domenica, Dicembre 5

Helmut Schmidt, tedesco di eccellenza Uno degli uomini politici di maggiore spessore nell’Europa del secondo ‘900, lascerà un vuoto pesante

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L’ex-Cancelliere socialdemocratico Helmut Schmidt, morto ieri ad Amburgo dove era nato 96 anni fa, è stato uno degli uomini politici di maggiore spessore nell’Europa del secondo ‘900. Lui, che teneva molto a confermare quel che si dice dei tedeschi del nord e cioè che sono sobri e distaccati, avrebbe fatto finta di non gradire troppo questo riconoscimento, mentre in realtà ha sempre pensato di meritarlo. C’è stato un momento in cui probabilmente non sbagliava quando sosteneva in privato di essere l’unico vero leader dell’Occidente, ma di non poterlo dire in pubblico perché era tedesco.

Ha passato anni della sua giovinezza nella Hitlerjugend e, pur con tutte le riserve che cominciò ad avere ad un certo punto verso il nazismo, andò in guerra senza neppure chiedersi se la Germania avrebbe vinto, tanto questo gli pareva una cosa scontata. Ha combattuto in Russia e fino alla fine nelle Ardenne. Ancora decenni dopo sosteneva che la Wehrmacht, ovvero l’Esercito, era «l’unica istituzione onorevole del Terzo Reich».

Come era inevitabile, gli anni del nazismo e della guerra avevano impresso una profonda traccia in lui. Gli lasciarono, in particolare, un sentimento di amorevole diffidenza verso il suo popolo, che riteneva suscettibile agli eccessi, forse impostigli dalla sua stessa forza. Era una diffidenza matura, dal sapore goethiano, che induce a vedere il meglio del carattere tedesco in quel che ha di europeo.

E in effetti durante il suo cancellierato, che andò dal 1974, quando sostituì il dimissionario Willy Brandt, al 1982, fu un europeista convinto, un po’ in contrasto con le tradizioni del suo partito, dando un forte impulso a quello che allora si chiamava il processo di integrazione. I primi accordi per la moneta unica vennero posti sotto il suo cancellierato. Per lui l’integrazione dell’Europa (occidentale) era così importante da indurlo a mettere la sordina a quella Ostpolitik, che pure aveva caratterizzato la politica del suo predecessore e compagno di partito Willy Brandt. Il rapporto con la Germania comunista fu da lui impostato, ufficialmente almeno, in termini di correttezza, senza tentare di minarne l’esistenza con le maniere forti (come tendevano a fare i democristiani) o con quelle avvolgenti (che erano nello stile di Brandt, al quale una Germania neutrale e unita forse non dispiaceva). Non c’è dubbio, comunque, che Schmidt avrebbe trovato deprecabile l’isolamento da tutti i partner europei in cui Angela Merkel ha ora condotto la Germania tramite la sua politica della ‘immigrazione illimitata’, che, a ben vedere, è l’ultimo, in ordine di tempo, di quegli ‘eccessi tedeschi’, di quei deliri di onnipotenza che Schmidt tanto temeva –basti vedere una delle ultime interviste rilasciate sull’argomento.

Il suo rivolgersi a Occidente era imposto da una recrudescenza della guerra fredda nei secondi anni ’70. Nella questione del riarmo, tuttavia, dimostrò che non si lasciava solo guidare dagli eventi, ma cercava anche di incanalarli. Fu a Schmidt che si deve se l’Occidente trovò la forza di rispondere alla provocazione sovietica della dislocazione sul territorio della Polonia e della Germania comunista di nuovi missili a lunga gittata. A Washington l’Amministrazione Jimmy Carter tendeva a minimizzare il significato di quella misura sovietica e nei Paesi europei, specie dove esisteva un forte partito comunista, molti condannavano il riarmo solo a senso unico, cioè quello occidentale. Fu il famoso discorso di Schmidt a Londra nell’ottobre 1977 a fare conoscere all’opinione pubblica i rischi che i missili sovietici costituivano e a spingere i partner della Nato a prendere la decisione di ammodernare, col famoso ‘doppio deliberato’, il loro arsenale con i missili Pershing-2. Qui Schmidt si comportò da leader, anche se qui cominciò o, per meglio dire divenne evidente, quel distacco dall’anima del suo partito che doveva portarlo, qualche tempo dopo, alla caduta. La SPD era percorsa, infatti, da tendenze pacifiste che assumevano a volte espressioni di deciso antioccidentalismo.

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