lunedì, Ottobre 25

Hong Kong divisa fra Pechino e la democrazia I manifestanti continuano ad occupare il centro della città

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La crisi politica di Hong Kong continua ad inasprirsi. Dal 28 settembre migliaia di sostenitori dei movimenti democratici bloccano alcune delle zone centrali dell’ex colonia britannica, fra cui Admiralty, Central, e Mong Kok. I manifestanti vogliono che Pechino conceda a Hong Kong un suffragio universale vero e proprio e, per raggiungere il loro obiettivo, stanno tenendo sotto scacco le arterie vitali della metropoli, nella speranza che le autorità si arrendano alla pressione popolare e alla minaccia di un tracollo economico che la città subirebbe se le protreste dovessero protrarsi indefinitamente. Ma la ‘Rivoluzione degli Ombrelli, come è stata chiamata dai media a causa degli ombrelli utilizzati dai manifestanti per proteggersi dai lacrimogeni della polizia, sembra essere entrata in un vicolo cieco. Benché gli alti funzionari del PCC (Partito Comunista Cinese) di Pechino non si siano ancora pronunciati direttamente, sia il Governo di Hong Kong, che di fatto è un Governo ombra dei comunisti, sia i media di stato della Cina continentale hanno condannato le proteste e rifiutano di scendere a compromessi.

Il 31 agosto, il CNP (Congresso Nazionale del Popolo) di Pechino aveva annunciato che solo un massimo di tre persone possono candidarsi per il ruolo di Capo dell’Esecutivo alle elezioni del 2017, e che esse devono essere preselezionate da un comitato di 1,200 membri. I filodemocratici hanno criticato la decisione, in quanto il comitato è universalmente considerato vicino agli interessi del PCC. Questo «suffragio con caratteristiche cinesi» è, secondo loro, nient’altro che una truffa. I manifestanti vogliono che Pechino ritragga la decisione e che le nomine dei candidati siano pubbliche e trasparenti. Ma la posizione delle autorità rimane inflessibile. Domenica 12 ottobre, in un’intervista al canale TVB, Leung Chun-ying, l’attuale Capo dell’Esecutivo di Hong Kong, ha ribadito che i manifestanti non hanno «quasi nessuna possibilità» di convincere il Governo centrale a modificare la propria decisione. «Preferiremmo non dovere fare evacuare la zona» ha poi aggiunto, «ma se un giorno fossimo costretti a farlo sono sicuro che la polizia utilizzerà il minimo di forza necessario». I rappresentanti dei movimenti filodemocratici hanno criticato le dichiarazioni di Leung Chun-ying, la cui immagine ha subito un nuovo colpo la settimana scorsa, quando la testata australiana ‘The Age‘ ha rivelato che nel 2011 egli aveva intascato US$6.45 milioni da un’azienda australiana senza averlo dichiarato pubblicamente prima della sua candidatura. Alcuni parlamentari dell’opposizione hanno chiesto alle autorità competenti di aprire un’inchiesta. Leung ha, però, rifiutato di dimettersi. «Credo che le mie dimissioni non risolverebbero nulla visto che [i manifestanti]chiedono la revoca della decisione [sulla riforma elettorale]da parte del Congresso Nazionale del Popolo e la nomina pubblica dei candidati, cosa che è impossibile» ha detto.

Eppure, la settimana scorsa sembrava che la situazione di stallo potesse essere risolta. Mercoledì 8 ottobre, infatti, il Governo di Hong Kong aveva accettato di negoziare con i rappresentanti della Federazione degli Studenti, che ha ormai assunto un ruolo di leadership del movimento di protesta. L’incontro era previsto per venerdì. Già i primi contatti, però, avevano fatto intravedere che un accordo fra le due parti era molto difficile. «Siamo delusi e arrabbiati,» aveva detto Lester Shum, il vice segretario della Federazione. Il Governo si era infatti rifiutato di discutere del suffragio universale con nomine pubbliche, cioè il nodo centrale dell’intero movimento democratico.

La sera di giovedì 9 Carrie Lam, il Capo Segretario del Governo di Hong Kong, tenne una conferenza stampa che, originariamente, aveva lo scopo di informare l’opinione pubblica sui dettagli delle discussioni. Ma, in una mossa a sorpresa, annunciò che il Governo aveva deciso di cancellare le consultazioni con gli studenti. «Vi sono due condizioni per le trattative» disse. «Primo, la discussione si deve attenere alla decisione presa dal CNP. Secondo, non deve esserci il coinvolgimento di ‘Occupy Central‘. Sfortunatamente, i manifestanti hanno rifiutato questa proposta ragionevole e sono ritornati alle loro posizioni precedenti». Carrie Lam inoltre denunciò l’atteggiamento dei manifestanti, i quali avevano indetto nuove proteste per dimostrare la determinazione del movimento di disobbedienza civile. «La base per un dialogo costruttivo fra noi e gli studenti è stata compromessa». In realtà, gli studenti non avevano mai accettato la decisione del CNP né la piattaforma di dialogo proposta dal Governo. Anche se credevano che le discussioni non avrebbero portato a nulla, essi preferivano dialogare piuttosto che essere accusati di intransigenza. In questo modo, furono le autorità ad assumersi la responsabilità del fallimento delle trattative.

Agli occhi di gran parte dell’opinione pubblica, era infatti il Governo ad aver sbagliato. La cancellazione dell’incontro da parte delle autorità ha dato un nuovo impeto alle proteste. Mentre prima di venerdì il numero di occupanti era diminuito, la fine del dialogo ha riportato migliaia di manifestanti nelle strade. Nella zona di Admiralty, molte persone si sono letteralmente accampate sulle strade che fino a quindici giorni fa erano dominate dalle automobili e dagli autobus, e dormono in tende multicolore che sono diventate un altro simbolo delle proteste. La sera dell’11 vi erano già circa 300 tende.

La grinta dei manifestanti, però, non ha fino ad ora influito sulla posizione del Governo centrale di Pechino. Anzi, i media di Stato hanno inasprito i toni. Il ‘Quotidiano del Popolo‘, giornale fedele alla linea del partito, ha definito ‘Occupy Central’ una «tirannia della minoranza» che non ha paralleli nella storia del mondo. «Contro il volere della maggioranza di Hong Kong, il movimento illegale ideato da alcune teste calde ha bloccato il centro commerciale della città» scrive il quotidiano.

Le critiche dei media cinesi si sono poi intensificate a causa delle interferenze da parte degli Stati Uniti. Il 9 ottobre, la Comminssione Congressuale Esecutiva sulla Cina, un’istituzione del Governo statunitense che osserva gli sviluppi dei diritti umani in Cina, ha pubblicato un rapporto in cui si raccomanda a Washington di fare pressione su Pechino affinché essa protegga i diritti umani. Quest’anno, il rapporto si sofferma anche sulla situazione a Hong Kong. La decisione del Governo comunista di non concedere un vero suffragio universale «suscita preoccupazioni per il futuro delle fragili libertà e dello stato di diritto che distinguono Hong Kong dalla Cina continentale e su cui sono basate la reputazione e la ricchezza di Hong Kong» sostiene il documento. «Membri del Congresso e dell’Amministrazione devono sostenere la democrazia di Hong Kong attraverso incontri ai più alti livelli dello Stato e visite a Hong Kong». Hong Lei, portavoce del Ministero degli Affari Esteri cinese, ha duramente condannato il rapporto della commissione, definendo gli avvenimenti di Hong Kong un affare interno della Cina. «Il Comitato dovrebbe fare attenzione a quello che fa e dice, ed evitare di mandare segnali sbagliati su attività illegali come il movimento ‘Occupy Central’» ha dichiarato Lei, il quale ha fatto intendere che il rapporto potrebbe danneggiare le relazioni fra gli Stati Uniti e la Cina.

Il ‘Quotidiano del Popolo‘ ha reagito alle interferenze statunitensi proponendo la teoria che ‘Occupy Central’ sia stato fomentato proprio da Washington. «Come mai gli Stati Uniti sono così interessati alle ‘rivoluzioni colorate?» si chiede il giornale, riferendosi ai movimenti democratici di Paesi quali il Lebano, l’Ucraina e l’Egitto. «Gli Stati Uniti dicono di promuovere i ‘valori universali’ come la ‘democrazia’, la ‘libertà’, e i ‘diritti umani’, ma in realtà difendono semplicemente i loro interessi strategici, punendo i Governi che considerano ‘insubordinati’. Nella logica statunitense, un Paese è ‘democratico’ se amministra i propri affari secondo la linea voluta dagli Stati Uniti». Ma le intereferenze americane a Hong Kong, fa sapere il giornale, non hanno alcuna chance grazie alla «determinazione del Governo cinese a mantenere stabilità e benessere».

Oltre agli attacchi mediatici, ‘Occupy Central’ e i suoi sostenitori hanno dovuto fare i conti anche con movimenti di manifestanti che sono contrari all’occupazione della città da parte dei filodemocratici. Sabato 11, ad esempio, un centinaio di oppositori di ‘Occupy Central’ si sono radunati di fronte alla sede di ‘Next Media‘, il gruppo editoriale di Jimmy Lai, uno dei volti più conosciuti del movimento e da anni acerrimo nemico del regime di Pechino. Da giorni ormai manifestanti si recano nel quartier generale della società, nella zona di Tseung Kwan O, e protestano contro Jimmy Lai e i suoi giornali, bruciando anche fotografie del magnate dell’editoria di Hong Kong.

Le pressioni su Pechino, però, sono molte e provengono ormai da diversi fronti. Il 10 ottobre, il presidente taiwanese Ma Ying-jeou ha tenuto un discorso nel quale ha esortato il regime comunista a introdurre riforme democratiche. Egli ha proposto che Hong Kong assuma il ruolo di luogo di sperimentazione per la democratizzazione della Cina intera. «Trent’anni fa Deng Xiaoping, nel portare avanti le sue riforme economiche, propose che alcune persone si arricchissero prima di altre. Perché non fare la stessa cosa a Hong Kong e far sì che essa diventi democratica prima [del resto della Cina]?».

Queste parole hanno un significato particolare, in quanto la Cina considera Taiwan parte del proprio territorio e, quindi, non può denunciare tali dichiarazioni come un’interferenza dall’esterno. «Adesso che 1.3 miliardi di persone nella Cina continentale sono diventate moderatamente benestanti, è ovvio che vogliano più democrazia e uno stato di diritto. Questo desiderio non è mai stato un monopolio dell’Occidente, ma è un diritto di tutta l’umanità» ha detto Ma Ying-jeou, riferendosi alle teorie di Pechino secondo le quali la democrazia occidentale non è adatta alla Cina. Ma Ying-jeou ha deciso di lanciare questo messaggio durante le celebrazioni per l’anniversario dei 103 anni dall’Insurrezione di Wuchang (10 ottobre 1911), che portò alla caduta dell’Impero dei Qing e alla fondazione della Repubblica di Cina (RDC). Quando i comunisti di Mao Zedong rovesciarono il governo della RDC nella guerra civile, esso si ritirò a Taiwan, dove continua ad esistere fino ad oggi. Ciascuna delle ‘due Cine’ ufficialmente si considera l’unico legittimo governo di tutta la Cina. A differenza della RPC, la RDC ha un sistema politico democratico e aperto. I rapporti fra la Cina e Taiwan rimangono tesi, e il fatto che Ma Ying-jeou abbia rivolto un messaggio così forte proprio in un giorno così importante non è di certo rimasto inosservato a Pechino.

Gli studenti, intanto, dopo la delusione del mancato dialogo con il Capo dell’Esecutivo, si sono rivolti direttamente al leader supremo di tutta la Cina, Xi Jinping. La Federazione degli Studenti e Scholarism hanno scritto al leader comunista una lettera aperta. Nel loro messaggio, essi non hanno lanciato accuse contro il governo di Pechino, ma hanno dato la responsabilità dei mali di Hong Kong a Leung Chun-ying, sostenendo che questi abbia tratto in inganno il governo centrale. Il 15 luglio egli aveva infatti mandato un rapporto al CNP, sostenendo che la popolazione di Hong Kong fosse a favore della nomina dei candidati per il ruolo di Capo dell’Esecutivo attraverso un comitato elettorale. Secondo i leader studenteschi, «la decisione del CNP sulla riforma elettorale è il risultato del falso rapporto del Governo. Se il Governo fosse onesto nei confronti dell’opinione pubblica, avrebbe ammesso la propria colpa e, soprattutto, avrebbe incluso nel suo rapporto le reali aspirazioni dei cittadini di Hong Kong sulla riforma elettorale». La lettera degli studenti echeggia il vocabolario politico coniato da Xi Jinping, utilizzando termini come il ‘sogno cinese’, e citando la promessa del leader comunista «di acoltare il popolo, rispondere alle sue aspettative, e garantire uguali diritti di partecipazione e sviluppo».

Xi Jinping non ha risposto alla lettera e, fino ad oggi, non si è espresso pubblicamente su ‘Occupy Central’. Ma è probabile che il messaggio degli studenti sia stato inviato al politico sbagliato, e che le speranze dei giovani di Hong Kong siano mal riposte, se non del tutto ingenue. Per quanto oscure e segrete possano essere le camere del potere a Pechino, è ormai divenuto chiaro che Xi Jinping non è a favore di riforme democratiche, ma è, invece, un conservatore. Egli ha anche ripreso alcuni elementi dello stile di governo maoista, fra cui il culto della personalità.

Xi Jinping ha accentrato nelle sue mani un potere che nessun leader comunista dai tempi di Mao Zedong aveva avuto. Con le sue campagne anticorruzione, come quella contro Zhou Yongkang, egli ha eliminato i suoi maggiori rivali. E con le campagne contro blogger e attivisti ha portato sotto controllo internet. Secondo Hu Xingdou, professore all’Università di Scienza ed Ingegneria di Pechino, Xi Jinping «ha imparato da Mao la necessità di controllare qualunque cosa abbia a che fare con l’ideologia. Se internet è nelle mani del popolo, allora vuol dire che è fuori controllo».

Dall’inizio di ‘Occupy Central’ ad oggi, almeno 37 persone sono state arrestate nella Cina continentale per essersi espresse a favore del movimento democratico di Hong Kong. L’ultimo caso è quello dell’attivista Guo Yushan, accusato di avere «creato guai», nella terminologia molto vaga dello stato cinese che molti sospettano essere uno strumento che il governo usa per reprimere ogni forma di dissenso.

Il Segretario del PCC non sembra dunque la persona adatta a cui appellarsi per difendere i movimenti democratici di Hong Kong. Fa parte delle contraddizioni del ritorno dell’ex colonia alla Cina nel 1997 che gli studenti della città chiedano aiuto proprio al leader che fa arrestare dissidenti e sostenitori del movimento. Per il regime comunista, ‘Occupy Central’ rappresenta la più grande sfida alla legittimità del partito unico. Come può una dittatura tollerare al suo interno una regione democratica senza mettere a rischio le fondamenta stesse del proprio Governo?

 

 

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