martedì, Settembre 21

Hasankeyf e la diga di Ilisu field_506ffb1d3dbe2

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Ad ogni modo, Hasankeyf e il suo patrimonio storico, monumentale e anche naturalistico, sono a rischio a causa della costruzione della mega-diga di Ilisu. La diga fa parte di un progetto più vasto, il Southeastern Anatolia Project, per la costruzione di impianti idroelettrici e per lo stoccaggio delle acque. Il piano iniziò a prendere forma già a metà degli anni Cinquanta, la progettazione della diga di Ilisu venne finalizzata all’inizio degli anni Ottanta. Solo a fine anni Novanta venne stabilito un programma di lavoro e la prima pietra venne posta nel 2006. In realtà, i lavori di scavo per il corpo principale della struttura non cominciarono prima del 2011 e dovrebbero essere portati a termine entro il 2015. La diga di Ilisu si trova un centinaio di chilometri a valle di Hasankeyf. Quando verrà completata ed entrerà in funzione, Hasankeyf sarà sommersa da circa 60 metri di acqua.

Naturalmente, voci di protesta si sono levate da varie parti: autorità locali, archeologi, ambientalisti. I dubbi sollevati hanno portato i finanziatori stranieri a sospendere (2008) e poi tagliare (2009) le linee di credito al progetto (si trattava di istituti austriaci, tedeschi e svizzeri). Il Governo turco, però, non ha rinunciato e i finanziamenti provengono ora dalle banche turche. La diga, che produrrà circa il 2 percento dellenergia elettrica in Turchia, è considerata irrinunciabile. Il Paese importa gran parte del fabbisogno energetico dalla Russia, perciò, asseriscono le autorità, sfruttare le fonti di energia rinnovabile disponibili sul territorio nazionale è di fondamentale importanza in termini di sicurezza energetica. La costruzione continua, quindi, ma continuano anche le proteste e le rassicurazioni del Governo non placano la preoccupazione. I piani per trasferire alcuni dei monumenti e per preservare quelli che non potranno essere spostati non convincono.

Non si tratta solo di mettere in pericolo o perdere un immenso patrimonio, ma anche di trasferire forzosamente diverse migliaia di persone. Il Governo ha costruito una nuova Hasankeyf   -moderna e funzionale, dicono le autorità-   ma l’acquisto delle case va ben oltre le possibilità dei cittadini: le loro vecchie case sono state valutate a qualche migliaio di dollari mentre le nuove vengono vendute a diverse decine di migliaia di dollari. L’economia della regione non è florida, proprio a causa della lotta perenne tra le forze governative e il PKK, e molti dei residenti vivono già di sussidi statali. Non sono disposti, adesso, a contrarre prestiti governativi per permettersi le nuove case.

Ma non è finita. La gigantesca diga sul Tigri avrà ripercussioni anche molto più a valle, lungo il corso del fiume, in Iraq. Il problema dell’approvvigionamento idrico è già così grave che ogni anno sono migliaia i ‘rifugiati idrici’ e, benché la Turchia abbia promesso di rilasciare 500 metri cubi di acqua al secondo dalla diga, Bakhtiar Amin, ex ministro iracheno, valuta la quantità reale a circa 200 metri cubi al secondo.

Il progressivo inaridimento avrà un impatto disastroso sull’Iraq che perderà centinaia di migliaia di ettari di terra coltivabile. Le paludi della Mesopotamia, già messe in pericolo da precedenti interventi lungo i corsi del Tigri e dell’Eufrate, scompariranno del tutto insieme al loro retaggio millenario e al loro ricchissimo ecosistema. E, naturalmente, i suoi abitanti saranno costretti a ingrossare le fila di migranti che si spostano verso i centri urbani.

Le ragioni del Governo turco, in primo luogo l’obiettivo della sicurezza energetica sono legittime. Altrettanto lo sono le preoccupazioni di chi teme di perdere un prezioso patrimonio storico e naturalistico, e di sprofondare allo stesso tempo in una crisi economica e sociale. Nel 2010, un team della Middle East Technical University (Turchia) ha proposto un piano alternativo: cinque dighe più piccole al posto della mega-diga di Ilisu. Il progetto non è stato preso in considerazione dal Governo che procede incurante delle proteste.

 

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