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Hong Kong e la politica del fronte unito field_506ffb1d3dbe2

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Il 21 settembre del 1949, pochi giorni prima della fondazione ufficiale della RPC (Repubblica Popolare Cinese), Mao Zedong inaugurò la Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese (CPCPC), un’istituzione che comprendeva sia membri del PCC (Partito Comunista Cinese) sia «rappresentanti di tutti i partiti democratici e delle organizzazioni popolari della Cina, dell’Esercito Popolare di Liberazione, delle varie regioni e nazionalità del Paese, e i cinesi d’oltremare». Secondo Mao Zedong, la presenza di gruppi non comunisti era una prova della «grande unità del popolo della nazione intera».

Il primo ottobre dello stesso anno fu proclamata la RPC, con Mao Zedong come capo del governo e Zhu De, Liu Shaoqi, Song Qingling, Li Jishen, Zhang Lan e Gao Gang come vice presidenti. Questi nomi sono poco conosciuti al di fuori della Cina. Con l’esclusione di Zhu De, Gao Gang e Liu Shaoqi, gli altri politici erano non comunisti. Song Qingling era la vedova di Sun Yat-sen, il fondatore della RDC (Repubblica di Cina) e del Guomindang (il governo della RDC, dominato dal Guomindang, fu sconfitto dai comunisti di Mao nella guerra civile e si ritirò a Taiwan nel 1949). Li Jishen era un membro del Guomindang passato ai comunisti; fondò il Comitato Rivoluzionario del Guomindang, un partito filocomunista che sosteneva di rappresentare il «vero spirito» del Guomindang. Zhang Lan era il fondatore della Lega Democratica di Cina. La presenza di non comunisti nelle fila del governo della RPC era il risultato della politica del fronte unito del PCC.

La politica del fronte unito può essere definita come un matrimonio di convenienza in cui il PCC coopta tutti gli alleati possibili con lo scopo di sconfiggere un nemico comune. Originariamente, il fronte unito si riferiva all’alleanza temporanea fra il PCC e il Guomindang negli anni ’20 e successivamente negli anni ’30 e ’40. A quel tempo, il PCC era in una posizione di debolezza nei confronti del Guomindang, un partito dittatoriale che non permetteva la formazione di un’opposizione legale. Nel corso degli anni, il fronte unito divenne una parte strutturale delle politiche del PCC. Rafforzando il partito e l’esercito ad esso subordinato da un lato, e alleandosi con tutti gli «indecisi,» i filocomunisti, e i non comunisti non apertamente ostili al PCC dall’altro, il partito è riuscito a sconfiggere il Guomindang e a mantenere una leadership indiscussa dal 1949.

Dopo aver subito una crisi durante la Rivoluzione Culturale, la politica del fronte unito fu ripresa da Deng Xiaoping nel periodo delle riforme economiche degli anni ’80, con lo scopo di assorbire tutti gli elementi non comunisti che potessero contribuire allo sviluppo economico della nazione. Questo, però, non deve far pensare che il fronte unito sia una strategia democratica in senso stretto.

«La dittatura democratica del popolo» scrisse Mao Zedong nel giugno del 1949, «si basa sull’alleanza della classe operaia, dei contadini e della piccola borghesia urbana.» Secondo Mao, gli strumenti della rivoluzione erano «un Partito ben disciplinato, che sia guidato dalla teoria del marxismo-leninismo, usi il metodo dell’autocritica e sia vicino alla massa del popolo, un esercito sotto il controllo del suddetto Partito, e un fronte unito di tutte le classi rivoluzionarie e di tutti i gruppi rivoluzionari che accettino la leadership del suddetto Partito». Benché, da un punto di vista economico, la Cina abbia abbandonato lo statalismo sovietico e la lotta di classe del maoismo, da un punto di vista politico il PCC non rinuncia alla sua leadership suprema. Dall’era di Deng Xiaoping ad oggi, la Cina ha introdotto una serie di riforme di mercato. In questo contesto, il fronte unito ha assunto un’importanza nuova, e una funzione centrale nella coesistenza fra il PCC e le forze non comuniste. In particolare, il PCC ha fatto del fronte unito la strategia principale nei rapporti fra il governo di Pechino e Hong Kong.

Già nel secondo dopoguerra il PCC aveva cercato di aumentare la propria influenza sulla colonia britannica alleandosi con i grandi capitalisti cinesi della città e mettendo da parte l’deologia comunista praticata nella Cina continentale. Di fatto, l’atteggiamento del PCC nei confronti del capitalismo e della borghesia di Hong Kong differivano dalle politiche intransigenti e di stampo sovietico messe in atto nel territorio sotto il diretto controllo del partito.

La politica del fronte unito venne formulata in modo esplicito dopo la morte di Mao Zedong e l’ascesa al potere di Deng Xiaoping. Nel dicembre del 1978 la Terza Sessione Plenaria dell’11° Comitato Centrale del PCC abbandonò la strategia rivoluzionaria di Mao, che aveva portato al caos e alla violenza della Rivoluzione Culturale. Lin Biao e la Banda dei Quattro vennero fatti responsabili dei disastri e degli eccessi del passato. Il governo di Deng Xiaoping si distanziò chiaramente dai  concetti di lotta di classe e di rivoluzione perenne, e abbracciò invece lo slogan delle «quattro modernizzazioni La priorità della RPC non era più la realizzazione delle dottrine di Marx e Lenin, ma lo sviluppo dell’industria, dell’agricoltura, della difesa, e della scienza e della tecnologia.

Dal punto di vista ideologico, Deng Xiaoping ridusse l’importanza delle dottrine comuniste e puntò sempre di più sul nazionalismo. In particolare, uno dei suoi obiettivi più importanti era di «riunificare» la Cina continentale con Hong Kong, Macao, e Taiwan. Poiché queste tre aree avevano un sistema politico, economico e sociale diverso da quello creato dai comunisti nella Cina continentale, Deng Xiaoping cercò di creare un «fronte unito patriottico,» uno schieramento eterogeneo di cui poteva far parte chiunque non si opponesse al PCC e fosse pronto a cooperare sulla base di alcuni punti condivisi. Il concetto di fronte unito patriottico fu incluso nella nuova costituzione della RPC approvata nel 1982. Essa forniva la base legale del progetto di «un Paese, due sistemi» sui cui Pechino costruì la sua politica di riunificazione con Hong Kong, Macao e Taiwan.

Con la Dichiarazione Comune Sino-Britannica del 1984,  Londra si impegnò a cedere alla RPC la sovranità sull’ultima colonia asiatica di Sua Maestà. Dal 1985 al 1990, Pechino invitò vari rappresentanti della società di Hong Kong a partecipare al Comitato Costituente della Legge Fondamentale di Hong Kong, il documento base della futura Regione Amministrativa Speciale. Durante questo periodo vi furono intensi dibattiti a Hong Kong sul futuro assetto politico della città e sulle istituzioni da adottare dopo il 1997. Il PCC cercò di formare un ampio consenso attraverso la sua politica del fronte unito. Lo scopo era quello di assicurare il primato del PCC su ogni altra organizzazione politica di Hong Kong, di formare alleanze di convenienza con tutti gli individui e i gruppi disposti a cooperare. I sostenitori di Pechino erano numerosi, ma le voci critiche non erano di certo assenti. Ad esempio, alcuni membri del Comitato, fra cui Martin Lee, volevano il raggiungimento di una piena democrazia a Hong Kong. Lo scontro fra i filopechinesi appoggiati dal PCC e i filodemocratici, spesso sostenuti dall’opinione pubblica occidentale, prefiguravano l’assetto politico di Hong Kong dopo il 1997. Fino ad oggi, infatti, gli uni governano e gli altri fanno opposizione. Nel 1989, con la soppressione delle proteste studentesche di Piazza Tiananmen, Martin Lee fu espulso dal Comitato perché aveva sostenuto gli studenti.

In particolare, il PCC cercò di forgiare un’alleanza con i capitalisti di Hong Kong, e soprattutto con i grandi magnati. Essi, infatti, costituivano l’elite socio-economica di Hong Kong e, se integrati in maniera efficace nel fronte unito, avrebbero rappresentato un pilastro del nuovo governo della città dopo la fine dell’epoca coloniale. Nel 1992 i filopechinesi fondarono l’Alleanza Democratica per il Miglioramento e il Progresso di Hong Kong, che è ad oggi il maggior partito di Hong Kong. Esso è considerato un «partito ombra» del PCC.

Quindi, la strategia di Pechino è di cooptare tutte le persone influenti che possono poi guidare il resto della popolazione nella direzione voluta dal PCC. Il sistema elettorale di Hong Kong è, da questo punto di vista, basato non sulla rappresentanza, ma sul patronaggio. I gruppi socio-economici che godono di autorità vengono cooptati e premiati da Pechino. Ad esempio, varie associazioni religiose hanno rappresentanti nel comitato elettorale che sceglie i candidati per il ruolo di Capo dell’Esecutivo. Nonostante il PCC sia per definizione laico, esso presuppone che inserendo le chiese nel sistema del fronte unito esse influiranno sui propri fedeli. In questo modo, i membri delle chiese contribuiscono a mantenere l’ordine costituito e non mettono in discussione la dittatura comunista. Questo approccio è pragmatico nei confronti di chi vuol scendere a compromessi, ma intransigente nei confronti di chi sfida apertamente il regime. Chi non accetta il primato del PCC viene considerato un nemico della Cina che non ha «spirito patriottico» e vuole «dividere il Paese».

Il modo in cui opera la strategia del fronte unito si è visto chiaramente negli ultimi anni. Quando alcuni gruppi filodemocratici di Hong Kong formarono ‘Occupy Central‘, un movimento democratico che lotta affinché Hong Kong possa eleggere il proprio governo col suffragio universale, il PCC e i gruppi filopechinesi di Hong Kong hanno reagito isolando e condannando i membri dell’opposizione. Una delle accuse spesso mosse nei confronti dei membri di ‘Occupy Central’ è che non sono «patrioti». Il mese scorso, Pechino ha concesso a Hong Kong un suffragio universale truccato, anch’esso parte della politica del fronte unito. I cittadini potranno eleggere il Capo dell’Esecutivo, ma un comitato elettorale filopechinese selezionerà un massimo di tre candidati. Con ciò, il PCC spera di ottenere i favori di chi vuole più democrazia, mantenendo però il pieno controllo sul governo di Hong Kong. Zhang Dejiang, il presidente del Comitato Centrale del Congresso Nazionale del Popolo, ha espresso il concetto in modo chiaro ad alcuni delegati filopechinesi di Hong Kong. Secondo quanto riferito da Tien Puk-sun, membro del Nuovo Partito Popolare, sostenitore del PCC, Zhang Dejiang ha dichiarato che «i candidati per il ruolo di Capo dell’Esecutivo devono amare il Paese e Hong Kong» e che «non devono necessariamente amare il Partito Comunista o giurargli fedeltà, ma non possono opporsi ad esso o al suo regime monopartitico».

Mentre i partiti filopechinesi fungono da portavoce del PCC, accettandone la supremazia, i magnati di Hong Kong vengono corteggiati dal regime comunista con onori e benefici economici. Il 22 settembre, una delegazione di 70 fra le persone più ricche e potenti di Hong Kong ha visitato Pechino per partecipare ad un incontro con Xi Jinping. Fra i partecipanti vi erano Li Ka-shing, l’uomo più ricco d’Asia, e Robert Kuok, il proprietario del ‘South China Morning Post‘, il più diffuso quotidiano in lingua inglese di Hong Kong. Le parole di Xi Jinping si rifanno proprio al concetto del fronte unito, anche se egli non ha utilizzato questo termine. «Spero sinceramente,» ha detto il presidente della RPC, «che sotto la guida del governo centrale e del Capo dell’Esecutivo Hong Kong continuerà ad avanzare e creare un futuro migliore.»

Nel corso della storia del PCC, la politica del fronte unito ha sempre manifestato contraddizioni e tensioni. E il caso di Hong Kong non è diverso. Proprio mentre l’elite di Hong Kong era in visita a Pechino, 13,000 studenti partecipavano ad una marcia di protesta nel campus dell’Università di Hong Kong. Secondo la Federazione degli Studenti, che ha organizzato l’azione, anche professori e studenti dalla Cina continentale si sono uniti al movimento. Gli studenti chiedono che alle elezioni del 2017 i candidati vengano scelti dagli elettori e non siano preselezionati da un comitato elettorale vicino a Pechino. Il 25 settembre, gli studenti hanno protestato davanti a Government House, la residenza ufficiale del Capo dell’Esecutivo (durante il periodo coloniale, essa era la residenza del governatore britannico).

«Stiamo andando a Government House per dire a Leung [Leung Chun-Ying, l’attuale Capo dell’Esecutivo] che non si merita di stare lì, di essere il nostro Capo dell’Esecutivo e di governarci» ha dichiarato un manifestante. «Dovrebbe servire noi, non il Partito Comunista».

La sera del 26 settembre, gruppi di studenti sono entrati illegalmente nella piazza davanti alla sede del governo di Hong Kong. Il giorno seguente, ci sono stati scontri fra la polizia e i manifestanti. Almeno 34 persone hanno riportato lesioni e sono state ricoverate in ospedale. 13 studenti sono stati arrestati, fra cui il diciassettenne Joshua Wong, il fondatore del movimento studentesco Scholarism. Altre 61 persone non appartenenti ai gruppi studenteschi sono state arrestate sabato. Il governo ha rilasciato una dichiarazione ufficiale, intimando ai professori di non partecipare a o ad incoraggiare le manifestazioni. Le autorità hanno avvisato i professori che questi «dovranno accettare le responsabilità legali, nonché le conseguenze professionali e legate alle loro carriere» della loro partecipazione ad «attività illegali».

La politica del fronte unito di Pechino relega l’opposizione democratica ai margini della vita pubblica, la condanna e la delegittima con tutti gli strumenti a sua disposizione. Chiunque non accetti la leadership del PCC è, infatti, un nemico del popolo e della nazione.

 

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