamela Giorgi, tante “microstorie” si ricongiungono alla macro storia, in un percorso di liberazione ed emancipazione che vide le donne emergere dall’anonimato cui le relegava una società patriarcale per “trasformarsi in soggetti storici finalmente visibili, tali da conquistare cittadinanza politica e veder riconosciuto un ruolo pubblico nel nuovo sistema democratico”.

Di fronte ai rigurgiti e agli slogan fascisti, razzisti e di violenza squadristica cui si sta assistendo, anche oggi, non pensi che negli anni il ricordo di ciò che è stata la Resistenza e la lotta per la democrazia, si sia eccessivamente affievolito?

Forse, presi da altre cose, si è mollata un po’ la presa, considerandola un’esperienza del passato, la cui rievocazione appariva un atto retorico….o come l’espressione di un periodo chiuso da archiviare, tanto che qualcuno oggi ha osato paragonarla ad un “derby” tra fascisti e antifascisti, volutamente ignorando che è su quei valori della democrazia della libertà e dell’antifascismo che è nato lo stato democratico, e che quei valori sono ancora oggi, nel presente momento storico, la nostra ancora di salvezza. Al di là di ciò che la politica, le istituzioni possono e debbono fare, sottoscrivo La Carta di Stazzema proposta dal Sindaco Maurizio Verona, che riafferma i diritti inalienabili e fondamentali di ogni persona, si oppone ad ogni forma di oppressione e alle guerre e dichiara che “essere antifascisti è una battaglia di civiltà: è l’affermazione di un universo di idee e di valori opposti ai totalitarismi”.. Personalmente ritengo si debba diffondere la conoscenza e la memoria di ciò che i nostri nonni hanno fatto per noi, perché potessimo vivere in un mondo diverso. E’ quanto da tempo, attingendo dai miei ricordi e dalle mie emozioni d’infanzia, sto cercando di fare e come continua a fare anche la partigiana Lalla che, a scuola insegnava ai bambini una poesia semplice: “ Sulla neve bianca bianca c’è una macchia color vermiglio; è il sangue, il sangue di mio figlio, morto per la libertà…”L’autore è Gianni Rodari, di cui a ottobre ricorre il centenario della nascita.

Quale altra cosa ti ha colpito del racconto di Lalla?

L’altro elemento che mi ha colpito è il racconto della ferocia dei repubblichini nel cacciare e uccidere i renitenti alla leva e nel rastrellare la popolazione sia da deportare nei campi di concentramento che da uccidere sul posto, che facevano razzia di ciò che trovavano, depredando i contadini, i montanari di quel poco che avevano.

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