venerdì, Settembre 24

Holodomor: la tragedia ucraina Domani si commemorano le vittime di una delle più grandi catastrofi avvenute per mano umana

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Holodomor è un termine ucraino, nato dall’unione fra le parole ‘moryty’ e ‘holodom’, e significa ‘far morire di fame’. Con questa parola è passato alla storia uno dei più grandi massacri a cui è stata sottoposta una popolazione, ossia quello della popolazione ucraina ai tempi dell’URSS di Stalin, quando un numero compreso fra i tre e i sette milioni di persone (i dati non sono precisi) persero la vita, morendo di fame, fra il 1929 e il 1932. Ogni quarta settimana di novembre (quest’anno, il 25 di questo mese) si celebra la ricorrenza in memoria di questa immane tragedia, che il Parlamento ucraino ha ufficialmente riconosciuto come genocidio.

Ma cosa successe in quegli anni? Il contesto è quello dell’URSS staliniano, in uno dei momenti più duri e difficili dell’Unione Sovietica. Iosif Stalin, al potere dopo la morte di Lenin, decise per un netto cambio di rotta nell’economia sovietica, quello della pianificazione: si scelse di programmare, appunto, la crescita economica dell’URSS, che doveva avvenire a ritmi intensi per portare l’Unione alla pari con le altre potenze mondiali. La pianificazione prevedeva il passaggio da un’economia storicamente a stragrande maggioranza rurale, a una di tipo più  moderno, industriale, superando così il grande equivoco di Marx, secondo cui la Rivoluzione sarebbe avvenuta in uno Stato a forte trazione industriale, contrariamente a quanto successo nella Russia zarista. Il piano di industrializzazione di Stalin, tuttavia, si trovò davanti a una realtà completamente diversa, specialmente in Ucraina, che rappresentava la riserva di grano per eccellenza dell’Unione Sovietica; pertanto, il piano necessitava di stravolgimenti molto grandi, anche se è difficile credere che il Politburo avesse previsto l’effettiva entità della carestia e delle sopraffazioni che avrebbe subito il popolo ucraino.

Le risorse statali dovevano quindi convergere su un settore industriale ancora non al passo coi tempi e il piano di Stalin prevedeva, quindi, uno sforzo di mezzi enorme che passava dal pieno controllo dell’economia da parte dello Stato. Il tessuto di piccoli proprietari terrieri andava quindi contro questo assunto e i kulaki (questo il loro nome) furono eliminati non senza violenza. La proprietà delle loro terre passava in mano statale, che le organizzava in cooperative o aziende collettivistiche in cui trovavano impiego contadini, così come venivano requisiti i generi alimentari e la produzione agricola. La grossa resistenza dei contadini a questi mutamenti fu largamente repressa, fra uccisioni, arresti con condanna a morte e deportazioni in Siberia, intaccando così anche quelle che oggi chiameremmo le ‘risorse umane’ della forza-lavoro ucraina. La resa agricola, a seguito di queste misure, uscì largamente ridotta, ma le eccessive richieste dell’Unione Sovietica condannarono gli ucraini a una carestia massacrante. Vennero chiuse le frontiere, per evitare che i contadini ucraini andassero a cercare pane da qualche altra parte, condannandoli così a morte certa, per punirli, secondo alcune interpretazioni, per la resistenza alla collettivizzazione. Il risultato più tangibile fu che dal 1926 al 1939 la popolazione ucraina si era ridotta di 3 milioni: qualche fortunato riuscì a emigrare, molti morirono di fame, si ridusse la fertilità e diminuirono le nascite, mentre crebbe la mortalità infantile.

C’è chi ancora oggi ricorda quei giorni: i racconti concordano nel dire che aleggiava un sinistro silenzio sulle campagne dell’Ucraina, come se tutti non pensassero ad altro che alla ormai prossima morte. Ci si arrangiava con il nulla che si aveva: la cera era diventata un sostituto dell’olio e qualsiasi ingrediente era buono per fare qualcosa di anche molto lontanamente assimilabile al pane. «Dal 1931 al 1934 abbiamo avuto grandi raccolti. Le condizioni del meteo erano perfette. Ma tutto il raccolto ci veniva requisito. C’era gente che andava nei campi a cercare tane dei topi, sperando di trovare misere quantità di grano messe da parte da loro», ricorda Mykola Karlosh, testimone oculare di quei tempi. Era facile trovare cadaveri di contadini morti per strada, mentre erano alla ricerca di cibo; si mangiavano tutti gli animali possibili, quando non erano gli animali a mangiare i poveri resti degli umani;  l’orrore al solo pensiero della più indicibile delle risposte alla fame, il cannibalismo: «Molte persone morivano, allora. Giacevano per strada, per i campi, galleggiavano per i corsi d’acqua. Mio zio abitava a Derevka – morì di fame e mia zia impazzì – mangiò il proprio figlio. A quel tempo, non si potevano sentire i cani abbaiare – erano stati mangiati tutti», ricorda Galina Smyrna, una sopravvissuta.

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