giovedì, Maggio 6

Hillary Clinton (e il Partito Democratico) nell’occhio del ciclone Si agitano le acque in seno all'establishment democratico

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Nubi imponenti si addensano sul Partito Democratico statunitense e sul suo più eminente rappresentante, Hillary Clinton. Dopo mesi di indagini serrate sui presunti legami tra la cerchia ristretta di Donald Trump e Mosca, è emerso non solo che l’intero impianto accusatorio del cosiddetto Russiagate era basato su un dossier tendenzioso e privo di riscontri empirici commissionato all’azienda di pubbliche relazioni Fusion Gps dallo staff dell’ex first lady, ma anche che, sotto l’amministrazione Obama, la Clinton aveva approfittato del suo incarico di segretario di Stato per portare a termine la vendita di una grossa partita di uranio statunitense a Rosatom, in cambio di una cospicua donazione alla Clinton Foundation da parte dell’azienda russa. La Clinton Foundation aveva peraltro ricevuto un assegno da 250.000 dollari da Harvey Weinstein, il produttore e molestatore seriale che all’epoca del Sexgate pagò le spese legali a Bill Clinton per permettergli di difendersi dalle accuse di Monica Lewinsky.

A ciò vanno sommate le recenti rivelazioni dell’ex primo ministro qatariota Hamad bin-Jassim bin-Jabar al-Thani, il quale ha denunciato pubblicamente quello che da anni va sostenendo qualsiasi analista geopolitico, vale a dire che l’organizzazione del piano di destabilizzazione della Siria va attribuita agli Usa, i quali si sono appoggiati alla Turchia e alle petro-monarchie del Consiglio per la Cooperazione del Golfo per cercare di rovesciare Bashar al-Assad. Nel 2016, è emerso che proprio il Qatar aveva donato un milione di dollari alla Clinton Foundation in occasione del sessantacinquesimo compleanno di Bill Clinton. Segno che il legame tra il piccolo emirato e la potente famiglia Clinton andavano a gonfie vele.

Cosa è cambiato, dunque? Le uscite di al-Thani cadono nel momento in cui il Qatar, che da anni ospita la Sesta Flotta Usa, si trova ad affrontare il blocco economico e militare imposto dall’ingombrante vicino saudita senza che gli Stati Uniti battessero ciglio. Ciò ha costretto Doha a puntare sull’intensificazione dei rapporti con l’Iran e la Russia per evitare di essere confinato in un micidiale isolamento politico. Il che, in termini pratici, significa che «il muro di contenimento attorno a Hillary Clinton sta crollando. Ora il Qatar, che ormai ritiene di non avere più nulla da perdere, accusa di complicità l’amministrazione Obama, specialmente per rappresaglia rispetto alla mossa dei sauditi, che gli si sono messi contro per farne il capro espiatorio del fallimento dell’insurrezione in Siria. Il fatto di accusare direttamente la Cia e il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, allora controllato da Hillary Clinton, indica […] che il Qatar si sta preparando ad ogni evenienza, mentre procede ad ultimare il proprio sganciamento dall’operazione di destabilizzazione della Siria».

Il regolamento di conti tra i vecchi alleati mediorientali di Washington corre quindi in parallelo alla resa dei conti interna all’establishment statunitense, che vede entrambi i principali partiti politici perdere consensi a causa della loro renitenza/incapacità di portare avanti nelle istituzioni la volontà popolare. Il successo di un candidato ‘peculiare’ come Trump ne è la prova inequivocabile, e la stessa decisione del tycoon newyorkese di desecretare alcuni documenti relativi all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy è indice del livello di ostilità raggiunto tra il presidente in carica e il cosiddetto ‘Stato profondo’, dal momento che alcuni file mettono in luce l’atteggiamento quantomeno controverso svolto da diverse agenzie statunitensi, a partire dalla Cia e dall’Fbi di J. Edgar Hoover. Il fatto di declassificare solo alcuni documenti relativamente ‘innocui’, e di mantenere segreti quelli più scottanti in attesa che gli organismi preposti stabiliscano se la divulgazione sia suscettibile di ‘arrecare danno alle operazioni militari, di difesa ed esecuzione della legge’, può essere interpretato come un monito del presidente verso quegli apparati che da sempre orientano le traiettorie strategiche del Paese agendo nell’ombra.

Trump, in altre parole, vuole far sapere che, di fronte a un’eventuale sua caduta in disgrazia – dovuta agli sviluppi del Russiagate o al moltiplicarsi delle defezioni tra i ranghi della sua amministrazione –, non esiterà a trascinare con sé gran parte dell’establishment, che non a caso sta giù cominciando a prendere le distanze da Hillary Clinton dopo aver attivamente supportato la sua campagna elettorale del 2016.

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