mercoledì, Giugno 23

Hillary Clinton e le colpe della crisi in Libia

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Islamisti come Abu Khattala, Abu Sufyan Ibrahim Bin Qumu, Hakim Abdel Belhaj erano stati scarcerati da Gheddafi su esplicita richiesta statunitense, per essere successivamente contattati dai servizi segreti qatarioti ed emiratini affinché organizzassero una rivolta anti-governativa. Arruolarono quindi i loro vecchi compagni di lotta – alcuni dei quali avevano persino combattuto contro i sovietici in Afghanistan – assieme a criminali comuni e soldati di ventura provenienti da tutto l’universo sunnita, al fine di creare gruppi armati in grado di sostenere scontri a fuoco con le forze regolari. Secondo quanto rivelato dal ‘New York Times’, dal momento che le monarchie del Golfo Persico incaricate di armare queste milizie stavano inviando le consegne solo ed esclusivamente a gruppi della galassia ribelle debitamente selezionati, la Clinton si vide costretta a provvedere al rifornimento di tutte le altre bande paramilitari.

Il magistrato Andrew Napolitano ha preso spunto da questo impianto accusatorio per dichiararsi convinto che le armi che il Qatar inviava a specifici gruppi ribelli fossero state vendute dagli stessi Usa nell’ambito di un’operazione messa in piedi proprio da Hillary Clinton che, interpellata dal Senato che indagava sui fatti dell’11 settembre 2012, avrebbe mentito spudoratamente in merito a questa faccenda. Le partite di armi dirette ai ribelli libici erano composte da fucili mitragliatori, missili anti-carro e lanciarazzi di fabbricazione est-europea della cui consegna si occupavano società statunitensi alle dipendenze del Dipartimento di Stato. Marc Turi, titolare di una delle imprese incaricate del trasferimento delle armi, ha rivelato che «quando il materiale atterrava in Libia, metà rimaneva in loco e metà ripartiva immediatamente per ricomparire tempo dopo in Siria».  Lo stesso Turi, arrestato per traffico d’armi, ha accusato il Presidente Obama di averlo «incriminato per proteggere il ruolo centrale svolto dalla Clinton». Ma non è tutto; nella scena principale di un recente film d’azione girato dal regista Michael Bay che ricostruisce l’attacco jihadista al consolato di Bengasi si vede un gruppo di marines di stanza presso la base Usa di Sigonella ricevere l’ordine via radio di astenersi dall’intervenire a supporto dei contractor che stavano difendendo l’incolumità dell’ambasciatore Stevens, perché testimoni scomodi del traffico di armi messo in piedi dal Dipartimento di Stato che aveva creato le condizioni per il disastro.

Benghazi-attack

Il consolato statunitense di Bengasi in fiamme dopo l’attacco jihadista

La secca smentita dell’ex capostazione della Cia di Bengasi non ha tuttavia dissipato i forti dubbi che aleggiano sull’intera vicenda, con particolare riferimento alla totale mancanza di motivazioni plausibili in grado di spiegare l’approccio passivo – o meglio inerte – dei responsabili collocati in cima alla catena di comando. Nodi cruciali che nemmeno la Clinton è stata in grado di sciogliere di fronte alla commissione d’inchiesta del Senato, e che hanno probabilmente concorso ad indurre Barack Obama, rieletto due mesi dopo i fatti di Bengasi, a non riconfermare l’ex first lady al Dipartimento di Stato.

Riunendo al proprio interno influenti protagonisti della finanza come Goldman Sachs e George Soros ed ideologi della ‘guerra infinita’ come il neoconservatore Robert Kagan, il gruppo di potere che sostiene attualmente la candidatura di Hillary Clinton ha alle spalle una rodata esperienza nell’appoggiare e foraggiare gli interventi – militari e non – statunitensi in giro per il mondo – Goldman Sachs ha addirittura assunto Anders Fogh Rasmussen per l’ottimo lavoro svolto in qualità di segretario generale della Nato – conformemente a una visione delle relazioni internazionali che pone la conservazione del primato geopolitico statunitense in cima alla scala delle priorità strategiche, da perseguire anche a costo di sacrificare gli interessi europei, indissolubilmente legati alla stabilizzazione di aree cruciali come il Nord Africa e il Medio Oriente nel quadro di un rapporto di stretta collaborazione con la Russia.

Il disastro politico, strategico, economico e sociale – in grado di mietere più vittime della guerra stessa – che ha investito la Libia consegnandola ai guerriglieri dello ‘Stato Islamico’ è la conseguenza diretta dell’intervento armato del 2011 voluto – tra gli altri – dall’ex first lady; circostanza che ha indotto il giudice Napolitano ad esortare i cittadini statunitensi ad attivarsi per «impedire che Hillary Clinton, levatrice del caos e pubblica mentitrice, diventi il prossimo Presidente».

 

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