sabato, Maggio 15

Hong Kong: il vero volto della repressione cinese Hong Kong Diary 1. Arresti di leader delle opposizioni democratiche, giornali chiusi, elezioni rinviate

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Mano sempre più dura da parte di Pechino su Hong Kong. Mano dura e pervicace che si applica su più livelli e che agisce sia in modo discreto sia in modo manifesto sia in modo eclatante. Come si temeva tra tutti coloro che hanno compartecipato i movimenti di protesta del fronte studentesco e non solo, ovvero dalla cosiddetta Rivoluzione degli Ombrelli del 2014 fino a quelle contro la legge sulle estradizioni e -nel 2020- quelle contro la totale e definitiva acquisizione alla “Madre Patria” cinese attraverso l’introduzione del nuovo regime legale parecchio più stringente circa la libertà di espressione a Hong Kong, la catena di arresti che vanno via via svolgendosi nell’ex Colonia britannica, sono la perfetta dimostrazione che il peggiore degli incubi paventati, è sempre più chiara e manifesta realtà.

Poi la Polizia di Hong Kong ha arrestato il noto attivista pro-Democrazia Agnes Chow, tra i fondatori -con Joshua Wong già leader della Rivoluzione degli Ombrelli– di Demosisto, il movimento che ha sempre sostenuto strenuamente l’autodeterminazione di Hong Kong, partito sciolto per imposizione di Pechino (esecutrice la Premier di Hong Kong Carrie Lam  gradita alla Cina), lo scorso mese di giugno.

L’ingresso della legge sulla sicurezza sulla scena di Hong Kong è il fattore catalizzatore della china negativa intrapresa nelle relazioni tra Cina e Hong Kong, sebbene la dizione ‘relazioni’ sia un inappropriato eufemismo, dato che la Cina sta facendo valere tutto il proprio peso nell’area.

Lunedì 10 agosto si è svolto un ulteriore punto di non ritorno. Una ponderosa operazione di polizia condotta contro tutti i simboli delle opposizioni di Hong Kong fin dal primo mattino. Gli agenti si sono presentati a casa di Jimmy Lai, un vero magnate dell’Editoria, notoriamente schierato a favore del fronte della protesta a favore della Democrazia a Hong Kong. Il mandato d’arresto è stato spiccato proprio sulla base della nuova legge sulla sicurezza nazionale di recente introdotta da Pechino. Contestualmente, un centinaio di poliziotti è entrato nella sede di Next Digital, società di proprietà proprio di Jimmy Lai e che edita il tabloid Apple Daily, anch’esso notoriamente a favore della protesta che veicola e sostiene la richiesta di autodeterminazione di Hong Kong, oltre che le sue aspirazioni di libertà d’espressione. L’arresto è stato molto ‘spettacolarizzato’ con frotte di poliziotti e telecamere che hanno ripreso tutta l’operazione e l’arresto in diretta social.

Jimmi Lay, in verità, era nel mirino di Pechino già da tempo. I media cinesi lo avevano già inserito in una black list composta da quattro nomi bollati come “nemici del popolo”, una specie di riproposizione storica della famosa “Banda dei Quattro” condannati in Cina dopo la morte di Mao. Jimmi Lay, 72 anni, nato nella Cina continentale, giunse nella Colonia inglese dove, negli Anni ’80, fondò una azienda di abbigliamento, di nome Giordano, attraverso la quale ha acquisito una notevole fortuna, successivamente -in parte- re-investita in una strat up intitolata Apple Daily, un tabloid caustico con sedi a Hong Kong e Taiwan. Fin dal 1989 Lai si è sempre schierato a favore dei movimenti che operano per la Democrazia a Hong Kong. Cosa che ha fatto partecipando anche in prima persona alle proteste in piazza, rendendo ben visibile -anche fisicamente- la sua adesione al fronte delle proteste anti-Pechino. Già a febbraio era stato arrestato, con altri esponenti di spicco del fronte democratico con l’accusa di partecipazione ad assemblea non autorizzata. Proprio in prossimità dell’entrata in vigore della nuova legge, Lai aveva rilasciato una intervista all’Agenzia Stampa Reuters nella quale affermava di sentirsi da tempo come un bersaglio ma -allo stesso tempo- ha espresso la sua ferma volontà di restare a Hong Kong. Il quotidiano di regime Global Times aveva definito nei suoi articoli i twitt di Lai, nel suo profilo aperto su quel social, vere e proprie “prove di sovversione”.

Lo scorso anno Lai aveva partecipato ad un tour negli USA insieme ad altri attivisti di Hong Kong, un tour durante il quale aveva incontrato il Segretario di Stato USA, Pence e la speaker della Camera, Pelosi. Da qui le accuse nei suoi confronti di collusione con forze straniere e di frode, come registrato dal South China Morning Post.

Sulla carta, la recente normativa di Pechino sulla sicurezza nazionale non dovrebbe essere retroattiva. Ma, nei fatti, Pechino evidentemente sta rivedendo anche questo aspetto. Anche due figli di Lai e due dirigenti di Next Digital sono stati arrestati, Hong Kong ha già confermato anche l’arresto di altri sette componenti vicini alla famiglia Lai, fermi che la Polizia ha definito tutti legati alla legge scritta per difendere la Cina da forze “secessioniste” e “sovversive”.

Lai è la principale figura della opposizione anti-cinese ma con lui sono finiti in stato di fermo anche diversi studenti del movimento pro-indipendenza tra i 16 e i 21 anni.

Dopo gli arresti di Joshua Wong, lo scioglimento di Demosisto e le manette per Agnes Chow, la Chief Executive Carrie Lam -causa Covid- ha rinviato di un anno le elezioni per il rinnovo del Consiglio Legislativo, il Parlamento locale, dove i Democratici erano dati per favoriti. Questo, molto probabilmente, vuol dire che Pechino si è concesso un anno in più per cristallizzare meglio la situazione di subalternità di Hong Kong rispetto alla ‘Madre Patria’ continentale.

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