domenica, Agosto 1

I Baltici fanalino di coda nel lavoro nero field_506ffb1d3dbe2

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Construction workers take a rest on stee

Almaty – Poco più di un europeo su dieci ha avuto a che fare in maniera diretta con il lavoro nero, così dice un recente sondaggio di Eurobarometro, i cui risultati sono stati pubblicati la settimana scorsa. László Andor, il commissario europeo per l’impiego, gli affari sociali e l’inclusione, ha evidenziato la propria preoccupazione per il trend che non mostra forti segnali di miglioramento. Il precedente sondaggio, condotto nel 2007, risultò in numeri molto simili. Sia allora, sia oggi, l’11 percento degli intervistati ha risposto di essere stato coinvolto in attività di lavoro retribuito in denaro o attraverso un baratto, senza che la transazione abbia lasciato tracce utili al fine del pagamento delle imposte e dell’esazione dei contributi di welfare. È sorprendente quanto l’Europa sia quasi uniforme in queste pratiche, smentendo la divisione tra nord e sud o quella tra est e ovest. Questo almeno nella percezione dei 26 mila intervistati in tutti i ventotto Paesi dell’Unione.

Si riscontra più lavoro nero nei Paesi nordici che in quelli dell’Europa meridionale, anche se nelle zone mediterranee il volume delle transazioni supera in valore nominale quelle delle zone settentrionali. In Grecia, Paesi Bassi e Lettonia si riscontra un’incidenza di più di un quarto degli intervistati che rispondono ‘sì’ alla quinta domanda del sondaggio: «Negli ultimi 12 mesi ha pagato per beni o servizi sui quali Lei abbia avuto un ragionevole dubbio che venissero da lavoro non dichiarato?». Il ‘lavoro non dichiarato’ di cui parla il sondaggio sarebbe legale e accettabile qualora fosse reso pubblico attraverso la dichiarazione dei redditi. La maggioranza di questi lavori sono occasionali e non costituiscono un’alternativa al lavoro autonomo o dipendente, rappresentando semplicemente una via per rimpinguare il budget familiare nel caso di famiglie monoreddito o di temporanea disoccupazione. Questo è vero soprattutto per gli intervistati nei Paesi Baltici: l’11 percento in Estonia e Lettonia e il 9 percento in Lituania hanno ‘arrotondato’ attraverso prestazioni di lavoro informale. Una piccola ma rilevante parte degli intervistati (il tre percento) ha detto di essere stata pagata sottobanco dal proprio datore di lavoro, un’istanza che bypassa totalmente ogni circuito di tassazione e previdenza sociale legata al lavoro.

Un aspetto molto importante del sondaggio è legato alla percezione dell’illegalità del lavoro nero. Nei Paesi dove si è riscontrata la più alta incidenza di intervistati che avessero prestato servizi in nero, questo tipo di pratica non è stigmatizzata a livello sociale. In Lettonia ed Estonia, dove ancora si ricordano le pratiche di lavoro sovietiche e fino a 24 anni fa non si pagavano le tasse, l’economia informale continua ad avere importanti radici, soprattutto nei casi in cui l’occupazione all’interno dei confini non dà abbastanza da poter arrivare a fine mese. Riparazioni a casa, pulizie domestiche e babysitting sono tra gli impieghi più comuni. Solo in poche aziende di piccolo taglio (fino a 20 dipendenti) si riscontrano incidenze di salari pagati «con i contanti in busta». La stragrande maggioranza di questi pagamenti salariali in nero avviene nell’Europa centro-orientale.

La Lettonia è un Paese che soffre molto le statistiche demografiche e lavorative. Nei dieci anni dal 2002 al 2012, la popolazione in età lavorativa è diminuita del 14 percento a causa dell’emigrazione di più di duecento mila lettoni. A guardare i numeri più da vicino, si può riscontrare che la ‘fuga’ dei lettoni è avvenuta proprio dopo la grave crisi che ha colpito il Paese in contemporanea con gli Stati Uniti e l’Europa occidentale. L’85 percento della diminuzione decennale della popolazione attiva è avvenuto proprio tra il 2011 e il 2012, un dato che evidenzia una lenta uscita dalla crisi attraverso la diminuzione della percentuale di disoccupati. Nel periodo della crisi, la disoccupazione è salita di dieci punti al 18 percento (dato del 2009), mentre oggi è al di sotto del 15 percento. In questo scenario, non è difficile immaginare che il ricorso al lavoro informale sia una scappatoia appetibile per chi ha sofferto di più dalla crisi.

Nell’Europa meridionale e orientale si riscontra un alto numero di transazioni informali che riguardano l’acquisto di cibo, con punte del 41 percento in Bulgaria e del 36 percento proprio in Lettonia. Ma nei Baltici c’è anche un’alta preoccupazione verso la possibilità di essere colti con le mani nella marmellata, anche se questo tipo di prestazioni informali sono generalmente accettate come legittime alternative alla disoccupazione. Il fatto che il lavoro nero sia visto in una buona luce nei Paesi che hanno fatto il loro ingresso nell’UE dieci anni fa con l’allargamento a est è correlato alle pratiche di impiego. Infatti, in Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria e nei tre Paesi baltici la media dei salari ‘variabili’ in base ai risultati è del 10 percento, mentre in Spagna o nei Paesi Bassi questo tasso si aggira intorno al 2 percento.

Le cause del ricorso al lavoro nero, per quanto riguarda sia la domanda che l’offerta, sono varie, ma si concentrano soprattutto sul costo del lavoro o dei contributi previdenziali. La velocità dell’esecuzione e le connessioni personali sono cause minori e potrebbero anche considerarsi strutturali. Circa un intervistato su tre in Lituania ha detto di aver ricevuto uno scontrino per un valore inferiore all’acquisto, un metodo semplice utilizzato dai negozianti per alleggerire il carico fiscale sulle vendite. In un periodo di problemi finanziari, nel quale molte banche hanno rischiato il fallimento e sono state salvate dalle tesorerie statali, chi ha subito i danni più gravi sono proprio i clienti di questi istituti finanziari, che non hanno ottenuto sconti, anzi, si sono dovuti confrontare con la riluttanza da parte delle banche a rischiare prestiti con coperture poco affidabili.

Tra le cause della persistenza de lavoro nero ci sono sicuramente fattori culturali, sociali e storici, anche se il rapporto di Eurobarometro sottolinea come queste differenze si siano progressivamente assottigliate. In sintesi, il sondaggio della Commissione è un bollettino di guerra post-crisi. Il numero degli intervistati che hanno fatto ricorso al lavoro nero è lo stesso del 2007, ma alcune dinamiche sono cambiate, portando al peggioramento di alcuni Paesi nordici e alla riemersione dell’economia informale nell’est e nel sud dell’Europa. Il fatto che la forbice tra Lettonia e Paesi Bassi si sia chiusa è un segnale promettente per i Paesi baltici e per il resto dei Paesi della ‘Nuova Europa’, che a maggio potranno festeggiare dei limitati progressi nel settore dell’emersione del lavoro nero. Tuttavia, la disoccupazione in tutta Europa aumenta e la situazione economica non ostacola, anzi rischia di rendere sempre più accettabile, il ricorso alle prestazioni di lavoro informali.

 

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