mercoledì, Maggio 19

Hong Kong e la morsa di Pechino A diciassette anni dal ritorno alla Cina cresce l'influenza del governo comunista

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Nel 2007 Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, disse in un’intervista che la formula di «un paese, due sistemi» si era dimostrata un successo. «Alcune persone in occidente temevano che le strade di Hong Kong si sarebbero riempite di carri armati. Ma si sbagliavano. Hong Kong rimane una città stabile e prospera,» dichiarò allora il politico. Ma dal 2007 ad oggi molte cose sono cambiate. Le ingerenze di Pechino, già osservabili nei primi anni dopo il ritorno di Hong Kong alla Cina, Regione Amministrativa Specialesi sono intensificate e stanno dividendo la società della in due blocchi contrapposti: coloro che sostengono le politiche del governo centrale comunista, e coloro che vogliono un sistema democratico in cui i cittadini abbiano il diritto di eleggere i propri rappresentanti.

Il blocco democratico si è stretto intorno al movimento ‘Occupy Central, lanciato nel 2013 da Benny Tai, professore di legge all’Università di Hong Kong. Il movimento chiede che le elezioni del Capo Esecutivo di Hong Kong del 2017 si svolgano secondo il metodo del suffragio universale e con l’elezione diretta dei candidati. Al momento, il Capo Esecutivo viene eletto da un «comitato elettorale» di 1,200 membri che rappresentano vari settori dell’economia e della società civile, quali la finanza, il turismo, l’industria, il commercio, l’editoria etc. Inoltre, vi sono membri ex officio, come i deputati di Hong Kong al Congresso Nazionale del Popolo e alla Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese. Questo sistema è fatto in modo da favorire i candidati vicini a Pechino. Nel comitato elettorale del 2012 vi erano in tutto 852 membri filopechinesi e solo 173 filodemocratici. E’ evidente che in un sistema di questo tipo i sostenitori delle riforme democratiche vengono marginalizzati e di fatto non hanno alcuna influenza sulla politica della città. Fra i filopechinesi vi sono alcuni dei grandi magnati di Hong Kong, fra cui Li Ka’shing, l’uomo più ricco d’Asia, Lee Shau Kee, spesso definito «il Warren Buffett di Hong Kong», e Thomas Kwok, il più importante costruttore edile della città. Avendo interessi economici in Cina, molti membri delle elites, il cosiddetto «schieramento filopechinese», tendono a mantenere buoni rapporti con Pechino.

‘Occupy Central’ sta cercando di modificare questo equilibrio di forze. Se il governo di Pechino non dovesse concedere il suffragio universale nel 2017, manifestanti occuperanno in modo pacifico il centro finanziario di Hong Kong.

La reazione del governo centrale non si è fatta attendere. I media di Stato hanno lanciato una vera e propria campagna di diffamazione contro ‘Occupy Central’ e i suoi promotori. ‘China Daily‘, un giornale governativo, ha definito il movimento «illegale» e ha avanzato l’ipotesi di una congiura internazionale diretta contro la Cina. «La situazione presente a Hong Kong,» scrive il quotidiano, «fa pensare che alcune potenze straniere stiano utilizzando i loro mandatari per destabilizzare la Regione Amministrativa Speciale e sabotare lo sviluppo pacifico della nazione. La società di Hong Kong ha tutte le ragioni per aiutare [il governo centrale]a contrastare questi tentativi di sovversione, se non altro per il proprio bene.»

China Daily‘ ha diffuso stime secondo le quali ‘Occupy Central’ costerebbe all’economia della città 1.6 miliardi di dollari di Hong Kong al giorno, e che la borsa perderebbe 10 miliardi di dollari ogni ora a causa delle mancate transazioni finanziarie. «Sappiamo tutti,» scrive il giornale, «che ‘Occupy Central’ è una sfida aperta allo spirito dello stato di diritto su cui la stabilità e la prosperità di Hong Kong dipendono.» Secondo Shirley Yuen, direttrice della Camera di Commercio, molte imprese perderebbero fiducia nella stabilità di Hong Kong. «Non appena la reputazione di Hong Kong sarà rovinata, il suo futuro sarà a rischio.»

Nel 2013 Qiao Xiaoyang, presidente del comitato legislativo del Congresso Nazionale del Popolo, dichiarò che i candidati per il ruolo di Capo Esecutivo devono «amare la nazione e amare Hong Kong.» Nel giugno di quest’anno, il Consiglio di Stato cinese ha pubblicato un libro bianco in cui il governo di Hong Kong viene esplicitamente descritto come subordinato a quello centrale, il quale possiede «totale giurisdizione» sulla Regione Amministrativa Speciale. I poteri del governo di Hong Kong vengono delegati da Pechino il quale, a sua discrezione, potrebbe anche revocarli. Inoltre, il Capo Esecutivo deve essere nominato dal governo centrale e risponde a quest’ultimo.

Anche lo schieramento filopechinese di Hong Kong si è messo in moto per contrastare ‘Occupy Central’, lanciando campagne ‘Anti-Occupy’ e creando un gruppo chiamato ‘La maggioranza silenziosa per Hong Kong‘, il cui leader è Robert Chow, un ex conduttore radiofonico. Il 3 luglio è stata fondata l‘Alleanza per la Pace e la Democrazia, di cui fanno parte molti membri della ‘maggioranza silenziosa’. La loro strategia è duplice. Da un lato, essi hanno fatto proprie alcune delle tecniche democratiche di ‘Occupy Central’, fra cui le manifestazioni popolari, i referendum, e le petizioni; dall’altro, hanno dato via ad una campagna mediatica il cui scopo è di far apparire ‘Occupy Central’ come un movimento antidemocratico che vuole «ricattare» il governo centrale e che porterebbe ad una catastrofe economica e sociale.

Il 19 luglio l’Alleanza ha lanciato una petizione chiedendo a «tutte le persone che sostengono la democrazia e il suffragio universale, ma si oppongono alla violenza e a ‘Occupy Central’» di firmarla. Secondo Robert Chow, le firme raccolte sono state quasi un milione, un numero superiore alle quasi 800,000 firme del referendum di ‘Occupy Central’ a favore del suffragio universale.

Il 17 agosto, l’Alleanza ha poi organizzato una marcia ‘Anti-Occupy’ sullo stesso percorso della marcia del 1° luglio. Secondo i media cinesi, 190,000 persone hanno partecipato alla manifestazione, mentre le stime dell’Università di Hong Kong parlano di un numero fra i 79,000 e gli 88,000 partecipanti.

Ma i dubbi sull’integrità di queste iniziative rimangono. Il ‘South China Morning Post‘ parla di aziende che hanno espressamente chiesto ai loro dipendenti di firmare la petizione. Leung Chun-ying, il Capo Esecutivo di Hong Kong, ha firmato la petizione alla presenza di giornalisti, cosa che mette in discussione la sua imparzialità. Un ex ispettore della polizia di Hong Kong ha incoraggiato le forze dell’ordine a firmare la petizione, andando così contro al principio di neutralità della polizia. Inoltre, sono state avanzate accuse secondo le quali alcuni partecipanti alla manifestazione di agosto hanno ricevuto dei ‘regali’ in cambio della loro presenza.

Le pressioni da parte dell’establishment filopechinese sono una dimostrazione di come la società civile di Hong Kong sia soggetta al controllo da parte dello Stato centrale. Queste pressioni sono spesso molto più sottili, complesse ed efficaci della repressione violenta, poiché si avvalgono di mezzi economici, politici, e culturali.

E’ vero che dal 1997 ad oggi Pechino non ha usato misure coercitive per limitare le libertà dei cittadini di Hong Kong. Eppure, grazie ad un parziale controllo dei media, a varie riforme dell’istruzione, e all’importanza del mercato cinese, il Partito Comunista è di fatto riuscito ad influenzare l’opinione pubblica e a ottenere l’appoggio delle elites della Regione Amministrativa Speciale.

Ad esempio, i media di Hong Kong sono, da un punto di vista formale, relativamente liberi. Ci sono giornali filopechinesi come il ‘Dagongbao‘ e il ‘Wen Wei Po‘, ma anche giornali come l’‘Apple Daily‘, il cui proprietario, Jimmy Lai, è un oppositore dichiarato del Partito Comunista. Ma, come ha spiegato K.C. Chan, direttore esecutivo della rivista ‘Hong Kong Economic Journal’, lo stato comunista utilizza metodi indiretti per indurre i media a censurarsi. «L’influenza della forza del mercato cinese è come un enorme magnete,» ha detto. «Chi non segue il mainstream è considerato un ‘dissidente’. Dal punto di vista economico, questi media ‘dissidenti’ vengono puniti con una diminuzione delle entrate pubblicitarie. Dal punto di vista politico, vengono marginalizzati».

Il caso di Jimmy Lai dimostra come funziona questo meccanismo. Originario della Cina ma trasferitosi a Hong Kong a 12 anni, Jimmy Lai fondò la catena di abbigliamento ‘Giordano’ e divenne miliardario. Dopo la repressione violenta delle proteste di Piazza Tiananmen del 1989, egli entrò nell’editoria fondando il gruppo ‘Next Media‘, di cui ‘Apple Daily’ fa parte, con lo scopo di difendere la libertà di stampa. Dopo aver pesantemente criticato Li Peng, l’ex premier cinese, in un editoriale del 1994, molti dei suoi negozi in Cina vennero chiusi dalle autorità sotto vari pretesti, ed egli fu costretto a vendere ‘Giordano’. ‘Next Media’ è stata punita attraverso un boicottaggio da parte delle aziende di stato cinesi e delle aziende che hanno bisogno dell’appoggio di Pechino per entrare nel vasto mercato del paese. Di recente, HSBC Holdings e Standard Chartered, due banche multinazionali, hanno ritirato i loro inserti pubblicitari, si sospetta a causa della pressione di Pechino. In questo modo, i media possono essere resi meno critici e più vicini alle posizioni ufficiali del governo.

Un altro modo in cui Pechino ha cercato di controllare Hong Kong è stato attraverso vari cambiamenti ai curricula scolastici. In particolare, l‘insegnamento dell’identità nazionale e del patriottismo sono stati al centro di controversie, in quanto, come dimostrano alcuni studi, non viene fatta una chiara distinzione fra «l’amore per la patria» e «l’amore per il Partito Comunista». Nella società postcoloniale di Hong Kong, lo stato centrale vuole formare una nuova coscienza nazionale e, spesso, un senso acritico di appartenenza ad uno stato dittatoriale che la propaganda ufficiale dipinge come l’unico vero rappresentante della nazione cinese.

La penetrazione del governo centrale è dunque sempre più forte. Il mercato, i media, e la scuola sono gli strumenti che Pechino utilizza per instillare nella popolazione i propri valori in maniera graduale. Non è un caso che Chris Patten abbia di recente utilizzato delle parole molto diverse rispetto a quelle che usava solo qualche anno fa. «Secondo [la Dichiarazione Congiunta Sino-Britannica]gli abitanti di Hong Kong avrebbero goduto di un ampio grado di autonomia,» ha detto l’ex governatore. «Adesso il governo cinese dice di avere ‘completa giurisdizione’, cioè di poter fare tutto quello che vuole. Se è davvero così, che fine ha fatto l’ampio grado di autonomia?»

 

 

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