domenica, Maggio 9

Hong Kong, Pechino non molla field_506ffb1d3dbe2

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«Fine immediata alle proteste illegali» e «sostegno totale dal Governo centrale di Pechino». Il Primo Ministro di Hong Kong, o Chief Executive come si chiamano i Premier nell’ex protettorato britannico, Chun-ying Leung tira dritto sulla strada della repressione di Occupy Central.
L’intervento dell’Esercito cinese è escluso. «Ho piena piena fiducia nelle nostre forze di polizia», ha dichiarato il Governatore della regione autonoma, escludendo le dimissioni come chiedono le migliaia di manifestanti che si battono per un voto libero, senza candidature controllate dallo Stato. Di notte si continua a occupare, nonostante la riposta degli agenti che, nel week end, hanno ferito decine di attivisti. Leung ha anche ammesso che il blocco della metropoli ha messo in crisi «alcuni servizi essenziali». Ma la linea non cambia: «Le attività dei dimostranti sono contro la legge. Gli affari di Hong Kong sono affari interni cinesi, quindi invitiamo i soggetti esterni a non interferire in alcun modo» ha chiosato la nomenclatura di Pechino, contestando gli inviti di Londra e Washington alla «moderazione».
Parole a vuoto, perché il vice Premier britannico Nick Clegg ha reso noto la sua intenzione di convocare l’Ambasciatore cinese a Londra per esprimergli «allarme» sulla gestione delle elezioni a Hong Kong del 2017. Il Premier inglese David Cameron continua a dirsi «molto preoccupato». Oltralpe, anche l’Eliseo segue i fatti di Hong Kong con «attenzione»: il Ministero degli Affari Esteri francese si è appellato al «rispetto del diritto di manifestare pacificamente». E, dall’Italia, la Farnesina auspica un «dialogo tra le per arrivare a una soluzione condivisa».
I leader della protesta (studenti e attivisti) di Hong Kong hanno chiesto di poter incontrare, in serata, Leung, annunciando anche che i luoghi occupati saranno chiamati Piazza della Democrazia. In piazza e per le strade i giovani che chiedono democrazia si scambiano slogan e programmi attraverso Firechat, l’applicazione per smartphone che va senza Internet, appoggiandosi a Bluetooth ed è stata scaricata 100mila volte, solo nella giornata di domenica.
Internet non funziona non perché bloccata dalle autorità, ma perché sovraccarica di accessi. La protesta di Occupy Central, insomma, corre sul web.

L’opinione pubblica segue con grande attenzione anche i bombardamenti Usa in Iraq e in Siria (22 nelle ultime 24 ore), che secondo l’americano Center for Strategic and Budgetary Assessment sono già costati quasi un miliardo, tra i 780 milioni e i 930 milioni di dollari.
Per combattere i jihadisti dell’IS (Stato islamico), a terra i peshmerga curdi hanno sferrato un’offensiva su tre fronti nell’Iraq settentrionale: a nord della città di Mosul, roccaforte dei terroristi, a sud della città petrolifera di Kirkuk, e nella città di Rabia al confine con la Siria. Le forze curde sono appoggiate della Coalizione internazionale degli Usa e dall’aviazione e dall’artiglieria irachena.
Nella notte, i caccia americani e arabi hanno colpito anche le postazioni dell’Is di Kobane (Ain al Arab, in arabo), città curda della Siria sotto assedio. Oltre 160 mila civili sono fuggiti dalla zona, cercando riparo oltre la vicina frontiera turca: 3 milioni di siriani, ha aggiornato l’ONU, sono rifugiati e registrati tra Libano, Turchia e Giordania dall’inizio della guerra civile nel 2011.
In Siria i fondamentalisti dell’IS sono contrattaccati anche dalle Forze di autodifesa curde (YPG), ma non mostrano cedimenti.  Gli insorti siriani dell’ Osservatorio nazionale per i diritti umani hanno annunciato la decapitazione, da parte dell’IS, di quattro combattenti curdi, tra i quali tre donne, vicino a Kobane: le teste delle vittime sono state esposte nella città di Jarablus.
Irridendo gli occidentali, lo Stato islamico ha diffuso in Rete la seconda ‘puntata’ dei setti episodi annunciati, del ‘talk-show’ con l’ostaggio britannico John Cantlie. Nel filmato, il giornalista in tenuta arancione dice al Presidente americano Barack Obama che la sua «strategia è prevedibile», evocandogli lo spettro del Vietnam: «Con i raid non guadagnerete terreno e il nuovo conflitto non renderà l’Occidente più sicuro».

Una notizia positiva per l’Amministrazione Usa è, in compenso, la firma a Kabul dell’Accordo bilaterale per la sicurezza (BSA), che, come programmato, permetterà a un contingente militare statunitense di restare in Afghanistan fino al 2024, per formare e assistere Esercito e Polizia locali. Un accordo analogo è stato sottoscritto, nella medesima cerimonia formale, con la Nato, come parte di una più ampia Partnership per la Pace. «In Afghanistan gli americani non devono ripetere l’errore commesso in Iraq, ritirando le truppe troppo frettolosamente», ha commentato il Premier indiano Narendra Modi, in visita negli Usa.
Per Obama, «una giornata storica»: «Il BSA ci fornisce il quadro legale per le missioni fondamentali, da compiere in Afghanistan dopo il 2014: colpire ciò che resta di al Qaeda e formare ed addestrare le forze di sicurezza nazionali». Ma i leader talebani non approvano: «L’ok del neo Presidente afghano Ashraf Ghan lo rende fantoccio di Washington».
Stretto tra l’Iraq e l’Afghanistan, l’Iran in allerta terrorismo ha deciso di prolungare la leva obbligatoria dai 21 ai 24 mesi a partire dal marzo 2015. «Un passo necessario», motivano i vertici militari, non per l’instabilità regionale, ma a «causa della bassa natalità negli anni chiamati a servire la Repubblica islamica».
Teheran ha anche annunciato di rifornire, a breve, il «Libano per l’emergenza dei miliziani jihadisti alla frontiera con la Siria», senza precisare tuttavia importo e contenuto della commessa. Nel mondo, intanto, monta la mobilitazione internazionale contro l’impiccagione della 26enne iraniana Reyhaneh Jabbari, condannata a morte per per aver ucciso l’uomo che stava tentando di stuprarla. L’esecuzione è stata rimandata di 10 giorni, ma la mobilitazione continua, anche con un appello a Papa Francesco.

Nell’Europa dell’Est, tornano le frizioni tra Nato e Russia. L’Alleanza atlantica che ha rafforzato i suoi presidi nelle ex Repubbliche sovietiche accusa Mosca di mantenere «centinaia di soldati, incluse le forze speciali» in Ucraina, seppur «dall’inizio del cessate il fuoco ci sia stato un ritiro significativo delle forze russe dal Paese».
Nonostante la tregua in corso, a Donetsk l’artiglieria dei ribelli ha sparato contro l’aeroporto locale, controllato dall’Esercito; alcuni civili sarebbero inoltre morti in un altro attacco filorusso nella regione di Lugansk. «Gli viluppi politici dell’accordo di Minsk per la pace sono stati incoraggianti. Ma alcuni punti essenziali del protocollo restano da applicare correttamente», hanno comunicato gli uffici di Bruxelles: per questa ragione l’UE ha deciso di mantenere in vigore le sanzioni economiche contro il Cremlino.
Mentre il Governo catalano, dopo l’altolà della Corte costituzionale, ha deciso di «bloccare in maniera cautelativa e temporanea» la campagna istituzionale per il referendum indipendentista del 9 novembre, l’Europa unita festeggia il calo del tasso d’inflazione annuo dell’Eurozona a 0,5% (ad agosto era a 0,4%): sintomo di una lieve ripresa.

 

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