sabato, Maggio 15

Ho visto il film field_506ffb1d3dbe2

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Senza giri di parole.
Veltroni, nel suo film, mira pesantemente a dare patenti di legittimità storica e politica – cioè a far dare, dagli spettatori, patenti di legittimità – a quegli aspetti della lunga e complessa opera teorica e pratica di Berlinguer i quali, guarda caso, possano essere in qualche modo assimilati al suo stesso (di Veltroni) progetto politico: la costituzione di un soggetto interclassista dei progressisti italiani, epurato da ogni riferimento alla lotta di classe tra capitale e lavoro e alla prospettiva di costruzione di un socialismo democratico.
E, specularmente, mira a circoscrivere (quando non proprio a denigrare – pur con la maschera della bonomìa della voce fuori campo) tutti gli altri aspetti del Berlinguer storico, propriamente comunisti – benché di una via italiana al comunismo, che della democrazia avanzata in quanto configurata dalla nostra Costituzione antifascista, socialdemocratica e solidale, fece giustamente un valore universale – dei quali aspetti invece la parabola politica del PD (sommatoria di DS e Margherita, cioè dei conservatori tra i postcomunisti e dei moderati tra i postdemocristiani) è la negazione stessa.

Normale. Veltroni fa il film su Berlinguer, Veltroni se la canta come più gli conviene. Sta a noi, spettatori, fare la tara – come di ogni opera di storiografia soggettiva.

Due appunti tecnici – non di tecnica cinematografica, bensì storiografica -, eccoli:

Uno. 
Nel film non c’è la gente. Tranne che nell’incipit, con quella brutta operazione del regista di lasciar intendere che se Berlinguer riguadagnerà il proprio posto nella Storia sarà grazie al film, non ai propri quarant’anni di attività politica (dall’incarcerazione per antifascismo a Sassari alla morte sul palco a Padova) che una selezione strumentale di pareri del/la giovane qualunque ignora totalmente o irride. La gente, poi, dovrebbe aver la voce di Lorenzo Jovanotti? Ma bene.
Due.
Il film è nato vecchio. Tutto intero l’orizzonte politico in cui si muove – che poi è quello per cui fu varato lo stesso progetto PD, che poi è quello incarnato dal governo attuale, che poi è ciò che ha in testa Veltroni da sempre – potrebbe andar bene in quello che era lo stato di cose presente tra la fine degli Anni ’90 e i primi Anni 2000: moderazione e interclassismo. Ma ormai che siamo al sesto anno di crisi sistemica, plastica evidenza della guerra del capitale contro il lavoro, contro il welfare, contro la democrazia – e direi pure contro la pace -, la ricettina delle larghe intese (che il film somministra senza voler dare troppo nell’occhio) spacciata per il nuovo modo di esser di sinistra in italia, non fa nemmeno più rabbia: fa tenerezza, quasi.

Comunque, questo io ho visto.
E, grande Enrico, grazie comunque.

 

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