mercoledì, Ottobre 20

Hong Kong, democratica 'per volere di Dio' La religione fa da collante tra le varie cordate interne alle proteste democratiche

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Sit In Protest Continues In Hong Kong Despite Chief Executive's Calls To Withdraw


Tra Cristianesimo e Comunismo non è mai corso buon sangue. Figuriamoci se di mezzo ci sono un’incombente Madrepatria ‘rossa’ e un satellite votato al capitalismo deregolato che ospita 480mila protestanti e 363mila cattolici. Nei giorni scorsi, mentre le marce di Occupy Central immobilizzavano le principali arterie di Hong Kong, fuori dai palazzi governativi di Tamar Park anche la Hong Kong Federation of Catholic Students protestava contro l’interpretazione del suffragio universale ‘con caratteristiche cinesi’.

«Tamar Park è distante dai punti di ristoro e gli studenti, per non fare troppa strada, finivano semplicemente per saltare i pasti», ha spiegato il Presidente della Federazione Francis Lam. Allora a dare vitto e alloggio temporaneo ai manifestanti ci hanno pensato le parrocchie metodiste, cattoliche e anglicane del Porto Profumato; gruppi di studenti cristiani si sono occupati della distribuzione di snack, mentre nei cortei crocefissi e bibbie hanno affiancato gli striscioni inneggianti alla democrazia. Secondo quanto dichiarato al ‘Wall Street Journal’ da Wu Chai-wai, pastore della Hong Kong’s Christian & Missionary Allience Church, più della metà delle 1400 chiese protestanti presenti nella regione amministrativa speciale ha collaborato alla mobilitazione democratica.

Il perché lo spiega aUCA news’ il politologo della City University of Hong Kong Joseph Cheng: «I cristiani di Hong Kong si sono resi conto che lo sviluppo economico non ha portato maggiore tolleranza religiosa. Nonostante un miglioramento del tenore di vita e l’apertura verso il mondo esterno, la tolleranza verso la cristianità non ha registrato alcuna svolta positiva, anzi negli ultimi due anni (con il ricambio della leadership cinese, ndr) le persecuzioni sono aumentate». La Cina, che non riconosce l’autorità del Vaticano, gestisce gli affari religiosi attraverso organi statali quali la Chinese Patriotic Catholic Association e il Three-Self Patriotic Movement, referente della Chiesa protestante nel Paese di Mezzo. Di contro il Vescovo di Hong Kong, il Cardinale John Tong, ha ricevuto il proprio incaricato direttamente da Benedetto XVI e mantiene stretti rapporti con la Santa Sede. Per lui ogni cattolico di Hong Kong «ha il diritto e il dovere di farsi coinvolgere» dalla politica.

Così se gli studenti rappresentano, ancora una volta, ‘l’avanguardia’ della coscienza nazionale per il cambiamento – è già avvenuto per il movimento studentesco del 4 maggio 1919; per la rivoluzione culturale (1966-1976) e le proteste di Piazza Tian’anmen-, tuttavia, la componente religiosa, a Hong Kong, sembra fare da collante tra le varie sigle dietro Occupy. Almeno tre dei leader della mobilitazione sono cristiani, da Benny Tai (autodefinitosi “teologo part-time”) al pastore battista Chu Yiu-ming, con tre decadi di battaglie pro-democrazia alle spalle e cofondatore con Tai di Occupy, passando per Joshua Wong, 17 enne, famigerato leader del movimento studentesco Scholarism, nato in una famiglia della middle-class hongkonghina e indottrinato alla carità fin dai primi anni di vita. 

Meno ‘repressiva’ della Repubblica Popolare ma meno ‘democratica’ di Taiwan, Hong Kong ha vissuto i recenti disordini come in un déjà vu. La memoria ricorre a quel breve interludio storico tra il 1966 e il 1967 agitato dalle proteste della Star Ferry per il rincaro dei biglietti dei traghetti e le violenze della Rivoluzione Culturale sconfinata nell’ex colonia britannica senza troppo successo. Esattamente dieci anni dopo, una sollevazione meno nota travolse la cattolica Precious Blood Golden Jubilee Secondary School. Accuse di corruzione ai danni della Preside costarono agli studenti l’epiteto di ‘facinorosi di sinistra’, ‘simpatizzanti delle Guardie Rosse’. La scuola fu chiusa, i professori licenziati, gli alunni espulsi. Ma i ragazzi ottennero l’appoggio di oltre 10mila persone e le prove evidenti di una capziosa comunione d’intenti tra il Governo e la Chiesa Cattolica. Una nuova organizzazione pastorale evangelica, la Breakthrough Youth Ministries, prese le difese del movimento studentesco facendosi megafono delle lamentele popolari: guidò le proteste contro l’aumento del costo degli autobus e le bollette troppo salate; scoperchiò nuovi casi di corruzione, spiccò severe condanne contro le autorità. Ci si cominciava a chiedere quale ruolo dovesse ricoprire il clero nel processo di transizione che da lì a qualche anno avrebbe visto Hong Kong tornare alla Cina (1997).

Con il massacro di piazza Tian’anmen le parole lasciarono il posto ai fatti. Migliaia di persone scesero in strada per denunciare la repressione del movimento studentesco; una lunga marcia che vide alla sua testa l’attivista Szeto Wah (di lì a poco tra i fondatori del Partito democratico di Hong Kong), affiancato da un movimento ecumenico ampiamente gestito dal reverendo Lo Lung Kwon. La stessa sinergia tra ‘sacro e profano’ la ritroviamo nel 2003, anno in cui la proposta di una legge anti-sovversione gettò l’ex colonia inglese nella più dirompente ondata di proteste anti-cinesi mai sperimentata dall’ex colonia britannica, almeno fino alla deflagrazione di Occupy Central.

«Questo è il punto. A Hong Kong gli studenti sembrano sempre essere i leader delle proteste. La Chiesa, invece, pare articolare i loro movimenti in una spinta teologica verso la giustizia», scrive sul suo blog Justin K.H. Tse, esperto di Cina e Cristianesimo presso la Jackson School of International Studies dell’ Università di Washington, «E’ come se queste teologie cercassero di dare legittimazione alle richieste democratiche degli studenti convincendo una società ancora timorosa dopo i disordini del ’67».

Intendiamoci, non che sia stato un percorso senza ostacoli. A livello microscopico la partecipazione delle organizzazioni religiose presenta una lacerazione causata dallo scontro tra forze opposte. Non tutti sono concordi sulla posizione da mantenere in merito ai movimenti di disobbedienza civile, «un principio contro la Bibbia», secondo il leader della Evangelical Free Church of China. Il dibattito in seno alla comunità cristiana ha accompagnato tutto il percorso di riavvicinamento alla Repubblica Popolare con strascichi ancora attualissimi.

Al tempo della dominazione britannica, il Governo di Hong Kong individuò nelle istituzioni ecclesiastiche un prezioso partner per arginare l’avanzata dell’ideologia comunista. Come si legge in
Hong Kong’s Tortuous Democratization: A Comparative Analysis” di Ming Sing, sulla base di istruzioni diramate da Londra, le autorità dell’allora colonia inglese «adottarono un piano strategico per prevenire la diffusione del comunismo a livello grassroot». Addirittura su diciassette membri del potente Educational Board, incaricato di redigere le politiche educative di Hong Kong, tre erano leader di chiese cattoliche (due) e protestanti (uno). Ritenuta dal Governo locale partner ideale nei servizi sociali, opere di carità e sostegno ai rifugiati, alla fine degli anni ’80, grazie all’appoggio di varie Ong, «la Chiesa gestiva il più vasto sistema di servizi sociali non-governativo, quasi due terzi dei servizi di Hong Kong, esclusa la sicurezza sociale». Intorno alla metà degli anni ’90 era ancora il secondo principale ‘datore di lavoro’ del Porto Profumato, importanti figure religiose sedevano nei comitati scolastici e amministrativi. In quegli anni la comunità cristiana contava 500mila membri, tra l’8 e il 9% della popolazione locale complessiva. Eppure la partecipazione democratica continuava ad essere limitata a organizzazioni cristiane di piccole dimensioni slegate dalle principali diocesi della città.

Un silenzio pagato a peso d’oro come suggerisce la dipendenza economica delle istituzioni religiose locali, inizialmente, dalle organizzazioni missionarie straniere (fino agli anni ’60), in seguito, dal Governo di Hong Kong e dalla comunità d’affari filo-cinese. Senza contare che proprio il presenzialismo dimostrato nelle attività filantropiche e di volontariato la Chiesa è sempre stato suscettibile ad un controllo costante da parte delle autorità della regione amministrativa speciale. «Circa il 40% delle scuole locali, il 60% dei programmi di servizi sociali e il 20% dei letti negli ospedali erano gestiti dalla Chiesa. La maggior parte dei costi, comprese praticamente tutte le spese di gestione, erano coperti dal Governo». Con il risultato che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, la subordinazione alla leadership di Pechino, mal digerita da taluni, spaccò la Chiesa a metà. Dal suo ventre molle emersero organizzazioni protestanti pro-democrazia non affiliate ufficialmente ad alcuna istituzione religiosa. Sono state sopratutto loro a cavalcare la mobilitazione sociale hongkonghina.

La situazione è piuttosto complessa a causa della delle molte tradizioni che influenzano lo sviluppo del Cristianesimo ad Hong Kong“, spiega a ‘L’Indro’ Alexander Chow, Dottore di ricerca in Teologia presso l’Università di Edimburgo ed esperto di Cristianesimo in Asia Orientale, “Chiese Protestanti e Cattoliche hanno una lunga tradizione di partecipazione sociale che deriva, a seconda dei casi, dall’insegnamento sociale cattolico di Tommaso D’Aquino, dalla teoria luterana dei ‘due regni’, dalla comprensione calvinista/riformata del rapporto tra Chiesa e Magistrato, o dalla teologia anglicana sociale che ritroviamo in William Temple e Rowan Williams. Tutte queste tradizioni hanno incoraggiato la cooperazione con il Governo coloniale di Hong Kong prima e la nascita di forme di servizi sociali legati ad istituzioni ecclesiastiche. Dopo il 1997, la nuova legislazione ha fatto sì che la Chiesa cattolica e tutte le Chiese riconosciute abbiano perso i loro rapporti privilegiati con le autorità della SAR (Regione Amministrativa Speciale). Nel caso delle chiese fondamentaliste evangeliche e pentecostali/carismatiche (non appartenenti alla linea principale), la tradizione teologica era legata più alla comprensione pietistica, incentrata meno su questo mondo e più sull’aldilà. Queste Chiese tendevano, pertanto, ad avere un approccio maggiormente separatista dal Governo e dal sociale. Inoltre, prima del 1997, molte Chiese protestanti non mainline hanno tentato di associarsi alle cosiddette ‘chiese sotterranee’ (che rifiutano di registrarsi presso l’Associazione Cattolica Patriottica controllata da Pechino, ndr) secondo le quali il TSPM comprometteva la parola di Dio a causa della sua partnership con il Governo. Ma dopo il ritorno di Hong Kong alla Cina, parte del pessimismo nutrito per le autorità comuniste si affievolì e molte diocesi si legarono a loro volta al TSPM. Tutto questo per dire quanto sia stata multiforme, e basata su una vastità di espressioni teologiche, la risposta del Cristianesimo al Governo. La democrazia è una delle varie declinazioni della teologia sociale di molte Chiese attive a Hong Kong“.

Nonostante la serrata censura esercitata sui media cinesi, pare che molte Chiese ‘intellettuali urbane’ della mainland legate al weiquan, gruppo fondato da avvocati per la difesa dei diritti umani, stiano seguendo la situazione con grande interesse. Come ricorda Chow, a partire dagli anni ’90 il Protestantesimo ha progressivamente fatto breccia nella borghesia urbana della Cina continentale. Addirittura, secondo recenti proiezioni, entro il 2030 la Repubblica Popolare dovrebbe riuscire a sorpassare gli Stati Uniti per numero di cristiani. Sotto l’effetto assordante dei grandi numeri, quello che troppo spesso sfugge alle cronache è la vibrante partecipazione dei circoli religiosi ad alcune questioni particolarmente controverse: Stato di diritto, costituzionalismo e società civile. “Alcuni leader delle ‘chiese sotterranee’ cinesi stanno cercando con difficoltà di seguire gli accadimenti di Occupy Central attraverso VPN, ma non hanno comunque rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale“, ci dice Yang Fenggang, Direttore del Center on Religion and Chinese Society presso la Purdue University. Uno di quegli anelli mancanti che impedisce alle proteste di raggiungere la Madrepatria.

 

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