venerdì, Gennaio 28

I bambini-soldato dell'ISIS Il fenomeno è purtroppo una costante dei moderni conflitti

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Per riuscire a comprendere il fenomeno bisogna quindi seguire la propaganda dell’ISIS che pubblica costantemente sui social immagini relative ai suoi successi. Da questo enorme flusso propagandistico gli autori dello studio prima ricordato hanno individuato tra il gennaio 2015 e il gennaio 2016 ben 89 bambini e adolescenti. La metà è morta in combattimenti in Iraq, un terzo circa in Siria e i rimanenti in altri teatri come Yemen, Libia e Nigeria (dove Boko Haram ha da sempre preso di mira i bambini continuando in questo senso la triste tradizione dei conflitti africani). Inutile dire che individuare con certezza l’età di questi giovani soldati sia impossibile ed è quindi più interessante soffermarsi sui loro paesi di origine: il 70% ha origini siriane o irachene dove evidentemente la propaganda di ISIS è molto più efficace e dove il gruppo può anche sfruttare la presenza sul territorio per attuare un reclutamento forzoso; il restante ha invece provenienze molto varie che riguardano sia paesi arabi (Libia, Yemen, Tunisia ecc.) sia paesi europei o occidentali come Gran Bretagna, Francia o Australia.

Se nel caso dei conflitti africani i bambini-soldato erano reclutati più o meno nel Paese in cui operavano, in Medio Oriente la situazione sembra essere almeno in parte diversa con un potenziale bacino di reclutamento molto più vasto, ovvero l’intera comunità musulmana nel mondo. Anche dal punto di vista operativo però emergono alcune differenze rispetto ai conflitti africani. Ben il 39% dei bambini-soldato indicati nella ricerca sono morti come attentatori suicidi alla guida di un veicolo bomba, una tattica quasi del tutto assente nel contesto africano, ma invece ben presente e ampiamente utilizzata da ISIS in Siraq. Lo stesso discorso vale per le operazioni in cui gli assalitori, dopo un’iniziale scontro a fuoco, si fanno esplodere per colpire ancora più duramente l’obiettivo, sembra che il 18% dei bambini-soldato sia morta in questo modo. Lasciando da parte piccole percentuali di bambini-soldato morti in altre tipologie di operazioni, il restante 33% ha invece perso la vita in più tradizionali operazioni di fanteria in battaglie non sempre ben identificate.

Un’altra differenza rispetto ai conflitti africani riguarda gli obiettivi. Infatti, mentre i bambini-soldato della Sierra Leone per esempio erano impiegati contro la popolazione inerme, quelli di ISIS hanno colpito per il 40% delle volte obiettivi legati alle forze di sicurezza, mentre solo il 3% è morta durante un’operazione suicida contro la popolazione civile. Questo dimostra anche come, soprattutto in Medio Oriente, l’attacco suicida vada considerato pienamente una tattica militare e non una qualche forma di aberrazione.

Due ulteriori elementi emergono da questa analisi dei bambini-soldato impiegati da ISIS. Primo, loro non vengono utilizzati per compiti specifici o in unità create appositamente come è spesso accaduto in Africa. Al contrario i bambini-soldato dello Stato Islamico sono considerati in tutto e per tutto come gli adulti e quindi compiono lo stesso tipo di operazioni. Secondo, purtroppo i dati sembrano suffragare l’idea che non solo l’impiego dei bambini-soldato non sia una conseguenza di una mancanza di mano d’opera (il che farebbe anche presupporre una crisi sistemica di ISIS), ma anche che sia un fenomeno in crescita.

Per concludere possiamo soffermarci su due aspetti relativi al problema dei bambini-soldato. Da un lato il caso di AEGIS ricordato sopra sottolinea come il fenomeno, anche quando si pensava sotto controllo e in parte risolto, abbia invece ripercussioni gravi in altri conflitti e in altre aree turbolente dello scacchiere globale. Dall’altro lato, ISIS mostra come grazie alla propaganda e all’uso della violenza riesca a impiegare militarmente nuove reclute ricreando poi le basi per futuri scenari certamente non rosei.

 

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