lunedì, Settembre 20

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Karajan

“Probabilmente esistono infinite possibilità

di dar vita alla musica sulla base di note scritte

H. von Karajan

 

Tutti coloro che abbiano superato i quarant’anni ricorderanno perfettamente la presenza, nelle cronache musicali come in quelle mondane, di Herbert von Karajan, delle sue sahariane, dei suoi occhi chiusi mentre dirigeva, delle barche, della passione per i motori, degli ultimi anni con i problemi alla schiena, della presenza ad Ischia, della bella moglie (la terza) Heliette e di tutto l’armamentario comunicativo che era riuscito a costruire intorno a sé.

Karajan è stato un mito della direzione d’orchestra e del costume, divenendo un centro dell’attenzione globale grazie alle numerosissime registrazioni in disco ed in video (oltre che alla già citata costante presenza nelle cronache) che hanno contribuito a diffondere la conoscenza e l’attenzione per la musica classica anche in quegli ambiti che non le erano propri.

Rimasto per trentacinque anni alla guida dei Berliner Philarmoniker, lasciati soltanto poco prima di morire, è forse in assoluto il direttore d’orchestra che vanta il maggior numero di incisioni discografiche, con un’eccezionale cifra di dischi venduti, valutata intorno ai 200 milioni di copie!

Il 16 luglio di quest’anno si sono compiuti venticinque anni dalla sua morte (avvenuta nel 1989) e, sinceramente, ancora ne sentiamo la mancanza. Nessuno, forse, nonostante i tanti nomi già in auge allora o emersi successivamente, è riuscito a prenderne il posto: l’unicità del personaggio non ha lasciato spazio ad alcuna possibilità di successione sul trono planetario della musica.

Herbert von Karajan era nato a Salisburgo nel 1908. I suoi avi, il cui  cognome originale era Karajannis, provenivano dalla Grecia e affermatisi come commercianti di tessuti, vennero elevati al rango nobiliare alla fine del Settecento. Il padre, clarinettista per diletto, era primario chirurgo in un locale ospedale. Nonostante la bella figura, non era altissimo Karajan (e forse ne tradiva il complesso con quei capelli sempre pettinati all’indietro e all’insù, alla “mascagna”) ed aveva una sottile voce da tenore, ma la sua personalità era immensa, così come raccontano tutti coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo o di collaborare con lui.

Il suo gesto ieratico e molto suggestivo appariva come quello di chi affondi le mani nude nella creta plasmandola continuamente in nuove forme. Quello che ne risultava dal punto di vista sonoro era una grande densità musicale e una costante tensione, come se gli interpreti e quindi gli ascoltatori fossero tenuti nell’attesa spasmodica del raggiungimento del culmine dell’evento musicale. Di lui colpivano la bellezza e la morbidezza del suono dell’orchestra (al di là dell’elaborazione discografica) che venivano esaltate soprattutto dal repertorio classico e romantico, e poi la sensualità voluttuosa, una grazia dolce e carezzevole, la rapsodicità naturale, con una straordinaria capacità di assecondare il solista, tutte caratteristiche che oggi è difficile trovare, essendo, purtroppo, quasi tutti i direttori impegnati prevalentemente in una facile e banale cura degli aspetti ritmici.

Sempre alla ricerca delle innovazioni tecnologiche, è stato il primo ad effettuare registrazioni digitali ed a promuovere i nuovi supporti fonografici. La cura per la qualità tecnica delle registrazioni lo ha condotto progressivamente, oltre all’utilizzo dei mezzi tecnici più all’avanguardia di cui fu sempre pioniere, alla ricerca di un edonismo sonoro che prevedeva, ad esempio, un utilizzo significativo del riverbero nelle registrazioni, creando i presupposti per una suggestione di sacralità della musica, quasi questa fosse stata eseguita in chiesa. Per contro, il tutto si ammantava  di una patina uniforme tra i vari generi, stili, autori, creando disapprovazione da parte di alcuni.

Come per tutte le personalità straordinarie, quindi, il consenso non fu sempre unanime e non mancarono le critiche anche in ambito extramusicale. Ovviamente, uno degli argomenti utilizzati dai suoi detrattori fu la sua adesione al Partito Nazionalsocialista, che è stata oggetto di grandi discussioni e che, subito dopo la guerra, gli costò alcuni anni di marginalizzazione dalla vita musicale. Ormai, però, è acclarato che la sua non fu una scelta ideologica ma quasi obbligata per poter continuare ad esprimersi artisticamente.

Dedicatosi a tutti i generi musicali (con maggiore risalto, nella discografia, al repertorio sinfonico e sacro) è stato anche un importantissimo direttore d’opera, divenendo, alla Scala, addirittura unico direttore cui fosse assegnato il repertorio tedesco. Interpretò, ovviamente, anche molte opere italiane con risultati ragguardevoli, seppure in qualche caso gli esiti non furono dei più apprezzati, per il ricorso a tempi troppo lenti e poco teatrali (certi momenti del Don Carlo, sembrano scritti da Bruckner piuttosto che da Verdi…) e per l’eccessiva arrendevolezza, soprattutto negli ultimi anni, ad esigenze discografiche e commerciali, che imponevano la collaborazione con artisti dello star system non sempre adattissimi ai ruoli per i quali erano stati scritturati.

In più occasioni Karajan si espresse anche nel doppio ruolo di direttore e regista (per la prima volta nel 1957, con la messa in scena del Fidelio beethoveniano a Salisburgo), rivelando occhio attento ai particolari scenici e idee originali, seppure con impianti sostanzialmente tradizionali.

Tra le iniziative per celebrare il suo nome, in occasione quest’anno dell’anniversario della morte, la Deutsche Grammophon, che per cinquanta anni è stata la sua casa discografica, ha reso nuovamente disponibili le sue incisioni sinfoniche di Beethoven, Brahms, Bruckner. A Salisburgo, poi, al Festival di Pasqua (da lui creato alla fine degli anni Sessanta), il giorno del Venerdì Santo, è stato proposto un concerto diretto da Christian Thielemann, con la Sächsische Staatskapelle Dresden (orchestra che da qualche anno ha sostituito i “Berliner”, che erano rimasti l’orchestra del Festival anche dopo la morte di Karajan) con un programma tipicamente “salisburghese” basato su musiche di Mozart e Strauss.

José Carreras, per ricordarlo nei venticinque anni dalla morte, così ha voluto esprimersi: «Con su muerte se cierra una página irrepetible de la historia de la música. Era el mejor, el número uno. Seguía la línea de maestros de la talla de Toscanini, Fürtwangler, Bruno Walter. Pasarán muchos años hasta que se pueda encontrar un director como él. Hoy, desde luego, no lo hay».

 

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