mercoledì, Dicembre 1

'Home' di Rafat Alzakout field_506ffbaa4a8d4

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Il documentario è strutturato in tre parti: nella prima incontri il gruppo di giovani artisti di Manbij; nella seconda seguiamo l’organizzazione del festival; nella terza ci spostiamo ad Antakya, in Turchia, dove si rifugiano Ahmad e Mohammad. Ci puoi spiegare questa partizione?

Le parti principali sono il ‘Prima’ e il ‘Dopo’. Il ‘Prima’ è la mia prima visita a Manbij e il ‘Dopo’ è quando sono tornato per il festival. La terza parte è al di fuori di questa connotazione temporale del prima e del dopo, se così possiamo dire. È un esilio fuori dal tempo.

 

Come sei arrivato a Manbij, la prima volta?

In realtà, per caso. Stavo lavorando a una produzione teatrale e uno dei ragazzi che lavorava con me è di Manbij. Mi ha detto: “Vuoi venire a Manbij? È stupendo, è unarea liberata, cè molto fermento, dovresti fare qualche lavoro lì!” Ho risposto: “! Andiamo!”.

 

E lì hai incontrato i tre personaggi principali del film…

Sì, li ho incontrati lì. Li ho intervistati, ho parlato con loro. Allora, non c’era l’intenzione di farne un film. Stavo solo riprendendo il mio viaggio.

 

Era il 2012. Com’era la situazione in quel momento?

Era splendida. La città era appena stata liberata dal regime siriano. Era sotto il controllo del FSA. C’era un sacco di movimento, molti attivisti all’opera… Arte, iniziative civiche… Era splendido. Ovviamente, il regime bombardava ogni due o tre giorni. Tutto a parte quello era praticamente perfetto. Al tempo, il Da’esh non c’era ancora. C’erano alcuni gruppi islamisti locali, ma nessuno di essi era così conservativo come lo è ora il Da’esh, si poteva avere a che fare con loro. Ho intervistato molti islamisti.

 

Durante la prima visita hai deciso che saresti tornato una seconda volta per partecipare all’organizzazione del festival. Com’è nata quest’idea?

I ragazzi di Manbij avevano quest’idea di organizzare un festival e mi hanno chiesto se potevo tornare ad aiutarli. Mi sembrava una bella idea e ho risposto: “, verrò!”. Poi, al mio rientro, ho parlato della cosa con alcuni attori professionisti. Li ho chiamati e gli ho detto: “Ho una nuova produzione a Manbij, avete voglia di partecipare?”. Hanno detto di sì e abbiamo cominciato a fare le prove. Siamo tornati a Manbij nel 2013. Eravamo io, due attori e il cameraman.

 

Quanto è durato il vostro soggiorno a Manbij?

Mi sembra una decina di giorni. La prima volta ero rimasto due settimane.

 

Toglimi una curiosità: come siete entrati in Siria?

Abbiamo preso un volo dal Libano alla Turchia e da lì siamo entrati clandestinamente. È un lungo viaggio, come si vede nel documentario. Abbiamo preso delle corriere verso sud, poi abbiamo attraversato il confine a piedi, camminando per circa un chilometro, e infine siamo andati in macchina fino a Manbij.

 

Torniamo al festival. Cosa ha spinto la gente di Manbij a lavorare all’idea di un festival? Qual era lo scopo?

I ragazzi erano molto attivi, come in molte altre città della Siria, in quel periodo. Finalmente avevo lo spazio per fare tutte quelle cose che non avevano potuto fare prima. Il FSA era molto flessibile e aperto all’idea di fare qualcosa di diverso, molti di loro erano ragazzi, studenti universitari. C’era tantissimo movimento! In Siria avevamo solo tre giornali. Tre giornali in tutto il Paese. Nel 2011-2012 c’erano sette giornali nella sola Manbij, pensa! Tutta la Siria era percorsa da un grande fermento. E anche una certa misura di competizione. Era una situazione completamente nuova per i giovani artisti siriani. Potevamo finalmente incontrarci senza problemi, senza attirare l’attenzione della polizia segreta. Potevamo affittare un locale e aprire nuovi spazi culturali o un giornale o mettere in piedi una produzione originale. Non era così prima della rivoluzione. Molti giovani non vedevano l’ora di cogliere quest’opportunità. C’era molta energia! Artisti di talento, professionisti e non, uscivano allo scoperto. Penso che in quel momento l’atmosfera fosse molto vivace. Molti giovani, me incluso, condividevano il sogno di cambiare le cose. Di raggiungere lo stadio successivo, quello della democrazia. Avevamo l’ambizione di rovesciare il regime. In quel primo periodo, le speranze erano grandissime. In spazi come quello ripreso in ‘Home’ si organizzavano attività per i ragazzi. È una cosa insolita per la Siria! Prima della rivoluzione, non si poteva avviare alcuna attività né iniziativa senza l’approvazione del regime. Home è la casa di famiglia di Ahmad. Apparteneva a suo nonno. È un luogo pieno di ricordi. Una vecchia casa, molto speciale. Perfetta per l’arte! Ahmad è un ragazzo di grande talento: balla, canta, scrive opere teatrali, disegna… ha tantissimi talenti!

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Come hanno reagito gli abitanti di Manbij al festival?

C’è stata grande affluenza. Abbiamo replicato per alcuni giorni. C’erano bambini, famiglie intere… È stato molto bello. Una reazione molto positiva e un buon feedback.

 

Cos’è successo dopo che tu e il tuo gruppo avete lasciato Manbij?

Dopo due o tre settimane, il Da’esh ha occupato Manbij. Io ero ormai rientrato a Beirut. Dopo un paio di mesi sono andato ad Antakya per incontrare Ahmad e Mohammad, che avevano lasciato la Siria. Ahmad perché è un artista e Mohammad perché apparteneva al FSA. Taj è rimasto. Sta ancora combattendo il Da’esh e il regime.

 

Nell’ultima parte del film, quella ambientata ad Antakya, appunto, l’atmosfera è cambiata. Dall’energia del festival di Manbij si passa alla disillusione dell’esilio. Dal positivo al negativo. Sei d’accordo?

Nell’economia generale del film, sì. C’è una dose di negatività, ma la notizia positiva è che Ahmad è sano e salvo. Nell’ultima scena, Ahmad balla sulle montagne che si affacciano sulla Siria, sta ancora combattendo la sua battaglia. Così come Mohammad e Taj. Home non è più un luogo fisico. Diventa un luogo interiore. Quello che sto cercando di dire è che malgrado il dolore e la tristezza profonda, la gente continua a lottare. Me incluso. Sono in esilio ma continuo la mia lotta. E così Ahmad. Anche lui è in Germania, adesso. Ha attraversato il Mediterraneo e adesso è in una piccola città. Quello che proviamo è un misto di speranza e frustrazione. La situazione in Siria è complicata quanto le nostre emozioni. Ci sono tantissime persone piene di talento ed energia, in Siria. Sognano ancora e danno vita a tante iniziative, nonostante il regime criminale e il Da’esh e i Paesi coinvolti nella guerra, come la Russia. È tutto molto complicato e volevo che il mio film lo fosse altrettanto, volevo che riflettesse tutte queste emozioni contrastanti.mountain dance_300dpi

È così, il film documentario di Rafat riesce a convogliare in 70 minuti il turbine di emozioni molto diverse che attraversano la Siria in questo momento confuso. Rafat ha scelto di dare spazio all’intensa attività artistica e culturale piuttosto che dedicarsi a un reportage della devastazione portata nel suo Paese. L’energia, l’entusiasmo, il talento sono i veri protagonisti, nonostante la nota più drammatica dell’esilio di Ahmad e Mohammad. Senza dubbio, è una storia che vale la pena raccontare. Senza dubbio, è un film che vale la pena di andare a vedere.

 

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