lunedì, Novembre 29

I bambini-soldato dell'ISIS Il fenomeno è purtroppo una costante dei moderni conflitti

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Purtroppo sui campi di battaglia moderni si possono trovare anche esseri umani che non si vorrebbe mai immaginare coinvolti in sanguinosi conflitti. La realtà della guerra però impone la sua dura legge e la presenza di bambini è oggi un triste dato di fatto. Prima di addentrarci maggiormente nella problematica però occorre fare alcune precisazioni. Primo, il fenomeno non è purtroppo nuovo, anche se non è una presenza costante: alcuni conflitti, come quelli del continente africano, hanno visto la presenza dei bambini-soldato in modo molto più diffuso, mentre in altri il fenomeno è stato decisamente più contenuto se non del tutto assente. Secondo, noi siamo abituati a considerare la guerra come uno scontro armato tra stati sovrani che pur combattendosi ferocemente rispettano, o almeno lo fanno in parte, le regole imposte dal diritto internazionale che riguardano i più disparati temi dalla tipologia di armi al trattamento dei prigionieri. In questo quadro normativo e interpretativo una distinzione tipica delle guerre fra Stati è sempre stata quella tra militari e civili, con questi ultimi esclusi, per quanto possibile, dal campo di battaglia. Oggi tale distinzione non esiste più: chi combatte lo fa spesso in abiti civili rendendosi quindi perfettamente invisibile rispetto a un inerme civile, al contempo chi combatte prende di mira proprio gli stessi civili. In questo modo chiaramente i bambini vengono ripetutamente coinvolti negli scontri diventandone loro malgrado protagonisti. Infine, storicamente non bisogna dimenticare che gli adolescenti hanno quasi sempre preso parte alle guerre. Un esempio su tutti è quello del teorico prussiano Carl von Clausewitz famoso per la sua opera Vom Kriege in cui tra le altre cose mette in luce il legame tra guerra e politica. Egli entrò nell’esercito prussiano all’età di 12 anni e prese parte ai primi combattimenti nel 1793, ovvero all’età di 13 anni. Questo esempio non è un caso isolato e dimostra come la sensibilità verso il problema dei bambini in guerra sia mutata nel corso della storia e a seconda delle società.

Il problema dei bambini-soldato nel mondo moderno deve essere affrontato da due distinte prospettive perché è alquanto complesso. La prima riguarda le conseguenze di lungo periodo. È di qualche giorno fa la rivelazione che una compagnia inglese di contractors ha arruolato ex bambini-soldato africani per impiegarli nel teatro iracheno. Questo tema è già stato ottimamente trattato da Fulvio Beltrami su queste pagine per cui qui mi limito solo a porre in evidenza alcuni degli aspetti più rilevanti. Nel periodo della guerra in Iraq a guida americana molte compagnie di sicurezza privata avevano firmato contratti milionari con il Pentagono, tra queste vi era l’inglese AEGIS Defences Services che tra il 2005 e il 2015 ha reclutato bambini-soldato della Sierra Leone che in precedenza erano stati addestrati dallo stesso contingente militare inglese presente nel paese. Pare che circa 2500 ex bambini-soldato abbiamo firmato un contratto con la AEGIS. In Sierra Leone quei bambini-soldato grazie ad alcool e droga avevano compiuto efferatezze indicibili ed è per questo che la comunità internazionale si era poi prodigata con ingenti spese a lanciare programmi di recupero per il re-inserimento nella società di questi bambini, ormai diventati ragazzi o giovani uomini, liberandoli da traumi e istinti omicidi. Come sottolinea Beltrami, però, questi programmi non hanno funzionato, di conseguenza le compagnie di sicurezza privata possono attingere legalmente (perché è bene sottolinearlo ora qui bambini-soldato sono maggiorenni e possono firmare regolari contratti di lavoro come quelli qui in esame) a un’enorme massa di soldati almeno parzialmente addestrati ma sicuramente con esperienza bellica diretta e quindi pronti ad affrontarne di nuove. Dunque, il caso della AEGIS mette in luce il problema di lungo periodo dei bambini-soldato: il problema non è solo contingente ovvero limitato temporalmente e geograficamente a una singola guerra in un area delimitata del mondo, ma ha poi ripercussioni profonde sulla stabilità politica e sull’andamento di altri conflitti di altre aree. Detto altrimenti, un bambino-soldato di oggi può tranquillamente trasformarsi in un soldato in tutto e per tutto domani e in un’area del mondo diversa da quella di origine, allargando così il rischio di instabilità.

La seconda prospettiva necessaria per comprendere il fenomeno dei bambini-soldato riguarda il loro ruolo all’interno dei conflitti moderni. Se il caso precedentemente ricordato sottolinea come fino a qualche tempo fa il fenomeno era tipico di alcuni conflitti africani, noi oggi possiamo tristemente affermare che questa pratica si è diffusa ed è una modalità operativa tipica dello Stato Islamico in Siraq. Purtroppo dati su questa problematica non sono semplici da reperire e anche le ricerche sul tema sono in una fase preliminare, ma una recente pubblicazione del CTC (Combatting Terrorism Center) mette in luce alcuni aspetti e alcune statistiche che meritano di essere prese in considerazione. Dalla suddetta ricerca, che prende in esame i dati tra il gennaio 2015 e quello successivo, emerge chiaramente che l’ISIS sta utilizzando in modo crescente bambini e giovani come mai aveva fatto in passato e i risultati portano alla luce dati che superano ampiamente quelli ipotizzati in precedenza. Questo ‘successo’ è da legarsi principalmente alla campagna di propaganda condotta da IS che rende protagonisti i bambini di svariati contesti: dalle esecuzioni (tristemente famosa quella in cui un bambino di 10 anni circa insieme a un adulto spara alla nuca di un prigioniero accusato di essere una spia) ai filmati dei campi di addestramento fino a immagini meno violente riguardanti momenti di studio del Corano o di eventi divulgativi.

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