venerdì, Luglio 30

Hungry like the Wolf (of Wall Street) image

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THE WOLF OF WALL STREET

 

L’ultimo Martin Scorsese ha lasciato il segno, nel tessuto sociale. A mezza bocca si sentono mormorare commenti, negli uffici, in giro, sulle imprese del folle broker Jordan Belfort, ‘The Wolf of Wall Street‘ con la faccia di Leonardo Di Caprio e della sua straviziata banda di casi umani ossessionati dai soldi.

Intanto, il film fa ridere a crepapelle come i migliori Quentin Tarantino, ai quali è apparentato dalla rappresentazione caricaturale di una realtà che pochi conoscono per quella che è, dunque lascia spazio all’immaginifico spinto. Si ride fin dall’inizio, superato lo shock da spiazzamento, quando il regista piazza uno show da urlo dell’ex bel tenebroso Matthew Mc Conaughey, impegnato a spiegare al pivello Di Caprio i rudimenti del mestiere (Francesco Guccini avrebbe detto ‘cura di cinismo’), e poi via via l’ascesa e la caduta (forse) dell’eroe del film tra mille pazzie lisergiche e demenziali avventure sessuali e un po’ anche sentimentali.

Ciò detto, il film ha fatto discutere soprattutto per il ‘messaggio’ (ancora il messaggio?), che secondo i soliti custodi della morale, non sarebbe ‘correct’ dal punto di vista sociale, in virtù di un troppo benevolo sguardo sulle nefandezze del mucchio selvaggio di assatanati del dollaro, critica generalizzata, e sul ruolo puttanesco assegnato alle donne del film, salvo le austere (e brutte) tutrici dell’ordine.

Tutto vero, naturalmente, anche se esposto trenta metri sopra un cielo invaso dalle nubi tossiche della quantità post industriale di droga multitasking consumata dagli scellerati.

Ma si da’ il caso che la realtà di quegli anni di ebbrezza vissuti dai pirati di Wall Street fosse quella, e quelli i comportamenti allora vigenti, in quel bell’ambientino. Dunque che facciamo, torniamo alle critiche andreottiane alla Dolce Vita, perché sennò il Bene ci fa una brutta figura?

C’è una scena chiave, nel film. Verso la fine (non svelo niente, tranquilli) il poliziotto che sta alle calcagna di Di Caprio per inchiodarlo alle sue responsabilità, è ripreso mentre torna a casa, alla sua prevedibile vita modesta, viaggiando in underground attorniato da un’umanità desolata e ‘perdente’. Cosa starà pensando il tutore della legge in quel momento? Scorsese (secondo me) lascia intendere che il cervello dell’agente sia attraversato dallo stesso dubbio che duemila anni fa fece gridare a Cristo sulla croce: «Eli, Eli, lamma sabactanì?» Perché mi hai abbandonato, Padre mio? La suprema stimmate di una natura profondamente umana.

Insomma, la New York da bere che ci dipinge Scorsese è credibile nel suo registro grottesco, i personaggi sono irresistibilmente e canagliescamente comici, con una citazione particolare per il ciccione Jonah Hill, animale capace di bucare lo schermo rubando la scena addirittura al protagonista.

Alle eternamente preoccupate della descrizione degradante del ruolo delle donne in società mi sento di poter dire ancora una volta che, dando per scontato il taglio grottesco del film, nulla di nuovo e di non conosciuto emerge dalla rappresentazione scenica se non conclamate realtà, peraltro scevra di compiacimenti o  incoraggiamenti a seguire determinate linee comportamentali.

Ho sentito proprio ieri una bella intervista alla giornalista/scrittrice francese Marcelle Padovani, italianista di vaglia. Diceva che la cosa che l’ha maggiormente colpita, girando per l’Italia contemporanea, sono i discorsi delle adolescenti davanti ai licei. Si dicono attratte, per il futuro, da una brillante carriera di escort.

Ecco, questo è un problema serio.    

 

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