martedì, Maggio 18

Huawei: Londra ubbidisce a Washington, gli altri si vedrà La decisione di allinearsi alle posizioni di Washington in tema di 5G sembra rispecchiare quella che è la più generale vicinanza politica che tradizionalmente esiste fra gli Stati Uniti e un certo numero di Paesi

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Anche se non inattesa, la decisione delle autorità britanniche di escludere la società cinese Huawei (uno dei giganti del settore) dal mercato nazionale del 5G, ponendo fine agli acquisiti di componentistica da parte degli operatori alla fine di dicembre e imponendo agli operatori stessi di rimuovere le componenti oggi installate entro il 2027, è una decisione destinata a marcare un punto di svolta nel dibattito sul ruolo delle società di Pechino nelle reti infrastrutturali europee. Sebbene abbia acquistato visibilità solo in tempi relativamente recenti, è un dibattito in corso da tempo. Prima di giungere all’attuale bando (una possibilità di cui si parla almeno da gennaio), Londra ha introdotto, in passato, tutta una serie di misure restrittive, adottate in nome delle esigenze della sicurezza nazionale. Non si è trattato di una decisione indolore. Il costo dell’ultimo ‘ban’ è stato valutato dallo stesso governo di Londra intorno ai due miliardi di sterline mentre la somma dei provvedimenti adottati si tradurrà – secondo lo stesso governo – in un ritardo compreso fra i due e i tre anni nella piena implementazione della rete 5G, ritardo cui il solo ‘ban’ di questi giorni ha contribuito per almeno un anno.

Il fatto che la decisione britannica sia stata annunciata pochi giorni dopo la visita in Europa del Consigliere per la sicurezza nazionale statunitense Robert O’Brien (visita durante la quale è stata ripetutamente sottolineata la necessità di bandire Huawei dal mercato europeo del 5G)ha dato luogo a molte speculazioni. I pericoli rappresentati da un’eccessiva presenza cinese nel settore delle infrastrutture di telecomunicazione è da tempo uno dei cavalli di battaglia dell’amministrazione Trump. La decisione di non utilizzare tecnologia cinese per le reti TLC statunitensi è stata presa già nel 2012 dall’amministrazione Obama, che ha avviato anche le prime misure di sensibilizzazione nei confronti degli alleati. Dopo il suo arrivo alla Casa Bianca, Donald Trump ha rilanciato con forza questa strategia e l’ha appoggiata con un’attiva azione di pressione politica e diplomatica. Anche a seguito di tale azione, la tecnologia di Huawei e di ZTE è stata messa al bando delle reti cellulari (o, almeno, dalle loro parti più sensibili), fra gli altri, in Australia, Nuova Zelanda, Giappone e in numerosi Paesi dell’Europa centro-orientale, mentre anche in Germania la società cinese appare sotto attacco.

Da questo punto di vista, la decisione di allinearsi alle posizioni di Washington in tema di 5G sembra rispecchiare quella che è la più generale vicinanza politica che tradizionalmente esiste fra gli Stati Uniti e un certo numero di Paesi. Non sembra, quindi, casuale che oggi, fra i maggiori alleati europei, oltre alla Spagna, sia soprattutto la Francia a essere più cauta rispetto alla scelta di escludere la società cinese dal proprio mercato. Pur adottando varie forme di tutela verso un’eccessiva ‘invadenza’ dal partner tecnologico (ad esempio escludendolo dalla gestione di quelle che sono considerate funzioni ‘core’ della rete, prime fra tutte quelle che hanno a che fare con il trattamento di dati sensibili), Parigi ha, infatti, più volte annunciato di non intendere escludere Huawei dal settore TLC, né di considerare tale scelta come particolarmente pericolosa in termini di sicurezza nazionale. Anche Deutsche Telekom, il maggiore cliente di Huawei in Europa, si è detta contraria a ogni bando generalizzato contro i singoli fornitori. E’ però chiaro come, rispetto ai mesi scorsi, quando la differenza fra le posizioni europee e statunitensi appariva netta, lo scenario europeo sia, oggi, assai più variegato.

E’ quindi probabile che la decisione di Londra porti a un aumento della pressione USA perché altri Paesi prendano una posizione chiara sulla questione. Da alcune parti si ipotizza anche una revisione del ‘toolbox’ adottato lo scorso anno dell’UE per gestire il problema e che oggi molti considerano troppo ambiguo. Una maggiore percezione della ‘minaccia cinese’ (evidente anche in ambito NATO) concorre ad alimentare questo processo, né sembra che un’eventuale sconfitta di Donald Trump nelle elezioni di novembre possa affievolirla. La necessità di Joe Biden di accreditare le sue credenziali ‘anticinesi’ in una fase di acuto scontro geopolitico rischia, anzi, di accentuare la rigidità statunitense, senza dimenticare che un’ipotetica presidenza Biden, sarebbe molto più attenta dell’attuale a temi come quello dei diritti umani, rispetto a cui la posizione di Pechino presta il fianco a più di una critica. Gli estremi per cui il tema del 5G si trasformi nell’ennesimo fattore di tensione ‘strutturale’ fra Washington e Pechino ci sono, quindi, tutti e tratteggiano uno scenario rischioso specie i Paesi che – come l’Italia – hanno cercato sinora di allinearsi su una ‘via media’ non priva di ambiguità.

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