domenica, Settembre 19

Hariri torna in Libano, ma nel Paese resta la tensione Con gli esperti Massimo Campanini e Claudio Bertolotti parliamo delle prospettive politiche libanesi

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Il problema, più che religioso, sarebbe quindi quindi legato allo stretto legame che c’è tra appartenenze religiose e culturali, da un lato, ed istituzioni, dall’altro. Per essere più chiari, si tratterebbe di un problema costituzionale: “il Libano ha questa assurda Costituzione retta sul principio confessionale che, tra l’altro, non riflette più quelli che sono i veri rapporti di forza all’interno dei singoli raggruppamenti: questo implica una sostanziale fragilità di tutto il sistema istituzionale”. Afferma Campanini. Per questa ragione, è impossibile fare delle distinzioni nette sui fronti confessionali interni al Libano: oggi può essere così e domani in un altro modo, con grande fluidità di spostamenti. Detto ciò, continua Campanini, “è chiaro che gli Hezbollah saranno sempre più o meno legati all’Iran, come che i sunniti siano vicini all’Arabia Saudita (che, in questo momento, ha interessi comuni ad Israele). Essendo però la situazione libanese così mobile, a causa dell’assoluta illogicità del Sistema Costituzionale su cui il Paese si regge, questo tipo di rapporti possono essere variabili e modificarsi con facilità”. Esiste, dunque, il rischio che l’equilibrio interconfessionale libanese, che ha resistito a fatica fino a questo momento, si rompa.

In ogni caso, il rientro di Hariri e i suoi atti di distensione nei confronti del Presidente Aoun, come la presenza al suo fianco durante la parata e la decisione di sospendere le proprie dimissioni, sembrano aprire nuovi spiragli nella crisi libanese. È difficile dire se questo sia il preludio ad una ricomposizione della frattura istituzionale venutasi a creare dopo le dimissioni del Primo Ministro: per fare previsioni, ci dice Campanini, “dovremmo sapere che cosa è stato effettivamente deciso a Riad, con il beneplacito di Israele. Probabilmente, Hariri ha ottenuto dall’Arabia Saudita una garanzia del fatto che i sauditi non arretreranno rispetto alle mire dell’Iran e di Hezbollah, ovvero che non consentirà in nessun modo che il Libano diventi un Paese totalmente controllato dagli Sciiti e, soprattutto, da una milizia militante come quella di Hezbollah che ha, certamente, una sponda iraniana. Questo potrebbe averlo convinto a tornare a Beirut, in attesa di vedere come si svolgono e come evolveranno gli avvenimenti. Naturalmente, questo potremo dirlo con certezza solo tra un po’”.

In ogni caso, la soluzione di un conflitto interno alle Istituzioni libanesi rappresenterebbe solo una parte della soluzione della crisi: per Campanini, infatti, “il problema viene anche complicato dal fatto che, dal mio punto di vista, tutto si giocherà sul piano della ricostruzione della Siria, di cui il Libano è un’appendice: la ricostruzione della Siria, però, viene decisa, non solo sui tavoli di Riad e Teheran, ma anche sui tavoli di Mosca e di Washington, senza dimenticare che potrebbero esserci anche delle ingerenze da parte della Turchia. Bisognerà quindi attendere anche cosa verrà deciso durante il prossimo incontro di Soči: l’unica cosa certa è che il destino del Libano è legato al destino della Siria. Siamo di fronte ad un gioco di domino in cui le principali potenze attive nell’area (principalmente Arabia Saudita, Iran, Russia e Stati Uniti) dovranno, in qualche modo, ricomporre (o decomporre) la situazione siriana. Il ritorno di Hariri a Beirut”, conclude Campanini, “sembrerebbe suggerire il fatto che il Primo Ministro abbia avuto delle garanzie sul fatto che i sauditi faranno di tutto per non abbandonare il Libano agli Hezbollah e a Teheran: vedremo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi cosa accadrà effettivamente. Per quanto riguarda l’ipotesi secondo cui le dimissioni di Hariri fossero pilotate e, in qualche modo, imposte dai sauditi, è difficile capire come si muovono veramente gli attori dietro queste cortine; visto dall’esterno, devo dire che la mia impressione personale è stata soprattutto quella che Hariri avesse molta paura di essere eliminato, forse anche fisicamente (come del resto ha dichiarato lui stesso), e che quindi sia volato dal suo più naturale protettore, che in questo momento è l’Arabia Saudita, per avere delle rassicurazioni”.

Il grande peso che, in questa crisi, hanno gli attori esterni alla politica nazionale libanese appare evidente. Se i protagonisti politici dell’area non dovessero avere la capacità di trovare una soluzione politica e diplomatica alla crisi libanese (ma soprattutto siriana), questo potrebbe portare ad una recrudescenza dell’ormai infinito conflitto mediorientale: Bertolotti conclude dicendo che “se un conflitto aperto dovesse accendersi in Libano, già molto indebolito al suo interno e con un elevato numero di soggetti induriti da anni di guerra, andando oltre al confronto politico, lo scenario vedrebbe riproporsi un copione non molto dissimile da quello siriano o yemenita, con un livello di violenza progressivamente crescente in parallelo al ruolo che giocherebbero quegli attori che sino ad oggi sono stati impegnati a livello regionale; dall’Iran, all’Arabia Saudita, a Israele. Un ruolo di mediazione potrebbe tentare di giocarlo la Russia, forte della consolidata influenza a livello regionale e dei buoni rapporti con Iran ed Hezbollah. Uno scontro aperto non interessa nessuno, in questo momento, tanto meno a un Hezbollah che è oggi la più forte forza di fanteria con capacità di confronto asimmetrico a livello regionale. D’altronde, il contagio nell’area è già in atto, ora è necessario il contenimento, altrimenti il rischio di un nuovo focolaio caratterizzato dal rifiorire di un nuovo fenomeno jihadista riconducibile allo Stato islamico sarebbe più una probabilità concreta che un’eventualità teorica”.

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