domenica, Dicembre 5

Hong Kong dice basta all'avorio field_506ffb1d3dbe2

0

Hong-Kong-Will-Destroy-Its-Ivory-Stockpile-by-Incineration-421363-2

Hong Kong brucerà il 95 per cento delle sue riserve di avorio, uno dei bottini più ghiotti d’Asia pari a 32,6 tonnellate. L’operazione, che comincerà il prossimo giugno, durerà uno o due anni e viene incontro alle prolungate richieste da parte delle associazioni ambientaliste. Secondo le stime del WWF (World Wildlife Fund), la Cina costituisce il principale mercato per il contrabbando di ‘oro bianco’, attraendo il 70 per cento dell’avorio mondiale. L’ex colonia britannica, grazie alla suo status di porto franco e alla sua collocazione privilegiata lungo la costa meridionale del Paese di Mezzo, ha sempre funto da punto di snodo per le zanne illegali in arrivo dall’Africa.

Soltanto tra gli ultimi tre mesi del 2012 e i primi tre del 2013, il Porto Profumato ha confiscato oltre sei tonnellate di avorio per un valore di circa 50 milioni di dollari di Hong Kong (6,5 milioni di dollari americani). Il rapporto ‘Elephants in the Dust, The African Elephants Crisis’, realizzato dalla CITES (Convention on International Trade on Endangered Species), rivela che in Asia il numero dei sequestri su larga scala, ovvero di carichi superiori agli 800 chilogrammi, è raddoppiato rispetto al 2007 e triplicato dal 1998 a oggi, toccando un picco massimo nel 2011. Nel 2012 gli elefanti uccisi per alimentare il traffico di zanne illegali sono stati circa 22mila; ben 50mila lo scorso anno, secondo i numeri raccolti dall’organizzazione Hong Kong for Elephants. Una carneficina che si dice veda spesso protagonisti i miliziani arabi janjawid e il gruppo terroristico somalo al-Shabaab.

Il commercio internazionale di ‘oro bianco’ è stato dichiarato illegale nel 1989, dopo che la popolazione mondiale di pachidermi è precipitata in maniera drastica. A metà del Ventesimo secolo si contavano ancora milioni di esemplari; oggi nel Continente Nero pare ne siano rimasti tra i 420mila e i 650mila. Nonostante il divieto internazionale, vendite legali di prodotti in avorio sono ancora frequenti negli Stati Uniti, così come nell’ex Impero Celeste. Nel 2008 la CITES si attirò le critiche degli ambientalisti, dando il semaforo verde affinché 108 tonnellate delle zanne, prelevate in Africa da elefanti morti per cause naturali o abbattuti per vari motivi, venissero rivendute in Cina e Giappone, con la speranza di far scendere i prezzi e attenuare l’appetito dei bracconieri.

Tutt’oggi, in Estremo Oriente possedere oggettistica in avorio è sinonimo di prestigio, lusso e prosperità. Non a caso tra le Nazioni membri della cosiddetta ‘gang degli otto’ presa di mira dalle organizzazioni ‘verdi’, cinque appartengono all’area asiatica: Vietnam, Malesia, Thailandia, Filippine e Cina affiancano Kenya, Uganda e Tanzania. Come rivelato da una ricerca condotta dall’International Fund for Animal Welfare, nel 2011 oltre la Grande Muraglia si contavano 158 negozi di prodotti in avorio, di cui 101 senza licenza. Proprio pochi giorni fa l’emittente britannica ‘ITV News’ ha ripreso in esclusiva alcuni sale assistent di Hong Kong dare consigli ai clienti (in realtà giornalisti sotto mentite spoglie) su come contrabbandare i prodotti all’estero. Sull’isola l’import-export non dichiarato di avorio viene considerato fuorilegge, tuttavia i commercianti sono ancora autorizzati a vendere i pezzi risalente a prima del divieto internazionale del”89. Il che rende molto difficile distinguere la merce legale da quella proibita. Per sfilarsi dalla stretta delle autorità, molti amatori del settore si sono spostati su internet. Sebbene sul web le vendite siano ugualmente illegali, capita ancora frequentemente di trovare oggetti in avorio su siti specializzati in aste, antiquariato e collezionismo.

D’altronde, se è vero che la Cina fa da traino allo smercio illegale dioro bianco‘, è altrettanto vero che nessun altro Paese ha preso provvedimenti tanto radicali (anche oltreconfine) per cercare di reprimere il fenomeno. “Durante il suo discorso inaugurale il Presidente cinese ha dichiarato che tra le priorità della sua amministrazione ci sarà quella di rendere la Cina un membro responsabile della comunità globale“, racconta all’‘Indro’ Victoria Chin di Hong Kong for Elephants. “Data la massiccia attenzione a livello internazionale, non sono stupita che il governo cinese stia cercando di apparire quantomeno collaborativo. Sopratutto alla luce della Clinton Global Initiative, che dallo scorso anno cerca di coordinare gli sforzi dei governi e delle Ong per porre fine al bracconaggio e al consumo di avorio. Per di più, da quando ha assunto il suo incarico, Xi Jinping ha dimostrato tolleranza zero nei confronti della corruzione, e l”oro bianco’ è sempre stato un articolo largamente utilizzato per adulare i funzionari cinesi“.

All’inizio si era sperato in una riduzione ‘naturale’ del traffico di zanne di elefante, di pari passo con lo sviluppo dell’industria dell’avorio di mammut, considerato legale trattandosi di un animale estinto più di 4500 anni fa. Si parla di un business da 20mila dollari l’anno, che ha origine nella tundra della Russia e ha tra i suoi hub principali proprio Hong Kong. Ma le difficoltà logistiche relative all’estrazione (possibile solo in estate con lo scioglimento dei ghiacci), e sopratutto la qualità meno pregiata rispetto all’avorio di elefante, hanno finito per penalizzare la fioritura di questo mercato alternativo.

L’ultima manovra annunciata dal Porto Profumato delinea una svolta netta nel modo di gestire il bottino accumulato. 28 tonnellate di ‘oro bianco’ verranno bruciate, mentre le rimanenti saranno destinate «ad usi permessi», riporta la ‘Reuters’. Attualmente l’avorio sequestrato è custodito in quattro strutture governative segrete, sotto strette misure di sorveglianza, con tanto di guardie e telecamere a circuito chiuso. In passato si è preferito cederlo alle scuole per finalità educative, mentre l’ipotesi di darlo alle fiamme è sempre stata accantonata per timore di inquinare l’aria e perché, diciamocelo, distruggere un bene tanto prezioso sembrava a tutti un vero spreco.

Se non fosse che a un certo punto Hong Kong si è reso conto che le sue riserve di oro bianco– nonostante siano tra le meglio protette della regione – erano misteriosamente scese. «Nei Paesi dove viene rilevato l’ingresso illegale e la confisca di avorio, sopratutto quando si parla di ingenti quantità, c’è la reale possibilità – dati i costi per la sicurezza – che questo lo si ritrovi di nuovo in circolazione sul mercato», spiegava lo scorso marzo alla ‘CNN’ Naomi Doak, coordinatrice del ‘Greater Mekong Program’. Il problema principale risiede nel fatto che i trattati internazionali richiedono al governo di una nazione di dichiarare soltanto il peso delle zanne piuttosto che il loro numero. L’Agricolture, Fisheries and Conservation Department di Hong Kong ha affermato chiaramente che continuare a nascondere i depositi di avorio «comporta dei rischi alla sicurezza» e un notevole «peso a livello di gestione».

Ecco perché la decisione di distruggere l”oro bianco’ è sembrata improvvisamente la più ragionevole. Sopratutto dopo le iniziative analoghe degli Stati Uniti e della Repubblica popolare. Proprio ai primi di gennaio, nella città cinese di Dongguan si è tenuta una specie di cerimonia alla presenza di funzionari, giornalisti e ambientalisti, trasmessa persino alla tv. Sei tonnellate di oggetti in avorio sono stati ridotti in pezzi come monito «per scoraggiare il commercio illegale di avorio, proteggere la fauna e sensibilizzare l’opinione pubblica». Le autorità hanno fatto sapere che una parte verrà gettata via, la restante verrà ceduta ad un museo per essere conservata.

Problema risolto? Non del tutto. Stando a quanto avvertono alcuni critici, disintegrare le scorte potrebbe addirittura esacerbare il fenomeno del bracconaggio. Come spiega Tom Milliken dell’organizzazione TRAFFIC, «in Cina le risorse legali di avorio rimangono nelle mani della Chinese Arts and Crafts Association, che sebbene le acquisti per meno di 150 dollari al chilo, le rivende ad un prezzo enormemente gonfiato». Tanto per avere un’idea, il prezzo sul mercato nero di Hong Kong ha quasi raggiunto i 3000 dollari al chilogrammo e la scarsa reperibilità del materiale rischia di farne schizzare oltremodo il valore.

Per Milliker, l’unica speranza è che la Cina e la sua classe media cambino le loro cattive abitudini. E perché ciò avvenga è necessaria prima di tutto una corretta informazione. Si pensi che secondo un sondaggio condotto dall’IFAW (International Fun for Animals Welfare), nel 2007 il 70% dei cinesi ignorava che l’avorio provenisse da elefanti morti. La settimana scorsa Jeckie Chan, stella del cinema di Hong Kong, nonché Ambasciatore di WildAid, ha presentato a Londra una nuova campagna pubblicitaria che andrà in onda in prima serata sulla ‘CCTV’ (‘China Central Television’) al fine di dissuadere i cinesi dal comprare corni di rinoceronti. Chan ha dichiarato che prodotti di specie selvatiche sono stati a lungo uno status symbol oltre la Muraglia, ma che ormai le nuove generazioni cominciano ad essere più sensibili verso le questioni ambientali, così come lo sono diventate verso il fumo.

Un’inversione a U non è del tutto impossibile. Trent’anni fa il Giappone importava 500 tonnellate di avorio all’anno, mandando a morte 25mila elefanti. Oggi costituisce soltanto l’1 per cento del mercato mondiale.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->