lunedì, Maggio 17

I Caraibi chiedono risarcimenti all'Europa field_506ffb1d3dbe2

0

hqcomplexnew

Gli Stati caraibici dimostrano di fare sul serio. Il 10 marzo, i leader delle 15 nazioni che formano la CARICOM (Comunità Caraibica) hanno deciso di dare un deciso avvio alla richiesta di riparazioni nei confronti degli ex Paesi europei protagonisti del commercio di schiavi africani nella regione tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo, i cui discendenti formano la maggioranza della popolazione di alcuni di essi, come Haiti, le Barbados, la Giamaica.

Era da diverso tempo che si ventilava l’idea, ma solo ora le rivendicazioni hanno assunto un quadro strutturato. Gli antenati degli europei, secondo l’organizzazione caraibica, si sono macchiati di gravi crimini, consistenti nella deportazione forzata degli schiavi dal Continente Nero, lo sfruttamento del loro lavoro nelle piantagioni, i maltrattamenti e la privazione dei diritti più basilari oggi riconosciuti dalle Convenzioni internazionali. Insomma, secondo i caraibici, è tempo per l’Europa di fare ammenda.

Al termine dell’incontro tra i Capi di Stato e di Governo, svoltosi a porte chiuse a Saint Vincent e Grenadine, il Primo Ministro ospitante Ralph Gonsalves ha dichiarato che «il terribile retaggio di questi crimini contro l’umanità deve ottenere un risarcimento, così che le nostre società caraibiche e i nostri popoli possano trarne beneficio e sviluppo».

Il tema delle riparazioni da parte delle vecchie potenze europee, e più in generale, dei paesi industrializzati, ha assunto una certa rilevanza negli ultimi decenni, ed è strettamente legato alla rivalutazione con occhi moderni del passato coloniale. Non sono del resto solo i paesi dei Caraibi a chiedere riparazioni in relazione alle ingiustizie coloniali. Più o meno tutti i Paesi interessati dal fenomeno hanno avanzato qualche pretesa in questo senso. L’Africa ha avanzato richieste, e anche negli Stati Uniti, di tanto in tanto, risorge la polemica: ogni anno, dal 1989, il deputato del Michigan John Conyers ha tentato di far entrare gli studi sul tema delle riparazioni ai discendenti degli schiavi un’attività federale.

Le ragioni della Caricom sono che, nonostante i soprusi facciano parte di un passato remoto, le loro ripercussioni hanno tuttora un impatto ben visibile sulle condizioni di vita dei discendenti degli schiavi di allora. Nella divisione di reddito tra ricchi eredi dei creoli e poveri pronipoti dei neri, nella carenza di educazione scolastica, addirittura nelle diffuse malattie come l’ipertensione e il diabete di tipo 2, diretta conseguenza genetica delle privazioni passate.

Per ovviare a questa situazione, e come base da sottoporre agli Stati a cui si indirizzano le richieste (Gran Bretagna, Olanda, Francia, Portogallo, Spagna, ma anche Svezia e Danimarca) i membri del Caricom hanno stilato una lista di dieci punti, che propongono un intervento europeo teso allo sviluppo nei settori della sanità e dell’istruzione, nonché un impegno diplomatico (ed economico) per permettere un maggiore scambio culturale tra gli abitanti delle ex colonie caraibiche e il loro continente d’origine. Riguardo a quest’ultimo aspetto, si chiede il supporto necessario per permettere a chi, come i membri del Rastafarianesimo, desiderano tornare nel Continente d’origine.

A contribuire alla formulazione delle proposte è stato lo Studio Legale londinese Leigh Day, a cui il Caricom si è affidato per la gestione giuridica della controversia, anche in previsione di un ricorso a Tribunali internazionali, nel caso emergessero future controversie. La Leigh Day ha un lunga storia nel trattar cause legali a supporto dei deboli in stile ‘Davide e Golia’, specialmente a livello di class action, soprusi nei confronti di minoranze, danni ambientali, e via dicendo. Il bersaglio preferito della law firm londinese è spesso stata la stessa Gran Bretagna. Hanno fatto scalpore il pagamento, una decina d’anni fa, dei danni pagati ai kenyoti rimasti uccisi o feriti a causa delle azioni dell’esercito britannico durante la rivolta dei Mau Mau negli anni 50 e, più recentemente, la controversia su presunte torture a prigionieri iracheni nel corso della Guerra in Iraq.

Oltre all’impegno nel riparare ai misfatti passati, ai paesi europei è richiesto un atto di scuse ufficiali, un gesto di natura simbolica che finora nessuno Stato europeo ha compiuto. Nel 2007 Tony Blair aveva espresso ‘rammarico’ per le “terribili sofferenze” causate dall’Impero Britanico, ma non si è trattato di vere e propri scuse. Lo stesso ha fatto Nicolas Sarkozy nel 2011.

Ma tra scuse e soldi, sono ovviamente i secondi a interessare maggiormente ai Paesi del Caricom, specialmente quelli meno sviluppati (la disastrata Haiti, ad esempio) che vedono nella vicenda un argomento per ottenere maggiori risorse a favore della crescita, nella lotta alle terribile condizioni in cui versano sanità, educazione, infrastrutture. La richiesta va dunque inserita, al di là della rilevanza giuridica delle motivazioni, nel contesto dell’aiuto allo sviluppo ai Paesi più arretrati. Comunque evolva la vicenda, gli Stati della Caricom si aspettano un ritorno d’immagine sul piano politico, che ne rafforzi la posizione in sede contrattuale.

È difficile infatti che l’Europa accetti di aprire la borsa sulla base di questo tipo di argomenti, che si sono dimostrati sempre piuttosto deboli alla prova dei fatti. Chiedere ai cittadini francesi di dare parte delle loro tasse per riparare agli errori commessi in epoca napoleonica, suona poco convincente anche a chi non ha (come chi scrive) solide conoscenze giuridiche. Senza contare la creazione di un precedente scomodissimo, che con ogni probabilità farebbe scattare una pioggia di richieste da parte di mezzo mondo.

Da escludere, ovviamente, è qualunque stima di eventuali danni procurati. I casi conosciuti di riparazioni per misfatti di questo tipo -come i soldi pagati nel 1988 dal Governo Reagan ai cittadini giapponesi imprigionati negli USA durante la Seconda Guerra Mondiale con il sospetto che fossero spie nemiche- hanno sempre avuto alla base la facile individuazione delle vittime e dei colpevoli, l’agevole quantificazione del danno subito, un lasso temporale relativamente breve tra crimine e compensazione. Tutte condizioni che, appare chiaro, non si applicano nel caso portato avanti da Caricom.

Un rappresentante britannico, riporta Al Jazeera, avrebbe commentato che, nonostante la Gran Bretagna ‘condanni senza riserve la schiavitù, non vede le riparazioni come una soluzione. ‘Dovremmo piuttosto concentrarci nell’identificare modi di avanzare nel contesto  delle sfide globali che ci aspettano nel ventunesimo secolo Un diplomatico, ma piuttosto categorico, no, che illustra lo scarso appeal delle richieste caraibiche. Altrettanto hanno fatto gli altri Paesi additati, con qualche eccezione tra gli scandinavi.

È dunque probabile che, nel caso non si riesca a trovare una soluzione che non appaia troppo onerosa e punitiva nei confronti dell’Europa, come potrebbe essere un maggiore impegno a politiche di aiuto allo sviluppo, si finisca di fronte alla Corte internazionale di giustizia. Una svolta che non converrebbe alla Caricom, dato che al di là del dubbio supporto che la Corte potrebbe dare alle richieste dell’Organizzazione, nessuno degli Stati accusati ne riconosce la giurisdizione prima dell’inizio del secolo scorso. I Paesi Bassi dopo il 1921, la gran Bretagna a partire dal 1974. Molto dopo l’abolizione della schiavitù, almeno secondo il diritto, su scala globale.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.
End Comment -->