martedì, Settembre 28

I campi tornano a essere green field_506ffb1d3dbe2

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I terreni agricoli tornano alla loro antica vocazione e sono sempre più numerosi gli investitori che decidono di impiegare la loro liquidità in quello che negli ultimi tempi si sta trasformando in un vero e propriobene rifugio’. Soprattutto dopo che il Decreto liberalizzazioni del 2012 ha posto un freno allo sfruttamento delle aree coltivabili per l’installazione degli impianti fotovoltaici. Un fenomeno che ha registrato negli anni scorsi una diffusione selvaggia e che ha fatto letteralmente impennare i prezzi della terra sino a raggiungere valori insostenibili per gli agricoltori.

Secondo uno studio del 2012, realizzato dalla Coldiretti, gli impianti a terra per il fotovoltaico occupavano in Italia circa 33,2 milioni di metri quadrati, pari a una produzione di energia di oltre il 42% del fotovoltaico totale nazionale. Un business che ha generato introiti non da poco grazie agli incentivi previsti dal decreto legislativo 28/2011 per gli impianti a terra su aree agricole. Ma dal 2013 è arrivato lo stop a questo tipo di insediamenti, se non in particolari condizioni (pare infatti che certe colture possano vivere bene anche in presenza dei pannelli).
In tema di energie rinnovabili, resta, tuttavia, aperto il fronte delle centrali a biomasse per la produzione di biogas, nonostante che, anche rispetto a tali impianti, esistano limitazioni decise a livello regionale. In questo caso, le lamentele arrivano principalmente dagli allevatori.

Le centrali a biomasse”, osserva Andrea Povellato, responsabile della sede Inea (Istituto nazionale di economia agraria) del Veneto, “come si sa, possono essere alimentate dai rifiuti ma non solo. Un altro combustibile molto utilizzato è il mais ceroso che rappresenta una vera e propria risorsa per gli allevamenti, essendo un elemento importante nei processi di digestione. Succede però che i produttori di energia, pur di accaparrarsi il prezioso mais, siano disposti a pagare prezzi più alti rispetto a quelli di mercato mettendo in seria difficoltà gli allevatori che faticano a spendere tali cifre. Altre tensioni si registrano poi a livello locale quando le centrali sono di dimensioni elevate. Sia per le sgradevoli esalazioni emesse sia perché l’approvvigionamento del combustibile crea traffico e problemi alla circolazione. Le criticità maggiori, in tal senso, si riscontrano in Lombardia, nel Veneto e in Emilia Romagna”.

 

Come si diceva prima, tuttavia, i terreni agricoli stanno tornando verso la loro tradizionale funzione. Tanti i motivi per i quali oggi chi ha disponibilità compra terreni seminativi. La ragione principale sta, però, nel fatto che essi rappresentano un investimento sicuro. Molto di più della classica casa. “Succede soprattutto per i risvolti fiscali”, spiega Luigi De Vico, titolare di Piemontehouses, agenzia immobiliare attiva nell’area delle Langhe. “Se sui fabbricati, infatti, le tasse sono aumentate a dismisura, sui terreni sono ancora molto basse. Inoltre un terreno seminativo, a differenza dell’abitazione, non richiede una manutenzione particolare”. 

Nella zona delle Langhe, Barolo, Barbera, e in generale in tutta l’area da poco entrata nelle liste Unesco, nonostante le quotazioni elevate, si stanno accendendo interessi anche sul fronte dei vigneti che, al contrario dei terreni seminativi, richiedono una gestione particolare e strategie di marketing mirate perché anche il vino più buono del mondo resta invenduto se manca la giusta spinta commerciale. Altri puntano invece alla coltivazione delle nocciole, nella zona di Alba. E’ questa un’attività remunerativa perché lo smercio è garantito e i prezzi per l’acquisto del terreno, nell’ordine dei 40/45mila euro all’ettaro, sono tutto sommato abbordabili.

Sul nostro territorio”, prosegue De Vico, “di impianti per la produzione di energia da fonti rinnovabili se ne sono visti pochi, probabilmente anche per i vincoli paesaggistici, ed esclusivamente nelle zone pianeggianti. In compenso, ci sono molti imprenditori attivi in settori che, con la crisi, non hanno più tanta speranza di sopravvivenza, ma che possiedono patrimonio, capacità e strutture commerciali che stanno puntando sull’agro-alimentare made in Italy in chiave di riconversione. Molto interesse si riscontra anche da parte dei giovani e delle donne che, ad esempio, dal comparto terziario non traggono più le risorse necessarie a soddisfare le proprie esigenze. Non mancano poi investitori stranieri per quanto riguarda i vigneti”.

Analogo interesse per i terreni agricoli si registra nel Nord-Est d’Italia, dove chi pensa di guadagnare con la produzione di energia verde tende ora a comprare impianti già realizzati al posto della sola terra.

Qui, i terreni seminativi, raccolgono l’attenzione per lo più di investitori italiani, dato che gli stranieri cercano quasi sempre appezzamenti di dimensioni molto grandi, difficilmente reperibili in Italia. Nel Veneto, le quotazioni medie si attestano intorno a 5/6 euro al metro quadro, con valori più bassi in alcune zone, ad esempio intorno a Ferrara e a Rovigo (dove ci vogliono circa 2 euro e mezzo) e più alte nelle aree vicino a Padova o a Treviso (dove la spesa sale a 10 euro al metro quadro) in ragione della composizione del terreno che rende possibile, volendo, anche alla coltivazione della vite. Ma quanto può rendere un terreno seminativo?

Se gestito bene può rendere anche il 2%”, dice Giampietro Belligardo, titolare di Terreni Agricoli Italia.“ Mediamente siamo però sull’1/1,5%. Molto dipende anche dalle dimensioni dell’appezzamento. Inoltre, se il terreno non si coltiva direttamente ma è dato in gestione, la rendita si abbassa. C’è poi anche un altro motivo che sta contribuendo a rendere appetibile i terreni ed è la maggiore sensibilità rispetto al discorso del cibo perché si ritiene che, se un giorno dovesse finire, la terra potrebbe garantire il necessario sostentamento”.

Una considerazione, questa, molto prospettica ma anche di grande attualità se si pensa che l’Expo 2015 dal titolo ‘Nutrire il pianeta, energia per la vita’ si focalizza proprio sul tema dell’alimentazione. E la Lombardia, palcoscenico privilegiato dell’Esposizione Universale, dovrebbe riflettere sull’argomento.  A minare le attività agricole nella regione c’è stato infatti anche il cemento. Secondo alcuni dati diffusi di recente dalla Coldiretti, dal ‘91 a oggi la dimensione dei terreni agricoli resi edificabili è stata pari a quella delle province di Cremona e Mantova messe insieme.

Oggi”, spiega al proposito Paolo Micheli, consigliere regionale eletto nella Lista Ambrosoli, che da anni si batte contro il consumo di suolo in tutte le sue articolazioni, “c’è una programmazione a costruire grande come due volte la città di Milano. E quando un terreno agricolo viene reso edificabile, anche se non si costruisce, gli agricoltori abbandonano la terra e i prezzi aumentano. Il valore esatto dei terreni potenzialmente edificabili, per dare l’idea, è stato calcolato in 414 milioni di metri quadri. E’ necessaria perciò una moratoria che cancelli dalla programmazione quantomeno tutti i terreni che stanno nel limbo compreso tra l’approvazione del Pgt e la loro effettiva trasformazione in terreni edificabili”.

 

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