sabato, Novembre 27

I 100 anni di Fedora Barbieri, la voce che incantò Toscanini Triestina di nascita, fiorentina d’adozione, mezzosoprano dalla voce bronzea, ha calcato le scene di tutto il mondo interpretando oltre cento personaggi. Nel racconto del figlio Ugo alcuni episodi della sua vita: dagli esordi, agli anni della guerra e della Liberazione, all’amicizia con la Callas, fino all’ultima esibizione nel 2000 nella Cavalleria Rusticana. In autunno le celebrazioni

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“‘Arturo Toscanini la stimava moltissimo, l’aveva ascoltata come Ulrica dell’incisione del Maggio del ’43, e conosciuta alla Scala per la Nona di Beethoven, quindi sapendo che la mamma era Azucena al Metropolitan di New York, il Maestro insistette per averla, il 27 gennaio 1951, perché interpretasse la sera stessa alla Carnegie Hall il Requiem di Verdi che il Maestro dirigeva nel cinquantenario verdiano. Quel giorno nel pomeriggio la mamma aveva cantato nel Trovatore e il Maestro la mandò a prendere con la sua auto. Lei si esibì insieme a Herva Nelli, Giuseppe Di Stefano e Cesare Siepi. Un trionfo di cui è ancora vivo il ricordo nell’ambito musicale”. Questo è uno dei tanti aneddoti che costellano la vita di  Fedora Barbieri, una delle più grandi interpreti  dell’opera lirica del ‘900, di cui il 4 giugno scorso ricorrevano i 100 anni dalla nascita, un altro riguarda la sua amicizia con la Callas. Di questo e di altro ancora ne abbiamo parlato con il figlio Ugo Barlozzetti, critico d’arte ed esperto  di storia militare. Prima però di riferire di questa chiacchierata a ruota libera, è opportuno ricordare chi è stata Fedora Barbieri. Triestina di nascita, fiorentina d’ adozione, Fedora approdò a Firenze avendo vinto una borsa di studio indetta dal Teatro Lirico. L ’esordio  il 4 novembre del ’40, al Teatro Comunale nei panni di Fidalma,  nel  ‘Matrimonio segreto di Cimarosa. Aveva 20 anni e la sera successiva, subentrando all’ultimo momento a Gianna Pederzini, vestiva per la prima volta i panni di Azucena nel ‘Trovatore’. 

Come compagni di corso Rodolfo Panerai, Gustavo Gallo, Mario Bianchi e Anna Ebbe, per amici Giulio Bechi, Giulkia Tess e in seguito Renata Tebaldi, Tito Gobbi, Bruno Bartoletti, Franco Zeffirelli. Anita Cerquetti,  Elena Souliotis, Elena Obrazova.Quell’inizio folgorante le aprì le porte dei più prestigiosi teatri d’Italia e del mondo. Il debutto alla Scala è del 1942, nella Nona di Beethoven, sotto la direzione di un altro ‘grande’ triestino: Victor de Sabata. Dal ’40 in poi e per lunghi anni ha calcato le scene  dei teatri di tutto il mondo, esibendosi in un vasto repertorio  che va da Monteverdi a Verdi, da Rossini, Donizetti, da Bizet a Mascagni  fa Mossorsky  fino a Pizzetti Vlad, Henze e Chailly, con diverse prime assolute e contribuendo- con la sua eccezionale voce di mezzosoprano e contralto  la sua presenza scenica e le tante incisioni fatte –  alla diffusione del belcanto  e del melodramma nel mondo, esibendosi sui maggiori palcoscenici con direttori del calibro di Arturo Toscanini, Wilhelm Furtwaengler, Victor de Sabata Gui Giuarnieri Maage Herbert von Karajan. Intanto, ha avuto come registi , oltre al conterraneo Giorgio Streheeler, Visconti, Enriques….Nel settembre del ‘43, era convolata a nozze con Luigi Barlozzetti, Direttore Amministrativo del ‘Maggio.

A Fedora non sono mancati i riconoscimenti, come l’onorificenza di Cavaliere della Gran Croce conferitale dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e  il Premio “San Giusto d’oro”, riconoscimento attribuito dai cronisti giuliani “ad una delle più grandi voci della lirica del Novecento”. A ciò si aggiunga che nel ’90, Fedora Barbieri festeggiava i cinquant’anni di carriera nel ruolo di Mamma Luciae all’età di settantun’anni, tornava  sulle scene per una nuova Cavalleria al Teatro dell’Opera di Lodz, in Polonia, con la regia del figlio Franco Barlozzetti, per rendersi conto della forza e del temperamento di questa  grande protagonista  della lirica. L’ultima sua apparizione è stata nel 2000, ancora nei panni di Mamma Lucia per i sessant’anni di carriera. Tre anni dopo, il 4 marzo 2003, si spegneva all’età di 83 anni a Firenze, la città che aveva scelto fin da ragazza. Se della sua straordinaria carriera  si è già accennato, dal figlio Ugo Barlozzetti, cerchiamo di saperne un po’ di più della sua vita vera,  dagli  esordi ai disagi della  seconda guerra mondiale, degli affetti familiari e della sua personalità.

 

Intanto, caro Ugo, tu non hai seguito le orme della mamma, perché?

In famiglia ne bastavano già tre, lei mio padre e mio fratello Franco, regista lirico e teatrale, dieci anni più giovane di me. Sono stato più attratto dalla storia, dalle tecniche di comunicazione visiva, e dai…soldatini., i miei silenti piccoli amici di tante avventure, da Pecos Bill a Garibaldi, a Napoleone. Ma ho seguito la mia famiglia con

Com’è che da Trieste, sua città natale, dov’è ancora oggi è particolarmente amata, tua madre si stabilì a Firenze?

Premesso che la famiglia era di origine emiliana, scelse Firenze perché era attratta dalla città prima ancora di aver vinto una borsa di studio. La mamma non ha mai dimenticato però il Maestro Toffolo direttore della Cappella Civica a Trieste che nel ’39 l’aveva invitata a cantare in Cattedrale per i riti del maggio dedicati alla Madonna, alcune arie:una di Stradella, il Pietà Signor di  Verdi e l’Ave Maria di Schubert. L’anno successivo, vista l’accoglienza ricevuta, fu chiamata a ripetere l’esperienza e un mese dopo, a giugno, faceva le valigie per Firenze. Iniziando la sua grande avventura artistica con l’entusiasmo dei suoi 20 anni. Ma, ricordando i primi passi,  le piaceva credere – diceva – che “ è stato il santo patrono di Trieste a darmi il viatico, a impartirmi la benedizione». Al debutto fiorentino  seguirono  altre interpretazioni, nel  Don Giovanni, ne Il ritorno di Ulisse in patria, nell’Orfeo di Monteverdi a Cremona, poi Siena e nel ’41, prima volta all’estero, in Polonia.

E poi la guerra. Di quegli anni terribili cosa  ti è stato raccontato  dai tuoi genitori?

La mamma mi ha raccontato di come rimase sconvolta dallo stato di prostrazione della popolazione tedesca nella città di Dresda, non ancora distrutta  dai bombardamenti, ove era vietato ridere ballare  stare insieme, anche in treno  c’era un clima di terrore e spavento dopo la battaglia di Stalingrado… quasi il presagio della catastrofe, eppoi mi è stato detto delle bombe riversate sulla città, dei gravissimi danni subiti in uno di questi bombardamenti dal Teatro Comunale, dove lavorava mio padre, dell’incendio che devastò parte del palcoscenico e delle attrezzature, poi circoscritto,  della volontà ’di resistere e  dello svolgimento – nonostante le incursioni aeree –  di un’Aida al Teatro Verdi, cui prese parte la mamma, la quale nell’intervallo tra un atto e l’altro, approfittava per allattare un fantolino: ebbene, quel neonato ero io (ero nato nell’ottobre ‘44 e i miei si erano sposati nel settembre ‘43). Raccontando di quel periodo mio padre ricordava la sua partecipazione attiva alla Lotta di Liberazione della città, con i  Gap, dei cecchini fascisti che sparavano dai tetti durante il periodo dell’insurrezione popolare dopo la devastazione dei ponti e la distruzione del centro storico ad opera dei nazisti in ritirata,  dei morti  ammassati in una  via del centro….Anni terribili quelli  durante i quali due nostri parenti partigiani in Emilia avevano perso la vita, uno  in combattimento, l’altro fucilato dai fascisti. Poi, finalmente l’avvenuta liberazione della città e la frenesia della “rinascita” e della ricostruzione, guidata dal  Sindaco comunista Mario Fabiani, amico di famiglia ….e della riapertura al pubblico del teatro, il 4 novembre del ’45, con la ripresa  dell’attività operistica  e concertistica.

E delle tournée liriche, in tutto il mondo.

Sì, ovunque. Al Metropolitan di New York  è stata ininterrottamente dal 50 al ’56, esibendosi  con i maggiori direttori d’orchestra, interpreti prestigiosi e un vasto repertorio. Ricordo da piccolo di essere stato condotto più volte  al Porto di Genova ad attendere il rientro del piroscafo che riportava la mamma da New York o dal Sud America dove ha cantato nei teatri di Rio de Janeiro, S.Paolo, Montevideo, Caracas, Buenos Aires, ovunque vi fosse una nutrita comunità d’italiani. Da quei Paesi  l’Italia importava  prodotti alimentari ricambiando con  l’esportazione della nostra cultura, principalmente del teatro lirico. Ricordava  di aver cantato  in quelle tournée con tenori  di grande prestigio come Mario Del Monaco ( nel Trovatore) e di aver incontrato attori allora in auge come Amedeo Nazzari. Altri importanti debutti all’Arena di Verona nel ’55 come  Carmen e poi al Wiener Staatsoper fu Amneris in Aida.

Tua madre ha cantato anche a Cuba?

Sì, nel ’56, e in varie  altre parti, penso a Santiago del Cile, in Florida,  a Vigna del Mar, pensa che a Vigna del  Mar, dove vivo era il ricordo che hanno di lei, vi è tornata per festeggiare il suo ultimo compleanno nel 2002. E anche a Pechino con Turandot.

Del suo rapporto di amicizia con Maria Callas si è già accennato. Come si conobbero?

Nel 1947 alla Fenice di Venezia per il Tristato e Isotta, ,mia madre era Brangania e Maria era Isotta, si ritrovarono poi al Colon di Buenos Aires per Norma. Hanno cantato insieme alla Scala più volte e ci sono incisioni al di Trovatore, Aida, Gioconda. A Firenze ricordo un concerto per la Croce Rossa a Palazzo Pitti e al Maggio Musicale Fiorentino in occasione di una ormai celebre interpretazione di Maria Callas nei panni di Medea, diretta da Leonard Bernstein, la mamma era Neris. Fra loro si creò subito simpatia, pensa che si parlavano in dialetto veneto, la Callas lo conosceva avendo sposato Giovanbattista Meneghini, importante imprenditore originario di Verona. Della Callas è stata compagna ideale in molte recite e incisioni discografiche.

Che tipo era la ‘divina’ Maria Callas?

Problematica, ma la mamma che era un tipo scherzoso, riusciva a farla ridere. Ci restò male quando seppe della separazione, ma ancor di più sentirla sola e isolata a Parigi, dove è morta nel ’77, quasi che le fosse stato fatto il vuoto intorno. Ne fu molto addolorata.

Quali erano le qualità che il mondo della lirica riconosceva a Fedora?

Più d’una, ma in particolare “ la parola scolpita nel bronzo” la sua chiarezza,  cosa che sarebbe piaciuta tantissimo a Verdi. Una voce bronzea, poderosa, bel timbro, ed estensione ampia, lei curava molto anche la scena, interprete esuberante e  intensa nei ruoli drammatici, ma capace di grande compostezza nelle opere più antiche.

So che ha donato l’intera sua collezione di abiti di scena e di gioielli al Museo teatrale di Trieste.

I costumi e gli adorni erano di sua proprietà, gli sceglieva accuratamente, così come trucchi e ceroni, usava quelli che usavano lo attrici del  cinema americano, ne avrebbe fatto volentieri dono anche al Museo del Costume di Firenze, ma  la cosa non andò in porto. Per questo centenario il Maggio aveva già in programma una minirassegna a lei dedicata e un francobollo speciale con annullo filatelico. Il coronavirus ha bloccato ogni attività. Le celebrazioni dovrebbero  tenersi in autunno. AlTeatro della Pergola è prevista anche una Mostra fotografica.

L’importante è che si facciano entro il 2020. Un’ultima domanda: che rapporto hai avuto con tua madre?

Rapsodico. Era spesso assente, ho cominciato a conoscerla e ad apprezzarla meglio durante l’adolescenza.

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