venerdì, Settembre 24

I Brics si allontanano sempre più dal ‘Washington consensus’

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Nel 2001, l’economista di Goldman Sachs Jim O’Neill pubblicò un documento intitolato Building Better Global Economic Brics, in cui si riteneva che gli interessi coincidenti di alcune potenze regionali accomunate da una serie di parametri politici ed economici avrebbero potuto favorire la originare un nuovo complesso geopolitico dall’enorme rilevanza strategica. Nel corso della riunione di Cancun del 2003, a soli due anni dalla pubblicazione del documento redatto da O’Neill, Brasile, Russia, India e Cina proclamarono la nascita del Bric (cui, in seguito al vertice di Sanya tenutosi in Cina nella primavera del 2011, andò ad aggiungersi il Sud Africa, trasformando il Bric in Brics), un gigantesco agglomerato geopolitico dalle grandissime, inimmaginabili potenzialità politiche, economiche e strategiche.

I Paesi membri del Brics, oltre ad aver accumulato ingenti riserve auree, hanno cominciato ad attirare una massa crescente di investimenti. Queste nazioni hanno in cantiere anche la costituzione e il potenziamento della propria banca di riferimento, volta a intaccare l’egemonia esercitata dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale – nell’ambito del Fmi, i Brics usufruiscono complessivamente soltanto del 10,3% dei voti; la Cina, in termini di voti, conta meno dei Paesi del Benelux.  Il modello cui i Brics si sono ispirati per creare questo nuovo istituto bancario è il Banco Nacional do Desenvolvimiento (Bndes), il quale supporta le aziende brasiliane che effettuano investimenti infrastrutturali in tutta l’America Latina.  I finanziamenti per questa nuova istituzione devono essere divisi in parti uguali, con un chip di 10 miliardi dollari in contanti in sette anni e 40 miliardi di dollari di garanzie.

La banca, dotata di una capacità finanziaria non superiore ai 350 miliardi di euro (tetto massimo stabilito dai Paesi membri), sarà aperta ad altri Paesi membri delle Nazioni Unite, ma la quota Brics non dovrà scendere al di sotto del 55%. Come ha sottolineato l’ex diplomatico indiano Melkulangara Bhadrakumar: «lo stretto coordinamento tra Russia e Cina ha permesso ai Brics di avviare i lavori di costruzione della loro istituzioni finanziarie a proiezione globale, alternative a quelle esistenti, dominate dall’Occidente (…). La Cina investe più del resto dei Brics e ciò autorizza Pechino ad avere una voce di riguardo sulla gestione della banca. E quindi? Finché l’India può attingervi per i suoi progetti infrastrutturali, lo scopo è raggiunto. In questo caso, infatti, la scelta non è tra una banca dominata dalla Cina e quelle facenti capo all’Occidente. Il nodo cruciale consiste nel cogliere la possibilità di accedere a finanziamenti svincolati da condizioni che incidano sulla sovranità nazionale, permettendo quindi a ciascun Paese di decidere quali programmi di sviluppo privilegiare».

Dal momento che ciascuno dei Paesi Brics si è impegnato a mettere a disposizione una quota commisurata al proprio Pil, la Cina, titolare delle maggiori riserve di valuta estera del mondo, fornisce il contributo più consistente, pari a 41 miliardi dollari; Brasile, India e Russia hanno versato 18 miliardi dollari a testa mentre il Sudafrica, dal canto suo, ha erogato cinque miliardi di dollari. Nel caso in cui si presentasse la necessità, la Cina avrà diritto a chiedere la metà del contributo offerto, il Sudafrica il doppio e gli altri Paesi l’importo della quantità versata. La grande metropoli cinese di Shangai e quella indiana di Mumbai si sono candidate per ospitare la sede di questa nuova istituzione, la quale dovrebbe svolgere le operazioni finanziarie utilizzando un paniere di valute, con alla testa quella cinese, in modo da conferire al renminbi il ruolo internazionale che gli spetta.

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