martedì, Ottobre 26

Hong Kong: le catene di Pechino e la voglia d’indipendenza Vari settori della città sognano di poter dare a Hong Kong un assetto politico diverso, che la sganci dalla Cina, ma non è possibile delineare una strategia politicamente realista

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In questi giorni consacrati alla celebrazione del centenario del Partito comunista cinese, l’atmosfera di Hong Kong è stata particolarmente cupa. Mentre la governatrice Carrie Lam era a Pechino per le manifestazioni di regime in onore del partito unico, la città ha ricordato un altro avvenimento: la ricorrenza del passaggio di Hong Kong dall’amministrazione britannica a quella cinese. Tutto ciò, però, ha avuto luogo in un clima surreale, con la città controllata dalle forze di Polizia: uno schieramento imponente, di circa 10 mila persone, che è parso del tutto dissonante rispetto alle parole pronunciate dal vice-governatore John Lee nel suo discorso ufficiale.

Con l’intento di rassicurare la popolazione, il vice-governatore Lee ha ricordato che «i residenti continuano a godere della libertà di parola, della libertà di stampa, della libertà di riunione e di manifestazione e di altri diritti nel rispetto della legge». Di tutta evidenza non è così e la situazione sta sempre più peggiorando, dato che la promessa fatta nel 1979 da Deng Xiaoping al Regno Unito («un Paese, due sistemi») è sempre meno rispettata.
Ormai il sistema comunista sta imponendosi anche a Hong Kong, soprattutto in ragione del fatto che dal 30 giugno dello scorso anno è in vigore una legge che reprime la manifestazione del pensiero: è vietata ogni critica al governo di Pechino, certamente, ma anche e soprattutto ogni proposta politica mirante a una compiuta indipendenza.

Nonostante ciò, c’è chi ha voluto egualmente sfidare il regime. Molti attivisti a favore di una società libera sono scesi in strada e hanno aperto uno stand, per ricordare quanto sia iniquo il trattamento che la città sta subendo. La Polizia però è subito intervenuta e ha fermato il coordinatore diStudent Politicism‘, Wong Yat-chin. Anche da questo risulta chiaro come non vi sia una strategia facilmente percorribile ed efficace per chi, a Hong Kong, voglia difendere la civiltà e il diritto.

Questo è un punto cruciale. Lungo la sua storia, la città ha sviluppato una culturale peculiare, che intreccia tratti propriamente cinesi e altri, invece, occidentali e britannici. In particolare, gli hongkonghesi mostrano un forte attaccamento a una serie di valori di libertà che sono incompatibili con il partito unico comunista, l’economia pianificata e centralizzata, la censura sulle opinioni e il controllo dei rapporti sociali. Per tale ragione vari settori della città sognano di poter dare a Hong Kong un assetto politico diverso, che la sganci dalla Cina, ma non è possibile delineare una strategia politicamente realista.

Le primarie organizzate dai partiti anti-Pechino nel luglio di un anno fa avevano visto risultati significativi e avevano segnato un punto a favore del campo democratico e localista. L’opinione dei cittadini, però, non conta nulla: tanto più che sempre a luglio 2020 si è presa la scusa della crisi sanitaria per rinviare di un anno le elezioni, che adesso dovrebbero tenersi a settembre.

Il fatto è che la possibilità di avviare iniziative politiche è ridottissima, se non inesistente. Da tempo il regime incarcera quanti domandano il rispetto dei diritti di libertà, chiedono il mantenimento delle procedure democratiche e difendono il diritto ad autodeterminarsi. È significativa, al riguardo, la parabola di Demosisto, il partito fondato nel 2016 da Joshua Wong e Agnes Chow, due studenti che sono stati entrambi più volte arrestati e condannati per reati di opinione. Risultato? Nel giugno del 2020 l’organizzazione si è sciolta.

E così mentre in passato -almeno dal 2003- le strade della città si riempivano di persone che lamentavano il passaggio sotto il controllo della dittatura socialista cinese, quest’anno (come già nel 2020) le manifestazioni sono state proibite dalle autorità. Anche stavolta il pretesto usato è stata l’emergenza del Covid-19, ma tutti sanno come nei fatti la situazione politico-sociale sia esplosiva e come il destino di questa formidabile città sia a rischio.

Per decenni, Hong Kong è stata qualcosa di mirabile: un bellissimo incontro tra culture e la prova, senza dubbio, che ci sono taluni elementi della tradizione occidentale (a partire dalla questione dei diritti individuali) che possono essere apprezzati e riconosciuti ovunque, perché sono inerenti a ogni essere umano indipendentemente dalla sua lingua, dalla sua storia, dalla sua cultura. Questo miracolo sino-britannico adesso potrebbe essere del tutto spazzato via, perché il regime comunista sta dimostrandosi sempre più spietato e sta togliendo ogni spazio di libertà. Recentemente anche ‘Apple Daily‘ (un quotidiano popolare schierato a favore del diritto e della libertà) è stato costretto a chiudere, in applicazione della legge sulla sicurezza nazionale.

Molti abitanti della città sanno bene, allora, che la loro situazione è drammatica. Negli ultimi tre anni ogni protesta a difesa dell’autogoverno di Hong Kong ha generato soltanto incarcerazione e persecuzioni. Il rapporto di forze tra Hong Kong e la Cina (esattamente come quello tra il Tibet e la Cina) è tale che, se anche si riuscisse a costruire un compiuto consenso sulla richiesta di porre fine alla situazione attuale, l’esito più probabile di ogni battaglia politicarivoluzionariasarebbe soltanto un bagno di sangue.

È chiaro che la secessione di Hong Kong è l’unica soluzione, ma è pure evidente che essa sarà un miraggio fino a quando il sistema di potere di Pechino non crollerà su stesso. E un esito di questo tipo non sembra essere all’orizzonte.

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