sabato, Maggio 8

Honduras, la sfida del lempira field_506ffb1d3dbe2

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Quando il nuovo Presidente dell’Honduras, Juan Orlando Hernández ha assunto ufficialmente l’incarico, il 27 gennaio, sapeva di ereditare dal suo predecessore, Porfirio Lobo Sosa, un Paese in difficoltà. Non solo per le proteste che, a due mesi dalle elezioni del 24 novembre, proseguono sotto la guida della candidata del partito LIBRE Xiomara Castro e di suo marito, l’ex Presidente Manuel Zelaya. È la stessa economia nazionale a dare motivi di preoccupazione.  Nell’agosto scorso, sul finire della Presidenza di Lobo, il Fondo Monetario Internazionale segnalava infatti la «necessità di rimanere vigili sugli sviluppi monetari per assicurarsi che l’espansione del credito avvenga moderatamente, in modo da contribuire anche al rafforzamento della posizione del settore estero».

Perché, in effetti, le proiezioni illustrate dal FMI nello stesso comunicato indicavano una crescita economica del 3%, in calo rispetto ai livelli del 2012, con un leggero aumento del deficit nel conto delle partite correnti, «riflettendo la maggior debolezza commerciale ed il volume inferiore di esportazioni di caffè». Quel che non compariva era l’insoddisfazione dell’organizzazione internazionale per l’incapacità dimostrata dall’amministrazione honduregna nel raggiungere gli obiettivi concordati nell’ottobre 2010, quando la prima concesse un finanziamento di 18 mesi per un equivalente di 208 milioni di dollari. Frutto di due programmi congiunti (Accordo Stand-By e Servizio di Credito Stand-By), il finanziamento era volto ad «appoggiare gli sforzi del Paese orientati al ristabilimento della stabilità macroeconomica ed avanzare nell’implementazione di riforme economiche coerenti con gli obiettivi di crescita e riduzione della povertà in Honduras». Dopo il colpo di stato del 2009, infatti, il FMI aveva calcolato una riduzione del PIL reale pari al 2%, con un deficit rispetto allo stesso PIL del settore pubblico in aumento dall’1,7% dell’anno precedente al 4,6% e le riserve internazionali lorde calate di 360 milioni di dollari. La situazione, spiegava il FMI, era legata in particolare al «forte aumento delle spese del Governo centrale ed al peggioramento della posizione finanziaria delle imprese del settore pubblico e dei fondi pensionistici».

Si trattava, in altre parole, di evitare che la complessa congiuntura politica potesse far crollare l’economia del Paese, che tuttavia, durante la Presidenza Zelaya, aveva dato buone prove di crescita. Perciò veniva elaborato un piano macroeconomico volto ad «ottenere una crescita del PIL reale del 3,5%-4% tra il 2011 e il 2012. L’inflazione si manterrebbe sotto il 6%. Il deficit globale del settore pubblico si ridurrebbe al 3,7% del PIL nel 2010 ed al 3,1% del PIL nel 2011, mentre il debito pubblico si manterrebbe in una proporzione inferiore al 30% del PIL». A questo si aggiungeva l’aspettativa per il mantenimento del deficit nel conto delle partite correnti «nell’ordine del 7% del PIL». Piano in parte formalmente rispettato, se si considera che i dati del Fondo Monetario indicavano, nell’aggiornamento dell’ottobre 2013 del ’Regional Economic Outlook’, un tasso di crescita in aumento dal 3,7% del 2010 al 3,9% del 2012 ed un deficit del settore pubblico sceso al 3% nel 2011. Gli altri indicatori, però, erano interessati da un generale peggioramento economico: debito pubblico in aumento dal 2011 (32,1%, salito al 34,4% nell’anno successivo), ricaduta del deficit del settore pubblico nel 2012 (4,3%) e deficit nella bilancia commerciale esploso già nel 2011 con un balzo dal 4,3% dell’anno precedente all’8%.

In generale, quel che si notava era che, a fronte della scadenza dell’accordo col FMI, avvenuta nel marzo 2012, l’economia honduregna si fosse rivelata incapace di sorreggersi da sola. Le previsioni del FMI indicavano infatti netti peggioramenti in tutte le aree nel periodo successivo (ricordando, ovviamente, che per 2013 e 2014 si tratta di previsioni), eccezion fatta per i dati dell’inflazione. Nonostante tutto, infatti, quest’ultima si sarebbe assestata tra il 5 ed il 5,5%: a fine 2013, i dati emessi  dalla Banca Centrale dell’Honduras indicavano un’inflazione media pari al 5,18%. Il fatto che almeno questo indicatore rientri nelle aspettative del piano macroeconomico del 2010 (che, ricordiamo, puntava a mantenerlo sotto il 6%) non può comunque risultare pienamente soddisfacente: ad oggi, l’Honduras ha il settimo tasso inflattivo più alto dell’area latinoamericana-caraibica. E, probabilmente, sarà proprio su questo aspetto, vale a dire sui prezzi e sulla gestione del Lempira, la moneta nazionale, che il nuovo Governo di Hernández si giocherà la possibilità di un nuovo accordo col FMI.

In seguito alla scarsa prestazione dell’economia honduregna, la possibilità di un nuovo accordo era sembrata nell’ultimo anno discretamente remota. Tuttavia, già durante la campagna elettorale, sia Hernández che Castro avevano espressamente annunciato di voler tentare una ripresa dei negoziati col FMI. Il 12 novembre, a poca distanza dalle elezioni, il candidato del Partido Nacional affermava infatti: «io non vedo perché, in meno di sei mesi, non sia possibile giungere ad un accordo col Fondo. Ci sono solo due o tre piccoli temi che andremo a discutere dopo le elezioni, sui quali non condivido il loro punto [dei funzionari del FMI, ndr]di vista». L’ottimismo proseguiva anche dopo le elezioni, quando, dopo un incontro a Washington con una delegazione del Fondo, il Ministro delle finanze Wilfredo Cerrato dichiarava che «ci sono stati progressi nelle discussioni per porre le basi di un accordo col Fondo Monetario Internazionale… Sarà un processo che può durare tre o quattro mesi prima di raggiungere un accordo, benché per poter gestire un qualche finanziamento possano passare ulteriori sei mesi». L’accordo, in estrema sintesi, era previsto per l’aprile di quest’anno.

Tuttavia, l’accordo potrebbe appunto comportare serie revisioni al valore del Lempira. Secondo numerosi economisti e funzionari di Governo, l’attuale tasso di cambio col dollaro denoterebbe una sopravvalutazione della moneta nazionale, che il Fondo Monetario vuole da tempo correggere. Il timore diffuso è che la svalutazione avvenga in maniera troppo rapida perché l’apparato produttivo nazionale possa superarla indenne: se, nell’anno appena trascorso, la Banca Centrale ha osservato un deprezzamento del 3,2%, quella necessaria per ottenere un accordo col FMI oscillerebbe tra il 5 e l’8%. Andranno tenute in conto anche le esportazioni, ha avvertito l’economista Rafael Delgado del Colegio Hondureño de Economistas, sia per quanto riguarda il loro volume che per la capacità di generare valuta. Come annuncia la Banca Centrale nella sua Memoria del 2013, il deficit commerciale del Paese continua però a rimanere alto (8,7%), proprio a causa del costante crollo delle esportazioni e del calo del prezzo del caffè, principale prodotto esportato dall’Honduras.

Ovviamente, il rovescio della medaglia di una svalutazione rilevante ed accelerata sarebbe la ricaduta sul potere di acquisto dei cittadini honduregni riguardo a beni provenienti dall’estero: nello specifico, energia e trasporti, che beneficiano delle importazioni di petrolio. Proprio i trasporti di prodotti derivati dal petrolio, peraltro, rientrano in una spinosa situazione collaterale: la rimozione dell’imposta sulle vendite applicata al paniere fondamentale entrata in vigore all’inizio dell’anno. Si tratta di una delle prime misure adottate dal Governo di Hernández ed è già controversa la sua efficacia: la causa sarebbero i numerosi negozianti restii a rimuovere quel 15% supplementare del prezzo. L’economia honduregna, insomma, continua ad essere esposta a rischi legati alla sua fragilità e la prova ne è l’ambiguità del possibile accordo con l’FMI, che potrebbe contemporaneamente permettere la riduzione del debito estero (grazie ad una minor percezione di rischio e, quindi, a tassi di interesse minori) ed indebolire l’economia reale del Paese. Il tutto mentre la situazione politica rimane conflittuale. Per Hernández, il mandato di Governo parte in salita.

 

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