sabato, Maggio 8

Hong Kong e il suffragio con 'caratteristiche' cinesi field_506ffb1d3dbe2

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Da mesi ormai un braccio di ferro tra le forze filodemocratiche di Hong Kong e il governo di Pechino paralizza politicamente l’ex colonia britannica. Sin dal 1997, anno in cui la Gran Bretagna cedette alla Cina la sovranità su Hong Kong, le contraddizioni di questo matrimonio politico avvenuto dopo 150 anni di divisione si sono manifestate in modo sempre più evidente. Conscio delle diversità fra lo stato comunista e l’ibrido regime coloniale che i britannici avevano creato nella loro enclave asiatica, Deng Xiaoping escogitò il modello di «un Paese, due sistemi»: la Cina continentale avrebbe continuato a praticare il proprio sistema ‘socialista’, mentre Hong Kong avrebbe mantenuto la propria struttura economica capitalista, il sistema giudiziario e amministrativo, e lo stato di diritto ereditato dai britannici.

Nella Dichiarazione Comune Sino-Britannica, firmata da Margaret Thatcher per la Gran Bretagna e da Zhao Ziyang per la RPC (Repubblica Popolare Cinese), le due parti stabilivano che Hong Kong avrebbe goduto di un «ampio grado di autonomia» tranne che in questioni di politica estera e difesa, che avrebbe mantenuto le proprie leggi e avrebbe esercitato potere esecutivo, legislativo e giudiziario. L’articolo 45 della Legge Fondamentale, una sorta di costituzione della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, prevede che il Capo dell’Esecutivo venga «selezionato attraverso elezioni o consultazioni tenute a livello locale, e nominato dal Governo Centrale del Popolo». Il traguardo finale «è l’elezione del Capo dell’Esecutivo per suffragio universale,» ma viene specificato che i candidati dovranno essere nominati da un comitato elettorale «ampiamente rappresentativo» secondo «procedimenti democratici». Originariamente, il comitato elettorale era di 800 membri, ampliato a 1,200 con la riforma elettorale del 2010. Il comitato stesso è composto da rappresentanti di vari settori economici e sociali, nonché da membri ex officio. Esso è considerato un portavoce dell’establishment vicino al PCC (Partito Comunista Cinese). Nel 2011, il comitato aveva una larga maggioranza di membri filopechinesi.

In una decisione del 2007 il Comitato Centrale del CNP (Congresso Nazionale del Popolo), l’organo legislativo della RPC, aveva annunciato che le elezioni del 2017 avrebbero potuto essere svolte secondo il metodo del suffragio universale. I filodemocratici di Hong Kong erano, ovviamente, d’accordo con l’introduzione del suffragio, ma molti erano opposti all’idea che i candidati continuassero ad essere preselezionati da un comitato elettorale. Nel 2013, Benny Tai, professore di legge all’Università di Hong Kong, e altri intellettuali di Hong Kong, formarono un gruppo chiamato ‘Occupy Central‘ che si batte per una democrazia vera e propria, cioè in cui ogni cittadino abbia il diritto di votare i candidati che si presentano alle elezioni.

Ma il 31 agosto il Comitato Centrale del 12° CNP ha reso nota la sua decisione, da lungo attesa, sulla questione della riforma del sistema elettorale di Hong Kong per il 2017. Nel testo, il CNP ha spiegato che, come era già previsto, il prossimo Capo dell’Esecutivo verrà eletto con il metodo del suffragio universale. L’attuazione del suffragio universale, si legge nel documento, «rappresenta un passo storico per lo sviluppo democratico di Hong Kong e un cambiamento significativo nella struttura politica della Regione Amministrativa Speciale».

Il testo, però, ribadisce che i candidati per il ruolo di Capo dell’Esecutivo verranno selezionati da un comitato elettorale, simile a quello attuale per numero di membri, composizione e metodo di formazione. Il comitato potrà selezionare solo due o tre candidati. Ogni cittadino che si presenterà per la candidatura avrà bisogno dei voti della metà dei membri del comitato per essere accettato.

Questo è esattamente il nodo centrale del conflitto fra l’establishment filopechinese e i gruppi filodemocratici. In un’intervista, Benny Tai ha spiegato che il modello democratico proposto da Pechino è solamente di facciata. «Il tipo di suffragio universale di cui parla il governo è un suffragio con caratteristiche cinesi» ha dichiarato. «Ogni persona avrà il diritto di voto, ma per chi si potrà votare? Bisognerà scegliere fra i candidati approvati dal governo cinese. Ecco, questo è il tipo di suffragio universale con caratteristiche cinesi. Noi pensiamo che questo non sia un sistema elettorale all’altezza degli standard internazionali».

Per mesi, ‘Occupy Central’ si è battuto affinché Pechino accettasse il suffragio universale senza preselezione dei candidati. Ma la decisione del 31 agosto è stata un chiarissimo segnale. La leadership comunista non ha alcuna intenzione di scendere a compromessi su questo punto. Nessun candidato non gradito da Pechino potrà mai diventare Capo dell’Esecutivo. Il comitato elettorale è un meccanismo che mitiga gli effetti del suffragio universale in quanto esclude politici filodemocratici e ostili al governo centrale. Albert Ho, l’unico candidato filodemocratico alle elezioni del Capo dell’Esecutivo del 2012, ha dichiarato che con la regola del 50% in pratica non vi è più nessuna possibilità che un politico dell’opposizione venga incluso nella lista dei tre candidati.

Il giorno dopo la decisione del CNP, Benny Tai, chiaramente deluso e demoralizzato, ha sorpreso i suoi sostenitori dichiarando che ‘Occupy Central’ ha fallito e che il supporto dell’opinione pubblica è in calo. «A causa dell’atteggiamento pragmatico del popolo di Hong Kong, il numero di persone che prenderanno parte alla protesta potrebbe essere minore di quello che pensavamo». I toni, molto meno bellicosi che nel passato, fanno capire che Benny Tai non crede nella determinazione dei cittadini di Hong Kong, nel loro desiderio di lottare fino alla fine. Egli ha poi aggiunto che l’occupazione del distretto di Central avverrà in un giorno festivo in modo da non causare troppi danni all’economia.

«Ovviamente sono molto deluso,» ha detto Chan Kin-man, uno dei fondatori di ‘Occupy Central’, «ma ho già accettato la realtà. Volevamo cambiare l’atteggiamento di Pechino, ma la sua decisione non avrebbe potuto essere peggiore. C’è un abisso fra il suffragio universale vero e quello finto».  Ciò, però, non significa che il movimento sia già stato sconfitto, al contrario. Dopo lo shock iniziale, i filodemocratici hanno ribadito le loro posizioni e la loro fermezza nel continuare la lotta. «La battaglia non è ancora conclusa» ha detto Chu Yiu-ming, cofondatore di ‘Occupy Central’. «E’ troppo presto per rinunciare». Anche Benny Tai ha fatto sapere che non ha alcuna intenzione di darsi per vinto. «Non fermeremo ‘Occupy Central’ a causa della decisione di Pechino. La popolazione di Hong Kong deve prepararsi a combattere per i prossimi dieci anni».

Ma le difficoltà che il movimento si appresta ad affrontare sono enormi, se non del tutto insormontabili. Il Partito Comunista e l’establishment filopechinese formano uno schieramento compatto che possiede le risorse ideologiche, economiche e militari per arginare le correnti democratiche della Regione Amministrativa Speciale.

Sin dal principio, Pechino e i suoi sostenitori hanno tenuto una posizione intransigente nei confronti di ‘Occupy Central’ e del suffragio universale. In un editoriale apparso nel 2013 su ‘China Daily‘, organo di stato cinese, si legge che occupare Central, il cuore finanziario di Hong Kong, costituisce un’azione criminale. «Chiunque paralizzi le attività finanziarie nel distretto [di Central] e causi seri danni all’interesse pubblico bloccando il traffico o l’accesso ad importanti istituti finanziari rischia di compromettere l’ordine pubblico e la pace, cosa che, secondo l’Ordinanza sull’Ordine Pubblico, è reato». L’articolo sostiene che Benny Tai «e le sue coorti» vogliono negare ad altri il diritto di accesso al distretto e di condurre operazioni finanziarie, cosa che equivale ad una «violazione dei diritti umani».

I toni e le argomentazioni dei gruppi filopechinesi echeggiano questa interpretazione dei fatti. Molti politici, fra cui Li Yuanchao, vice presidente della RPC, e Carrie Lam, capo segretario di Hong Kong, hanno definito ‘Occupy Central’ «illegale», mentre Zhang Dejiang, presidente del Comitato Centrale del CNP, aveva dichiarato nel marzo scorso che importare la democrazia occidentale a Hong Kong avrebbe effetti «disastrosi».

Tung Chee-hwa, ex Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, ha lanciato un appello a tutti i cittadini affinché accettino la decisione del CNP. «Fra il 1997 e il 2017, un periodo di solo vent’anni, siamo passati da un sistema in cui un governatore ci veniva mandato dalla Gran Bretagna, ad un sistema in cui cinque milioni di elettori possono scegliere il loro leader. Questo è un grandissimo risultato» ha detto il politico. Rispondendo a chi critica la preselezione dei candidati, Tung Chee-hwa ha dichiarato che «ogni cittadino che ama Hong Kong e la patria è libero di ottenere l’appoggio dei 1,200 membri del Comitato Elettorale». Egli ha poi messo in evidenza che la riforma elettorale per il 2017 potrebbe essere migliorata in futuro se ce ne fosse la necessità.

Dal punto di vista tattico, i movimenti democratici sono in una posizione molto difficile. Economicamente, Hong Kong ha bisogno della Cina. Pechino può punire i media e gli imprenditori che si oppongono al regime comunista. Questo è ciò che è accaduto a Jimmy Lai, proprietario di giornali e riviste da sempre ostile al Partito Comunista. Di recente, alcuni sponsor hanno ritirato le loro inserzioni pubblicitarie dalle sue testate, secondo alcuni a causa di pressioni politiche. A giugno, il suo giornale ‘Apple Daily‘ è stato attaccato da hacker. E il mese scorso, ufficiali dell’ICAC (Commissione Indipendente Anticorruzione) hanno perquisito la sua abitazione. Questi sono solo alcuni episodi della lunga guerra fra Jimmy Lai e Pechino, ma dimostrano come il regime cerchi di intimidire chi gli si opponga.

Chris Patten, ex governatore di Hong Kong, ha di recente detto che la Gran Bretagna ha «l’obbligo morale e politico» di far rispettare alla Cina le sue promesse. La Gran Bretagna ha lanciato un’inchiesta per esaminare se la Cina stia contravvenendo alla Dichiarazione Comune Sino-Britannica. Ma, come ha ammesso Richard Ottaway, il presidente del Comitato per gli Affari Esteri britannico, il Regno Unito si trova «in una posizione debole». Esso, infatti, non ha alcuno strumento concreto per obbligare Pechino a onorare gli accordi. Come ci si poteva aspettare, le autorità cinesi si sono opposte a qualsiasi interferenza da parte di Londra. Il CNP ha avvisato la Gran Bretagna che le relazioni con la Cina potrebbero essere compromesse dall’inchiesta parlamentare. «Le questioni riguardanti le riforme politiche di Hong Kong sono esclusivamente affari interni della Cina che non ammettono interferenze dall’esterno», ha detto Qin Gang, portavoce del Ministero degli Esteri.

Rita Fan, ex membro del Consiglio Esecutivo sotto il governo di David Wilson e ora deputata del CNP, ha duramente criticato le parole dell’ex governatore britannico. «La Dichiarazione Comune Sino-Britannica non parla di suffragio universale», ha detto. «Spero che il signor Patten dia un’occhiata alla Dichiarazione Comune». In effetti, il concetto di suffragio universale è stato introdotto unilateralmente da Pechino nella Legge Fondamentale, specificando però che i candidati devono essere scelti sulla base di elezioni o consultazioni a livello locale.

Il potere economico e militare di Pechino e il fatto che né la Legge Fondamentale né la Dichiarazione Comune facciano menzione della scelta diretta dei candidati da parte degli elettori, sono i punti deboli dei movimenti democratici che, ad oggi, sembrano non avere gli strumenti legali e materiali per far valere le proprie posizioni.

 

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