lunedì, Maggio 17

I cani dei poveri field_506ffb1d3dbe2

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Il cane cui tocchi in sorte un ‘padrone’ povero condivide la vita non facile del suo compagno umano; con diverse gradazioni di durezza a seconda di quanto sia dura l’esistenza del padrone, cioè di quanto esso sia lontano dall’agiatezza ovvero vicino alla miseria.

Il cane dell’uomo (o della donna, o della famiglia) che non possa permettersi molti lussi per sé, non godrà dei lussi specifici dei cani di padroni (o famiglie) che se la passano bene; parlo di cose come una toletta fatta di frequente, un ‘abituccio’ su misura per le passeggiate invernali, grande scelta di alimentazione per una buona salute duratura, un dog-sitter all’occorrenza, una varietà di giochi da casa o da terrazzo (o giardino) – nessuno di questi benefit toccherà ai cani di chi è meno che agiato.
Se scendiamo ancora nella scala sociale (degli umani), allora ai cani abbinati a tale destino non spetterà neanche qualcosa di più basico: visite regolari dal veterinario, la possibilità stessa di passeggiare quanto gli altri col proprio compagno umano (il quale probabilmente ha un’organizzazione esistenziale tale che pure questo tempo è un ‘di più’), uno spazio suo proprio per giocare e sperimentare sensazioni, cibi almeno equilibrati. E via via così, per redditi più bassi: a ‘sfrondare’, per il cane, a fare a meno di, a tirar la cinghia.
Ma se entriamo nella fascia di indigenza vera e propria, il cane di questo padrone qui – tanto povero da non esser sicuro di due pasti al giorno, né di una dimora garantita – sconterà la stessa sua sorte: si mangia quando si può e quel che c’è, si dorme dove si trova e finché dura, l’aspettativa di vita si riduce drasticamente, e di emozioni positive nemmeno a parlarne (salva qualche carezza, se il ‘suo’ umano non s’è abbrutito del tutto).

Questo succede ai cani degli umani; distribuiti lungo la curva delle disuguaglianze socioeconomiche – e dei loro concreti effetti – al pari dei propri padroni.
Fuori dalla curva, al di sotto del limite minimo della povertà dei padroni, ci sono ancora dei cani: quelli ‘di nessuno’, i randagi puri o quelli ridotti nei canili; il destino di questi commuove chiunque.

E ci commuove anche la sorte dei cani ‘poveri’ degli umani poveri? Sì, direi, in larga parte tra le persone dotate di sentimento.
Ci intenerisce, credo, perché avvertiamo la condizione di quegli animali come ‘ingiusta’: cosa ha fatto di male, o di diverso, un cane che per un caso fortuito ha un padrone in miseria, rispetto a un altro che vive in una bella casa tra le comodità e in mezzo a persone soddisfatte dell’esistenza? Niente, ovviamente.
Noi, a osservarlo (e a immaginare l’altro cane, con tutt’altro destino), sentiamo pungente lo ‘scandalo’ che le ristrettezze, o le sofferenze addirittura, al quale questo è ‘condannato’, siano solo un crudele scherzo della fortuna ai suoi danni. Sappiamo che la sua vita, l’unica che ha (e che neppure ha chiesto), non sarà affatto una vita bella, che se la trascinerà alla meno peggio, di espedienti fino alla fine; siamo consapevoli del fatto che il suo essere cane – quindi privo di ‘coscienza umana’ – non di meno gli farà provare freddo e fame, paura e dolore, tristezza e rabbia; e che tutta questa bruttura gli sarebbe stata risparmiata se solo fosse nato, per puro fato, in altro luogo, in altro tempo, da un’altra cucciolata, in un’altra famiglia – come quel cane fortunato, quello che viene ben nutrito e protetto, curato e pulito, fatto giocare e stimolato, coccolato e reso felice ogni giorno della sua esistenza.
Di più: saranno cani inchiodati alla miseria a vita quelli che dovessero nascere dal cane dell’uomo povero, come saranno cani destinati all’agio e alla letizia quelli che nasceranno dal cane dell’umano benestante. Una nemesi pressoché immutabile, di generazione in generazione; durante il cui sviluppo nel tempo le disparità di condizione tendono addirittura ad aumentare: una forbice del destino che schiaccia e taglia ogni eventuale capacità individuale, ogni casuale talento del singolo – per non parlare del sacrosanto diritto di ciascuno, giacché s’è trovato venuto al mondo, di starci non soltanto a soffrire ‘come un cane’.

E’ l’insensatezza di tale condizione immeritata – come una sentenza comminata a un innocente da un tribunale totalmente folle – che, dico io, giunge a commuoverci.
Se si trattasse di sorte umana, essa ci indignerebbe e ci spingerebbe a una qualche azione di contrasto. Ma di animali che non parlano né scrivono, dallo sconforto sordo, essa ci addolora silente nel cuore.

…Ci indignerebbe?


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