giovedì, Settembre 23

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Proprio vicino al sito archeologico di Pompei c’è una realtà che viene da tempo studiata come best practice nella gestione dei beni culturali: si tratta dell’Herculaneum Conservation Project. Tutto nasce nel 2001 per volere di David W. Packard, filantropo noto per le sue attività in campo culturale, che decide di impegnarsi nel nostro Paese per recuperare le sorti del sito di Ercolano che a quei tempi si trovava in uno stato di degrado avanzato, risultato da un prolungato black out di risorse (economiche ed umane) e dal fallimento di un sistema manutentivo e gestionale che non aveva retto le sfide del tempo e dei cambiamenti istituzionali, normativi e di costume (si pensi al turismo di massa). Negli ultimi 12 anni questo progetto è riuscito a riportare gli Scavi di Ercolano ad uno stato di conservazione più che accettabile, ottenendo risultati sostanziali, che hanno richiamato l’attenzione e i commenti positivi sia da parte dell’Unesco sia dalle istituzioni italiane. Di recente David Packard ha ottenuto il riconoscimento del Lubec 2013 (Lucca Beni Culturali) proprio per il suo impegno nella salvaguardia del sito di Ercolano in questi anni.

L’Herculaneum Conservation Project è un progetto di partenariato pubblico-privato piuttosto singolare in Italia, in quanto costruito in modo da rafforzare l’istituzione di tutela senza mai sostituirla nelle sue funzioni e attraverso – fino ad ora – un meccanismo di sponsorizzazione anomala, in quanto non vi è ritorno commerciale per il partner privato. I tre principali attori di tale partenariato sono stati finora il Packard Humanities Institute, la Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Napoli e Pompei e la British School at Rome, anche se è in corso un passaggio di consegne alla nuova fondazione italiana Istituto Packard per i Beni Culturali, nata a luglio scorso.

Pur trattandosi di un’iniziativa che ha unito negli sforzi enti di diverse nazionalità, i professionisti coinvolti nel progetto sono quasi tutti italiani, spesso giovani che hanno trovato nel loro paese un’opportunità rara per lavorare in un progetto di conservazione e valorizzazione di lunga durata e con una direzione manageriale determinata. All’interno della squadra ci sono tutte le professionalità di cui un patrimonio archeologico come quello di Ercolano ha bisogno: architetti, conservatori-restauratori, specialisti sui danni provocati dall’umidità, ingegneri strutturali, ricercatori scientifici, solo per citarne qualcuno.

Abbiamo parlato con il Project Manager dell’HCP, l’architetto gallese Jane Thompson originaria del Galles ma professionalmente attiva in Italia da oltre 15 anni.

Com’è nato e come si sono evoluti gli obiettivi del progetto HCP?

Il progetto nasce nel 2001 quando il presidente del Packard Humanities Institute, David W. Packard, decide di impegnarsi per la salvaguardia di Ercolano, che versava in condizioni di conservazione disastrose. Basti pensare che nel 2002 nel corso di un convegno internazionale sul tema dei beni culturali a Roma, il sito di Ercolano veniva considerato come uno dei casi peggiori al mondo di abbandono del patrimonio culturale e archeologico ove non fossero presenti guerre civili a giustificarlo.  Il progetto prende forma con le prime attività concrete nel 2002 con studi e consulenza ma anche con lavori veri e propri, realizzati dalla Soprintendenza ma rimborsati dalla fondazione Packard. Da subito è stato evidente che il valore aggiunto del progetto risiedeva nel rafforzare la Soprintendenza di Pompei che soffriva una cronica mancanza di personale, soprattutto di quello specializzato, problema ancora non completamente risolto neanche oggi, in termini di interdisciplinarità.  Per certi aspetti la mancanza di personale e di continuità negli aspetti gestionali rappresenta a mio parere un problema maggiore rispetto alla scarsità di fondi nelle realtà come quelle della Soprintendenza di Pompei.  Per quanto riguarda gli obiettivi, si può dire che mentre nei primi anni eravamo focalizzati sulla conservazione, per cercare di riportare il sito almeno alle condizioni di stabilità, negli anni questi si sono spostati anche verso la sostenibilità di tale conservazione, e ai legami tra sito e territorio, per far sì che l’archeologia torni a essere un patrimonio e un’opportunità per Ercolano e i suoi cittadini. In questa direzione va proprio la nostra iniziativa gemella, il Centro Herculaneum, che si occupa di rafforzare i legami con la comunità internazionale e locale. (Ultimamente il presidente Packard sta valutando la possibilità di dar vita ad una nuova struttura museale che possa ospitare i reperti rinvenuti nel corso dei grandi scavi del XX secolo e sia in grado di valorizzare al meglio tutte le peculiarità di questo straordinario sito archeologico ndr).

Quali differenze gestionali e di qualità del personale ci sono tra il vostro sito e un sito gestito esclusivamente dalla Soprintendenza come è Pompei?

Quando il progetto ha preso avvio è stato possibile farlo partendo dalle esigenze del sito stesso ed è stato dato molto ascolto ai professionisti che stavano effettivamente sul campo, con grande fiducia e flessibilità da parte della direzione manageriale del Packard Humanities Institute e gli altri partner. Questo è un metodo di approccio quasi impossibile da praticare nel settore della tutela pubblica in Italia. La Soprintendenza è stata al nostro fianco sempre in questo percorso e ciò ha permesso di rafforzare le scelte che si andavano facendo passo passo. La squadra si è così arricchita di tutte le professionalità che si ritenevano necessarie in base alle problematiche che si incontravano, e l’interdisciplinarità che ne è derivata è stata una chiave del nostro immediato successo, in termini realizzativi. Un altro nostro punto forte è l’importanza che il Packard Humanities Institute dà alla continuità dei suoi progetti nel mondo. Sono già dodici anni che siamo operativi ad Ercolano 12 mesi all’anno, e speriamo di continuare così ancora per qualche anno.

Come vede il sistema dei Beni Culturali dell’Italia una professionista come lei che ha lavorato anche in Gran Bretagna e che lavora per una fondazione americana?

La mia attività mi ha portato a lavorare in numerose realtà internazionali, come l’ICCROM (Centro Internazionale di Studi per la Conservazione ed il Restauro dei Beni Culturali) che è un ente intergovernativo nato su proposta dell’Unesco e che ha sede a Roma. Per conto dell’ICCROM mi sono occupata come co-autore del Manuale Unesco per la gestione del Patrimonio dell’Umanità, e ho avuto l’occasione di studiare i sistemi di gestione dei Beni Culturali nel mondo e posso dire che i problemi che riguardano l’Italia sono anche problemi comuni a molti altri paesi del mondo. In termini di gestione emerge una grossa fatica nel riformare le istituzioni e di concentrarsi nell’analisi e nella risoluzione di quelli che sono i veri problemi del sistema. Ma, anche quando queste riforme vengono fatte, come nel caso di Pompei che è stata cambiata diverse volte negli ultimi dieci anni, mi sembra che manchi un vero tentativo di capire cosa non andava, un punto di partenza per dare senso al cambiamento insomma. Il risultato è che manca la stabilità necessaria per dare continuità alle azioni, anche ben strutturate, che vengono concepite. Certamente si tratta di un problema fortemente connesso anche all’instabilità politica.  Le faccio un esempio clamoroso: l’autonomia che venne data a Pompei e anche Roma nel 1997 fu un passo in avanti straordinario e con un potenziale enorme di risoluzione dei problemi, perché aveva avvicinato lo strumento decisionale a dove erano situati i problemi reali: un’Italia nuovamente pionieristica nella gestione dei beni culturali. Certo si trattava di un’iniziativa imperfetta: quasi da un giorno all’altro la Soprintendenza si è ritrovata a dover gestire un notevole patrimonio economico ma non poteva assumere le risorse umane per utilizzarlo al meglio. Si trattava certamente della direzione giusta, Offrendo anche un referente snello per opportunità di collaborazione e partenariato esterni. Invece, l’energia che ci poteva essere per un vero miglioramento del sistema gestionale è stata dispersa tra la fusione con Napoli (e ora di nuovo la divisione) e una successione di nomine e commissari che non sono riusciti tuttora a risolvere i veri problemi.  Ritengo che le pubbliche amministrazioni in tutto il mondo paghino una certa arroganza istituzionale nel settore dei Beni Culturali, forse trainata da un eccesso di accademia e di indolenza strutturale. E l’Italia a volte non è un’eccezione.

 

Facendo un rapporto tra il vostro modello di gestione e quello di Pompei cosa avrebbero da imparare da voi?

Facciamo la dovuta premessa che il sito di Pompei e quello di Ercolano, pur essendo molto simili, sono comunque luoghi unici, e Pompei è circa 10 volte più grande di Ercolano. Ciononostante ho sempre avuto l’impressione che le dovute differenze siano state spesso utilizzate come scusanti per ignorare quanto l’HCP stava realizzando e cosa poteva essere utile di quell’esperienza per Pompei. Si è detto spesso che Ercolano è un caso abbastanza unico perché sufficientemente piccolo da poter essere affrontato in modo armonico e che la presenza di un magnate americano ha potuto fare la differenza grazie ad un imponente supporto economico. In realtà le risorse versate dalla fondazione di Packard ad Ercolano, pur ingenti (circa 20 milioni) sono state distribuite su 12 anni e sono state utilizzate per supportare non solo i lavori veri propri ma anche un intero sistema gestionale parallelo alla Soprintendenza, con le relative professionalità di supporto. Tenga anche conto che una fondazione americana pretende una rendicontazione tale da essere assolutamente assimilabile a quella necessaria per l’uso di risorse pubbliche. Tutte le analisi dei costi di gestione e di intervento di HCP sarebbero preziosi per gli altri siti vesuviani e certamente anche per Pompei. Il nostro approccio gestionale e alla conservazione poi, pur declinato sulle proporzioni di Pompei, offrirebbe spunti interessanti per Pompei, se non altro per la comunanza delle caratteristiche costruttive, delle tipologie di degrado, ecc…

 

Da un punto di vista pratico quando iniziate un lavoro quanta autonomia avete dalla Soprintendenza nello svolgere il vostro lavoro?

Nella prima stagione di HCP, viste le condizioni critiche del sito, l’autonomia delle nostre iniziative è stata certamente sostanziale, e la Soprintendenza ha svolto un ruolo soprattutto di alta sorveglianza. Progressivamente, quando si è raggiunta una maggiore stabilità, la collaborazione con la Soprintendenza si è arricchita, fino ad inaugurare una nuova stagione, dando luce addirittura ad una programmazione congiunta per Ercolano: Si tratta in sostanza di ottimizzare l’uso dei fondi della Soprintendenza per Ercolano, grazie all’affiancamento della fondazione per tutta la parte di progettazione e di assistenza tecnica/amministrativa in corso d’opera. È stato un modo per garantire più fondi per Ercolano e con maggiore continuità (l’accordo è stato, a partire dal 2009, di destinare almeno 1 milione di euro l’anno per Ercolano) e allo stesso tempo per far confluire il patrimonio di conoscenze di HCP anche nella Soprintendenza. Tutto questo nella consapevolezza che l’assistenza e il rafforzamento del partenariato è destinato comunque a concludersi nel volgere di alcuni anni. Oggi stiamo affrontando una nuova fase, anche grazie al nuovo quadro legislativo per l’erogazione liberale che punta a favorire la filantropia, e speriamo di modificare l’assetto istituzionale del partenariato in modo da sfruttare ancora meglio le qualità di questa collaborazione ultradecennale.

 

Cosa potrebbe fare il pubblico per aumentare e favorire l’ingresso dei privati nel settore?

Intanto c’è da dire che come Packard ha creato questo progetto a Ercolano ci sarebbero altri soggetti interessati ad altri progetti in tutta Italia. L’Italia dovrebbe certamente guardare a ciò che succede oltre i propri confini e come agiscono gli altri paesi, per capire quali provvedimenti siano più utili ed efficaci e traducibili al sistema italiano. Non si può solo dire copiamo il sistema inglese o quello americano, oppure concentrarsi su quanto affidare tutto ai privati, come se fosse un problema da risolvere. Penso sia necessario trovare degli scenari simili con caratteristiche e approcci trasferibili all’Italia. Forse bisogna guardare a paesi che hanno un sistema pubblico forte e regolamentato come ad esempio il Sud America o alcuni paesi dell’Asia dove però si è riusciti a coinvolgere in maniera sostanziale i privati, pur mantenendo parti significative alla gestione pubblica.

 

Finora quanti fondi sono stati impegnati nell’ambito dell’Herculaneum Conservation Project?

Come dicevo prima, il Packard Humanities Institute ha impegnato per la conservazione e la valorizzazione di Ercolano in oltre un decennio (2002 – 2013) oltre 20 milioni di euro. Abbiamo però anche attirato fondi pubblici nell’ambito della Programmazione Congiunta Soprintendenza / Herculaneum Conservation Project a partire dal 2010 un totale di 13,9 mln di euro. Di questi ultimi 2,65mln sono già stati spesi per lavori in corso. Altri 4,95mln in progetti HCP consegnati, in attesa di procedure amministrative di validazione e di gara/affidamento della Soprintendenza. Infine 6,3mln sono impegnati per progettazione in corso o in fase di avvio per futuri appalti della Soprintendenza.

Però non possiamo né vogliamo misurare il successo di HCP in termini economici: ma nello stato di conservazione del sito e della città moderna nel 2030, o addirittura nel 2050. E c’è ancora molto da fare.

 

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