venerdì, dicembre 14

Huawei: lo scontro sino-americano diventa globale L’arresto di Wanzhou Meng, CFO di Huawei, riacutizza la tensione tra Cina e USA, ne parliamo con l’avvocato Stefano Mele esperto di Cyber Policy

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Il Canada ha arrestato Wanzhou Meng, CFO (Chief Financial Officer) e vicepresidente della Huawei Technologies, il colosso cinese leader nelle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione o ICT (Information and Communications Technology).

Larresto è avvenuto su richiesta degli Stati Uniti che intendono chiedere lestradizione. Domani è prevista l’udienza in cui il giudice deciderà se rilasciare la CFO della multinazionale cinese su cauzione. Sebbene la notizia sia stata ribattuta solo questa notte dalle agenzie stampa internazionali, il Ministero della Giustizia canadese ha fatto sapere che la Meng è posta in stato di fermo, a Vancouver, dal primo dicembre e i dettagli del suo caso sono stati tenuti segreti per ordine del tribunale. Il tabloid canadese ‘The Globe and Mail’, che ha annunciato la notizia, ha dichiarato che l’arresto è legato ad una presunta violazione delle sanzioni contro Teheran. Secondo gli USA, infatti, Huawei avrebbe inviato prodotti realizzati nel suolo statunitense in Iran, rompendo così le attuali normative sull’esportazione che lo impediscono. Già ad aprile, il ‘Wall Street Journal’ aveva riferito che il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti aveva aperto un’inchiesta su questa vicenda.

Non conoscendo le ragioni che hanno spinto Washington a richiedere l’arresto della Meng, almeno per il momento non possiamo qualificare giuridicamente in maniera corretta cosa è stato fatto e perché”, ci spiega Stefano Mele, avvocato esperto in diritto delle tecnologie e presidente della Commissione sicurezza cibernetica del Comitato atlantico italiano, che abbiamo contattato per capire quanto Huawei possa essere davvero un pericolo per la sicurezza nazionale americana e non solo. Normale domandarsi in virtù di quale strumento legislativo il Governo americano trattenga una cittadina cinese. “È chiaro che”, continua l’avvocato “se dovessero essere confermati i sospetti della violazione dell’embargo e, quindi, di vendita di materiale tecnologico all’Iran, dovremmo guardare in maniera molto attenta al contesto normativo internazionale per capire se questa reazione sia fondata oppure no”.

Questa mattina, Hawuei ha rilasciato una dichiarazione tramite la quale ha confermato che la Meng è detenuta delle autorità canadesi per volontà degli USA, ma le accuse per aver portato a termine tale atto non sono state specificate. «Alla società sono state fornite pochissime informazioni in merito alle accuse e non è a conoscenza di alcun illecito da parte della signora Meng», ha comunicato l’azienda cinese, «la società ritiene che i sistemi legali canadesi e statunitensi alla fine raggiungeranno una giusta conclusione. Huawei rispetta tutte le leggi e i regolamenti applicabili in cui opera, comprese le leggi e i regolamenti applicabili in materia di controllo delle esportazioni e sanzioni delle Nazioni Unite, degli Stati Uniti e dell’UE».

Insieme alla società cinese, si è fatta sentire anche lAmbasciata della Repubblica Popolare Cinese in Canada che, attraverso il proprio portavoce, ha rilasciato un comunicato sul sito web del consolato in cui dice che «la parte cinese si oppone fermamente e protesta con forza contro questo tipo di azioni che hanno seriamente danneggiato i diritti umani della vittima», ed esorta  entrambe le autorità nordamericane a «correggere immediatamente l’errore e ripristinare la libertà personale della signora Meng Wanzhou».

Anche il ‘Global Times’, quotidiano ufficiale in lingua inglese del Partito Comunista Cinese, ha reagito duramente all’arresto del CFO di Huawei, difendendo i principi con i quali l’azienda si muove sul mercato internazionale e attaccando il Presidente americano Donald Trump. «Con l’arresto, gli Stati Uniti stanno inviando segnali alla comunità internazionale che sta prendendo di mira Huawei», si legge nell’editoriale odierno, che poi prosegue con un’esortazione all’esecutivo mandarino «il Governo cinese dovrebbe aumentare linterazione con gli Stati Uniti ed esercitare pressione quando necessario. La Cina ha agito moderatamente, ma gli Stati Uniti non possono agire in modo avventato. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump dovrebbe frenare le attività ostili di alcuni americani che potrebbero mettere in pericolo le relazioni sino-americane».

Wanzhou Meng, 46 anni, oltre ad essere CFO e vicepresidente di Huawei, è anche figlia del fondatore dell’azienda, Ren Zhengfei. Circa sei anni, l’agenzia stampa britannica ‘Reuters’ ha pubblicato un’indagine sui legami della Meng e Huawei con un’altra azienda, la Skycom Tech Co. Ltd con sede ad Hong Kong, che ha tentato di vendere apparecchiature informatiche Hewlett-Packard (HP) a un operatore di telefonia mobile iraniano, la MCI (Mobile Telecommunication Co. of Iran), contravvenendo a tali sanzioni. “Ritengo che la Meng sia stata arrestata più perché figlia del fondatore di Huawei”, spiega Mele, che vede l’arresto “solo come una nuova mossa politica degli Stati Uniti”. È innegabile, però, il contributo della CFO di Huawei nel far crescere vertiginosamente i numeri dell’azienda cinese.

Huawei, infatti, è il più grande fornitore al mondo di apparecchiature di rete per telecomunicazioni e il secondo più grande produttore di smartphone. Nell’agosto scorso, ha fatto registrare un fatturato record, mettendo fine al duopolio Apple-Samsung sul fronte telecomunicazioni che durava da otto anni, superando proprio l’azienda americana fondata da Steve Jobs, anche se sarebbe la società sudcoreana quella a soffrire di più la concorrenza del colosso cinese. I dati, forniti da IDC (International Data Corporation), principale fornitore globale di market intelligence, illustrano come «l’arrivo di Huawei nella seconda posizione segna il primo trimestre dal 2010 in cui Apple non è stata la numero uno o due tra le società di smartphone in termini di quota di mercato. Huawei ha consegnato le spedizioni di 54.2 milioni di unità per passare alla seconda posizione con una quota di mercato record del 15,8%».

Secondo i dati diffusi dalla società cinese, lanno fiscale 2017 si è chiuso con un fatturato di 92.5 miliardi di dollari, con un incremento del 15,7% sul 2016, mentre l’utile netto è cresciuto del 28,1%, attestandosi a 7.3 miliardi di dollari.

Questi numeri aiutano a comprendere quando potente sia l’azienda cinese sul mercato internazionale. Fondata nel 1987, Huawei, ad oggi, è composta da 180.000 dipendenti ed opera in più di 170 Paesi in tutto il mondo. Come si legge sul sito ufficiale, la multinazionale cinese si definisce «società privata interamente di proprietà dei suoi dipendenti».

In Italia, Huawei è un marchio forte che, negli ultimi anni, si è guadagnato una enorme fetta di mercato, tanto da superare la Samsung per smartphone venduti nell’aprile scorso. Pier Giorgio Furcas, deputy general manager consumer business group di Huawei per l’Italia dal 2016, aveva già confermato a febbraio, durante un’intervista per ‘GQ’, come il nostro Paese rappresenti «il fatturato più importante per Huawei dopo la Cina». Huawei, inoltre, è leader di mercato in molti Paesi europei, asiatici e africani.

Huawei è senza ombra di dubbio una multinazionale molto forte, con ottimi prodotti e che sta soprattutto attuando politiche commerciali a livello globale molto competitive”, conferma l’avvocato Mele.

Negli ultimi mesi, però, alcuni Governi hanno vietato lutilizzo delle tecnologie prodotte dalla multinazionale cinese. Le agenzie di intelligence americane credono che Huawei sia legata al Governo cinese e che con le sue apparecchiature possa condurre attività di spionaggio. Nessuna prova, però, è mai stata fornita a sostegno di queste ipotesi e l’azienda, da parte sua, ha sempre smentito tali accuse.

Per tale ragione, lAmministrazione statunitense ha vietato gli acquisti governativi di dispositivi Huawei e negato l’aiuto del Governo a qualsiasi vettore che utilizzi apparecchiature Huawei: tutte misure per estromettere la società dal mercato americano. “Gli Stati Uniti ritengono che alcune aziende multinazionali che producono prodotti tecnologici venduti sul mercato occidentale, tra cui anche Huawei, siano in realtà molto vicine al Governo cinese e che, anzi, vengano sfruttate come ‘cavallo di troia’ per sottrarre informazioni”, chiarisce Mele, che puntualizza “stiamo assistendo, anzitutto, ad uno scontro sempre più duro tra le due principali potenze economiche per l’accaparramento del mercato tecnologico e delle prossime grosse commesse ,ad esempio, quelle sul 5G

Non solo, gli Stati Uniti hanno iniziato anche a fare pressioni sui loro maggiori alleati perché valutino azioni simili contro l’azienda mandarina. “Al di là se le accuse di spionaggio cibernetico attraverso questi prodotti siano vere o meno, non è certamente un caso che gli USA abbiano chiesto ad alcuni alleati europei, tra cui Italia, Regno Unito, Olanda e Germania, di non utilizzare tecnologia cinese e, in particolare, tecnologia di Hauwei e ZTE”, conferma l’avvocato.

Tra i Paesi filo-americani, Australia e Nuova Zelanda, hanno seguito le indicazioni trumpiane e hanno già preso provvedimenti. La prima ha vietato a Huawei di lavorare sulla rete nazionale di quinta generazione a causa di problemi di sicurezza, mentre la seconda non ha permesso ad una società di telefonia mobile l’utilizzo delle apparecchiature prodotte dall’azienda cinese.

Ieri, BT (British Telecom), gruppo di telecomunicazioni del Regno Unito, ha confermato che sta rimuovendo le apparecchiature Huawei dalle aree chiave delle sue reti 3G e 4G.  E all’inizio di questa settimana, Alex Younger, capo dell’M16, i servizi segreti britannici, aveva dichiarato: «dobbiamo decidere fino a che punto saremo a nostro agio con la proprietà cinese di queste tecnologie e di queste piattaforme in un ambiente in cui alcuni dei nostri alleati hanno assunto una posizione ben definita».

Ma è davvero così pericolosa Huawei? “Non abbiamo prove pubbliche di quanto viene affermato dagli Stati Uniti d’America”, risponde Mele, che continua “è chiaro, però, che i Governi dovrebbero non solo prendere atto di questo consiglio, ma, ove utilizzassero tecnologie cinesi, predisporre quantomeno dei controlli al fine di verificare se anche per loro vale questa stessa ‘certezza’ portata all’attenzione dell’opinione pubblica dagli USA.

La notizia dell’arresto della Meng arriva a pochi giorni dai colloqui e dalle dichiarazioni distensive provenienti dal G20 argentino, in cui sembrava potesse diminuire la presa del braccio di ferro commerciale intrapreso da Trump e dal suo omologo cinese, Xi Jinping. Ora, però, il conflitto sembra riprendere più forte di prima, tenendo conto anche delle parole del ‘Global Times’ che ha definito ‘attività ostili’ le misure di Trump. “L’arresto di Wanzhou Meng è indubbiamente un’azione molto forte da parte degli Stati Uniti, che inevitabilmente inasprirà i rapporti già molto tesi”, dice l’esperto in Cyber Policy, che prosegue “per quanto non ci siano ancora dettagli pubblici precisi, si può già oggi evidenziare come quest’azione sia in realtà solo un ulteriore strumento utilizzato dagli Stati Uniti per vincere il confronto per la supremazia commerciale nel settore tecnologico contro la Cina”.

Quanto accaduto in queste ultime ore, ovviamente, si è ripercosso anche sui mercati azionari. I prezzi delle borse asiatiche sono crollati dopo la notizia dell’arresto della Meng. L’indice Hang Seng di Hong Kong è crollato del 2,6%, mentre il giapponese Nikkei è sceso del 2,1%. Le azioni sono diminuite anche in Australia, Tawain ed in tutti gli altri mercati regionali.

Il fronte finanziario europeo non è da meno. Le tensioni diplomatiche tra Pechino e Washington si sono fatte sentire anche a Piazza Affari e tra le principali borse del continente che, in chiusura, hanno registrato ribassi superiori al 3%. Il FTSE Mib fa registrare un valore negativo del 3,80%, mentre FTSE Italia All Share del 3,64%. Male anche la borsa americana. Alle 17.50, ore italiane, l’indice di Dow Jones era sotto del 2,56% ed il NASDAQ dell’l, 56%.

 

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