venerdì, Maggio 7

Hezbollah, se la Siria è stata un errore

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C’è stato un tempo in cui Hezbollah e il suo leader Hassan Nasrallah erano immensamente popolari in tutto in mondo arabo-islamico. Il partito-milizia sciita libanese, nato dopo l’invasione militare israeliana del Libano nel 1982, aveva creato la sua fama attorno all’irriducibile lotta contro lo stato ebraico.

Nasrallah era diventato una sorta di eroe regionale, più popolare e amato di qualsiasi sovrano, di qualsiasi presidente. Non era solo il leader della comunità sciita, Hezbollah era diventato un’entità pan-libanese capace di fornire i servizi cui lo stato non riusciva a provvedere, ma anche il campione di tutti gli arabi.

Nel 2000, quando le milizie di Nasrallah misero fine a un ventennio di occupazione israeliana nel sud del Libano, la sua fama raggiunse l’apice. I suoi poster trovavano posto nelle case e nelle automobili di tutta la regione, ma soprattutto della Siria.

Cinque anni dopo, il dubbio che Hezbollah fosse coinvolto nell’assassinio del primo ministro Rafik Hariri disegnò la prima profonda crepa nell’immagine del gruppo.

Nel 2006 l’ennesimo sanguinoso battibecco con Israele rinnovò per un attimo la popolarità del campione. Il 25 luglio di quell’anno, il gruppo libanese sparò 140 missili verso il nord di Israele «Colpiremo Haifa e al di là di Haifa», disse trionfalmente Nasrallah mentre molti nel mondo arabo applaudivano.

Tre soldati israeliani vennero uccisi nel corso di un raid oltre confine dei miliziani libanesi, e altri due vennero rapiti. L’allora primo ministro israeliano Ehud Olmert promise che per Hezbollah era arrivata la fine e che nulla l’avrebbe salvato dall’ira israeliana. Ma sbagliava.

Trentaquattro giorni dopo Hezbollah emerse vittorioso da quel confronto, nonostante avesse perso centinaia di uomini e fossero morti oltre mille civili libanesi, mentre per Olmert la carriera politica era finita nel modo peggiore.

Tuttavia, due anni dopo, al tentativo del governo libanese di smantellare la sua rete di telecomunicazioni Hezbollah rispose schierando per le strade del paese i suoi soldati e molti cittadini sunniti e cristiani cominciarono a temere una nuova guerra civile, cominciarono a temere che Hezbollah potesse prendere il controllo dell’intero Libano.

Nonostante le preoccupazioni diffuse e i tentativi di smantellare la sua forza militare, Hezbollah ha sempre resistito il disarmo, non ha mai voluto trasformarsi da milizia a semplice partito politico. L’ala paramilitare servirà fintanto che ci sarà un Israele da combattere, sostiene la dirigenza.

Ma è stata una scelta compiuta nel 2012 a segnare definitivamente la fase discendente della parabola della popolarità di Hezbollah e di Nasrallah, e qualcuno dice che potrebbe addirittura segnare la sua fine.

Nel 2012, infatti, Nasrallah ha deciso di mandare i suoi soldati a combattere in Siria al fianco del presidente Bashar alAssad.

La ragione ufficiale è combattere lestremismo sunnita rappresentato da Daesh e da altre milizie coinvolte nel conflitto siriano, proteggere gli sciiti e impedire che i terroristi valichino il confine siriano-libanese.

Di contro, molti nel mondo arabo hanno letto questo intervento come la prova di una supina acquiescenza agli ordini provenienti da Teheran.

Il triangolo Hezbollah, Iran e Siria è un grande classico. Il legame con la Repubblica islamica è fatto di fratellanza confessionale (Nasrallah ha studiato prima a Najaf in Iraq e poi a Qom in Iran, nei seminari sciiti) e di traffico di armi che passa proprio dalla Siria, che come Hezbollah si è sempre fatta vanto della sua incrollabile opposizione a Israele.

Ma ormai nessuno nel mondo arabo è disposto a sostenere Assad, che sia per convinzione o per obbedienza alla visione geostrategica dell’Arabia Saudita, e qualcuno si chiede anche perché Nasrallah ritenesse legittima la primavera bahreinita (paese in cui la dinastia regnante è sunnita, ma la popolazione è in maggioranza sciita) e non quella siriana (dove il gruppo dominante è alawita, ma la popolazione è in maggioranza sunnita), arrivando a domandarsi se Hezbollah non sia infine divenuto uno strumento connivente della lotta settaria nella regione.

A marzo di quest’anno la Lega Araba e il Consiglio di cooperazione del Golfo hanno definitivamente iscritto Hezbollah nel registro delle organizzazioni terroristiche. Il danno d’immagine nella regione è evidente. Ma anche in casa Hezbollah non gode più del sostegno di una volta e la cronica instabilità politica, cui la milizia-partito contribuisce in maniera sostanziale, ha logorato la fiducia dei libanesi che oltre tutto cominciano a pensare che sia stato proprio l’intervento in Siria ad attirare sul paese un’ondata di attacchi dal territorio vicino.

Non solo, proprio come per l’Iran, la guerra in Siria ha un costo molto maggiore di quanto era stato preventivato. Uno stillicidio che non accenna a scemare (si parla di un migliaio di soldati caduti e ingenti finanziamenti a fondo perduto), un rivolo di sangue che continua a scorrere senza che si intraveda all’orizzonte la fine di una guerra cominciata oltre cinque anni fa.

Quasi certamente Hezbollah sopravvivrà alla guerra in Siria perché le sue radici sono solide e ben piantate nel terreno, ma Nasrallah ha gettato via decenni di popolarità e culto personale e questo non potrà non avere conseguenze.

Nel frattempo, ironia della sorte, l’unica a compiacersi della sua scelta di sporcarsi le mani nella melma siriana è proprio Tel Aviv, l’acerrima nemica, che osserva compiaciuta i suoi nemici cadere in Siria.

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