domenica, Giugno 13

Hong Kong: la controrivoluzione ora si fa in Borsa e sui giornali in edicola Hong Kong Diary 2. Gli arresti, la nuova rivoluzione per la libertà ed il ruolo dei nuovi media popolari

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Dopo l’arresto condotto alla luce delle telecamere e con un inusitato dispiegamento di Forze dell’Ordine, il magnate dell’editoria Jimmy Lai  e la seguitissima attivista Agnes Chow sono stati rilasciati su cauzione. I due famosi leader del fronte favorevole all’autonomia di Hong Kong erano stati posti in stato di fermo in un gruppo di una decina di esponenti variamente alla guida o compartecipanti le manifestazioni contro l’introduzione e la applicazione della legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino. Per quanto riguarda Lai, nello specifico, l’accusa era di «collusione con potenze straniere». La cauzione per il rilascio è stata di 500mila dollari di Hong Kong, cioè quasi 55mila euro.

Nel frattempo, orchestrata soprattutto sui social e col tam tam tra persone, è partita una campagna di sostegno a favore della testata ‘Apple Daily’, di proprietà dello stesso Lai, tanto che si è raggiunta la cifra di 350mila copie in un solo giorno, cioè cinque volte la tiratura media giornaliera, subito dopo il rientro concesso ai dipendenti del giornale al proprio posto di lavoro. Ma non solo attraverso la campagna acquisti così poderosa delle copie in edicola è stata la strada evidenziatasi a sostegno del fronte anti-Pechino ma pure in campo borsistico, infatti, gli investitori hanno imitato quel che -a livello popolare- stava accadendo tra la gente di Hong Kong che ha deciso di comprare molte più copie del solito in edicola di ‘Apple Daily’, ovvero, hanno acquistato azioni di Next Digital, il cui valore è salito del 300%.

‘Apple Daily deve combattere’ titolava il giornale di Lai subito dopo l’arresto del suo editore. «La giornata di ieri non sarà il giorno più buio per l’Apple Daily», si legge nell’editoriale del giorno dopo l’arresto. «Le nuove minacce, la repressione e gli arresti continueranno a indurre paura in noi. Ciò non di meno, le preghiere e l’incoraggiamento di molti lettori e scrittori ci fa credere che finché ci saranno i lettori, ci saranno gli scrittori».

In una dichiarazione diffusa nell’immediatezza degli avvenimenti da parte della Casa Bianca, il consigliere per la Sicurezza nazionale, Robert O’Brien, ha chiesto a Pechino di «revocare immediatamente la legge sulla sicurezza nazionale e ripristinare lo stato di diritto a Hong Kong».

«Jimmy e i suoi colleghi sono voci potenti per i diritti e le libertà fondamentali che Pechino ha garantito alla popolazione di Hong Kong, ma che ora attacca in modo sistematico» – incalza – La legge sulla sicurezza nazionale di Pechino nega alla popolazione di Hong Kong i suoi diritti e libertà fondamentali e rafforza il controllo del Partito comunista cinese sugli affari interni di Hong Kong“. Forte preoccupazione per il caso di Jimmy Lai è arrivata ieri anche dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo, secondo il quale l’arresto è «un’ulteriore prova del fatto che il Partito Comunista ha sventrato le libertà di Hong Kong e i diritti del suo popolo».

Per gli esperti di cose locali e dell’area, l’arresto di Lai con così ampio dispiegamento di soldati, poliziotti, fotografi e telecamere aveva proprio lo scopo di raccogliere vasta eco nella popolazione di Hong Kong ma anche a livello mondiale, un ‘messaggio’ di Pechino, quindi, rivolto sia alle organizzazioni di Hong Kong che continuano ad operare in difesa della autonomia di Hong Kong dalla Cina e un contestuale messaggio al fronte dei Paesi che sostengono Hong Kong avverso Pechino, Stati Uniti prima di tutto.

Dopo le manifestazioni di luglio scorso, quelle che si sono svolte subito dopo l’annuncio dell’ingresso in vigore della legge sulla sicurezza nazionale voluta da Pechino, si è acclarato a livello mondiale il punto di non ritorno vero e proprio nelle relazioni tra Hong Kong e Pechino, con il disvelamento ulteriormente manifesto del vero ‘volto’ geopolitico della Cina nella ‘questione’ relativa al conglobamento definitivo di Hong Kong nel territorio della ‘Madre Patria’ cinese e quindi, la fine definitiva del precedente assetto racchiuso nello slogan ‘Un Paese due sistemi’.

I contatti tra gli operatori dei media nazionali e quelli esteri è fortemente limitato. Quello che è accaduto ad ‘Apple Daily’ -!in realtà- era già nell’aria, ad Hong Kong se lo aspettavano, prima o poi.

Prima che Pechino imponesse la legge sulla sicurezza nazionale a Hong Kong il 30 giugno scorso, il giornale aveva cercato di prepararsi alla possibilità che un giorno sarebbe diventato un obiettivo delle Autorità locali. Gli editori hanno lungamente discusso se dovessero essere distrutte le loro note di segnalazione dopo la pubblicazione di un articolo considerato sensibile. Hanno discusso i tipi di pezzi di opinione che avrebbero potuto metterli in pericolo legale. Hanno smesso di usare i sottotitoli su molte storie, proprio per proteggere i giornalisti.

Alcuni di essi, ora, si preoccupano per la sopravvivenza del giornale, ha detto Alex Lam, portavoce del sindacato del giornale e giornalista del team investigativo al ‘New York Times’.

«Abbiamo una nostra propria cultura che ci porta a voler istintivamente andare in soccorso dell’azienda quando è in difficoltà», ha detto. «L’attitudine ora è quella di affrontare insieme le sfide».

L’azienda ha organizzato briefing specifici su temi legali su come rispondere nel caso in cui la Polizia avesse fatto irruzione nella redazione. Poche ore dopo il raid, l’azienda aveva inviato un messaggio a tutti i dipendenti con i numeri di telefono dei suoi avvocati e le linee guida su quali informazioni non fossero tenuti a fornire alla Polizia. Si chiedevano se avessero dovuto trasferire le password ai loro dispositivi elettronici, tra altre cose.

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