lunedì, Giugno 21

Hillary Clinton e le colpe della crisi in Libia

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I reiterati tentativi di dissimulare il ruolo centrale giocato dell’ex first lady e più in generale dell’Amministrazione Obama sono miseramente falliti di fronte alle dichiarazioni dell’ex agente della Cia Clare Lopez, la quale ha spiegato che: «Hillary Clinton era interessata a rovesciare violentemente Gheddafi, pur sapendo che collocandosi in questa posizione avrebbero dato manforte ai terroristi di al-Qaeda già impegnati nella lotta contro quello stesso regime che aveva collaborato per anni con gli Stati Uniti per tenere sotto controllo le cellule fondamentaliste locali. Da mesi, infatti, Qatar ed Emirati Arabi Uniti stavano finanziando l’acquisto di armamenti pesanti da inviare ai guerriglieri islamisti in Libia sotto la supervisione Usa/Nato».

Le ragioni di questa spiazzante decisione sono quasi sicuramente legate alla necessità Usa di porre fine ai pericolosi progetti che Gheddafi aveva in cantiere e che sarebbero potuti in qualche modo sopravvivere alla sua uscita di scena ‘pacifica’. La Banca Centrale, che non aderiva al sistema della Bank of International Settlements di Basilea, era mantenuta sotto il controllo dello Stato, emettendo moneta a seconda delle necessità nazionali ed erogando prestiti senza interesse per finanziare la ristrutturazione o la costruzione ex novo di infrastrutture decisamente avveniristiche per lo scenario africano, come il complesso sistema di irrigazione che consente di pompare le acque fossili dalla ricca falda nubiana per canalizzarle verso le aree agricole situate a Nord. Per di più, Gheddafi aveva già lanciato la proposta, approvata dall’allora direttore del Fondo Monetario Internazionale Dominique Strauss-Kahn – poi silurato – di creare una moneta comune africana, il dinaro d’oro, che permettesse ai Paesi del ‘continente nero’ di espletare il commercio aggirando il dollaro e il franco francese.

Grazie ai lauti introiti petroliferi – garantiti da contratti individuati come «quelli che, su scala mondiale, stabilivano i termini più duri per le compagnie petrolifere» dall’ex presidente della ConocoPhillips in Libia Bob Fryklund – lo Stato libico era riuscito non solo ad immagazzinare ben 144 tonnellate di riserve auree, ma anche ad accumulare una ragguardevole mole di fondi sovrani per la cui gestione era stata appositamente fondata la Libian Investment Authority (Lia). Nel 2011, il patrimonio gestito dalla Lia ammontava a 70 miliardi di dollari, a fronte dei 40 di cui disponeva nel 2006. Sommando questo denaro ai fondi detenuti dalla Banca Centrale Libica e da altri organismi statali, Tripoli era arrivata a disporre nel 2011 di circa 150 miliardi di dollari, tramite i quali erano stati effettuati investimenti in numerosissime società disseminate in tutto il mondo. Con i profitti garantiti dagli investimenti della Lia, la Libia aveva avuto modo di gettare le basi per la realizzazione di opere di pubblico interesse, il potenziamento dell’apparato industriale e la creazione di tre nuovi istituti finanziari patrocinati dall’Unione Africana: la Banca Centrale Africana con sede in Nigeria, il Fondo Monetario Africano con sede in Camerun e la Banca Africana di Investimento con sede a Tripoli. Questi progetti rispondevano all’esigenza di garantire autonomia finanziaria al ‘continente nero’ sottraendolo al controllo di quegli istituti transnazionali – come Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale – i cui meccanismi garantiscono l’esposizione delle nazioni africane al capestro debitorio. I fondi sovrani libici si erano rivelati fondamentali anche per la realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Regional African Satellite Communications Organization (Rascom), entrato in orbita nell’estate del 2010 allo scopo di consentire ai Paesi africani di alleggerire la propria dipendenza dalle reti satellitari statunitensi ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Il fiume di denaro in entrata ha indubbiamente seminato discordia all’interno del governo libico e alimentato fenomeni di corruzione, su cui gli Usa hanno fatto leva per capitalizzare i loro obiettivi strategici. Nel gennaio 2011, agenti della Cia avvicinarono l’alto funzionario statale Mohammed Layas, il quale indicò i conti correnti di banche statunitensi in cui erano depositati 32 miliardi di dollari della Lia. Il successivo 28 febbraio, il Dipartimento del Tesoro congelò questi fondi con l’assicurazione di sbloccarli «a beneficio del popolo libico» in un futuro non precisato. Pochi giorni dopo, l’Unione Europea si avvalse della ‘consulenza’ di altri funzionari della Jamahiriya per individuare e congelare altri 45 miliardi di euro di fondi libici. Subito dopo l’intervento della Nato, i ribelli istituirono la Central Bank of Libya, una Banca Centrale alternativa dotata di uno statuto allineato a quello delle Banche Centrali occidentali e incaricata, con il ‘supporto’ di grandi banche come Goldman Sachs (che un paio d’anni prima aveva comunicato a Gheddafi di aver registrato perdite del 98% del capitale libico affidatole, pari a 1,3 miliardi di dollari), di gestire i fondi ricavati dalle esportazioni petrolifere. La Central  Bank of Libya decretava quindi l’affossamento dell’idea gheddafiana del dinaro d’oro, autentica spina nel fianco per il sistema monetario vigente – come dimostrato dalla pubblicazione delle e-mail segrete di Hillary Clinton. Come ha osservato l’analista finanziario Robert Wenzel: «il fatto che in piena belligeranza il Consiglio Nazionale di Transizione libico abbia pensato di dar vita a una Banca Centrale alternativa a quella creata da Gheddafi indica che i ribelli non sono dei semplici poveracci, ma agiscono dietro peculiari e sofisticate influenze esterne. Mai avevo visto una Banca Centrale essere formata in pochi giorni nel bel mezzo di un’insurrezione».

La stessa agente Cia Clare Lopez ha tuttavia rivelato che alcuni esponenti del governo degli Emirati giunti in Libia durante le prime fasi della guerra civile avevano scoperto che circa metà del carico di armi da un miliardo di dollari che avevano acquistato per conto dei ribelli era stato rivenduto alle forze leali a Gheddafi da Mustafa Abdul Jalil, massimo rappresentante della Fratellanza Musulmana all’interno del Comitato Nazionale di Transizione libico. Per coprire questo traffico, Jalil arrivò successivamente a organizzare l’assassinio del generale Abdel Fattah Younis, l’ex ministro dell’Interno di Gheddafi passato tra le fila dei ribelli che aveva iniziato a raccogliere indizi circa le manovre occulte di Jalil. L’esecutore materiale dell’omicidio fu Mohamed Abu Khattala, il jihadista identificato dagli Usa come capo del commando che l’11 settembre 2012 sferrò l’attacco alla sede diplomatica statunitense.

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