domenica, Settembre 19

Hariri torna in Libano, ma nel Paese resta la tensione Con gli esperti Massimo Campanini e Claudio Bertolotti parliamo delle prospettive politiche libanesi

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Inoltre, c’è un altro attore importante che gioca un ruolo fondamentale nell’area: Israele. Secondo Bertolotti, “oggi, il conflitto tra Israele e Libano è significativo più sul piano politico interno dei due paesi che non sul ‘campo di battaglia’. Quel che preoccupa è la benzina che l’Arabia Saudita continua a versare sul fuoco che alimenta le conflittualità regionali, di cui oggi Riad è attore di primo piano in quanto a responsabilità dirette, e sulle dinamiche politiche interne al Paese dei Cedri”. Complice la scarsa simpatia di cui Israele gode nella regione, la pressione di Tel Aviv è percepita come pericolosa da larghi strati della società libanese: da qui, la decisione dei vertici militari libanesi di mettere in allerta le truppe sul confine israeliano. Bertolotti sostiene, infatti, che “muovere le Forze Armate lungo i confini, più che un atto di forza vero e proprio, è una scelta politica dettata da ragioni di consenso interno”; nei fatti, però, “non conviene a nessuno dei due attori iniziare una nuova guerra: se Israele volesse colpire e distruggere le strutture difensive convenzionali libanesi, non avrebbe problema a farlo, ma l’interesse di Tel Aviv è il contrasto a Hezbollah come propaggine iraniana in Siria. Siria che potrebbe vedere un intervento diretto contro obiettivi iraniani e di Hezbollah, ma pur sempre un intervento a bassa intensità da parte di Israele”.

D’altro canto, secondo Campanini, “Israele ha sempre avuto una politica aggressiva, nei confronti del Libano”. Questo dipende principalmente da due ragioni: “in parte, dopo il ‘Settembre Nero’, in Libano erano conversi i guerriglieri palestinesi che erano stati scacciati dalla Giordania, in parte perché, in opposizione alla Siria, ha sempre visto il Libano come una sorta di Stato Cuscinetto”. Nell’opinione di molti in Libano, soprattutto degli sciiti filo-iraniani, esiste un’altra ragione che spinge gli israeliani ad avere un atteggiamento aggressivi nei confronti di Beirut: si tratta dello stretto rapporto di alleanza che, seppure non ufficialmente, lega Tel Aviv a Riad. Campanini afferma che anche se non sono ufficialmente dichiarati, i rapporti di Israele con l’Arabia Saudita sono notoriamente ottimi; questo perché l’Arabia Saudita è un Paese tra quelli che oggi si chiamano, in maniera eufemistica, moderati (ovvero anti-iraniano): ciò fa sì che gli interessi di Israele siano, almeno in questa fase, convergenti con quelli dell’Arabia Saudita. Quindi è chiaro che Israele ed Arabia Saudita lavorino insieme più o meno apertamente per consolidare l’emancipazione dell’Iran; in questa situazione, la debolezza di Hariri e del suo Governo richiedevano un supporto ed un sostegno che non potevano venire che dall’esterno: chiaramente Hariri, non potendo andare di persona a Tel Aviv, è andato in Arabia Saudita e, sapendo che questa ha buoni rapporti con Israele, è altamente plausibile che quanto pattuito a Riad abbia ottenuto il benestare israeliano”.

Oltre alle ragioni politiche, si è spesso posto l’accento sui contrasti religiosi che vengono spesso utilizzati come semplice strumento di mobilitazione delle masse coinvolte nel conflitto: allo stato attuale, potrebbe sembrare che si stia delineando una divisione che vede musulmani sciiti ed ebrei, da un lato, e musulmani sunniti e cristiani, dall’altro. Secondo Bertolotti, però, “la questione religiosa in sé non ha un peso rilevante, se non sul piano comunicativo e della giustificazione verso le opinioni pubbliche delle rispettive parti in competizione. È la ragione politica che sfrutta le ‘linee di faglia’ religiose e culturale per definire alleanze ed equilibri. Da un lato il fronte arabo sunnita, che trova un punto di convergenza con Israele nel contrasto all’espansionismo Iraniano e, dall’altro lato, il fronte iraniano-sciita che, da Teheran, unisce sempre più Beirut attraverso Damasco”. Gli equilibri, come spesso accade nell’area in questione, sono mutevoli. Allo stato attuale, continua Bertolotti, “il fronte sciita è in questo momento in posizione di netto vantaggio, avendo sconfitto i gruppi jihadisti sunniti e i gruppi ribelli sostenuti da Riad (e prima ancora da Turchia e Qatar) nella guerra che ha devastato la Siria. Questo ha indebolito la componente politica sunnita in Libano a favore di Hezbollah. Quella di Riad è, dunque, una risposta diretta ed esplicita a questo stato di cose: una scelta di opportunità strategica in linea con il proprio interesse nazionale, che prevede di prevalere sull’Iran a livello regionale”.

Anche secondo Campanini la questione religiosa, non solo non è così rilevante come potrebbe pensare, ma non delinea nemmeno una divisione netta dei fronti: “bisogna ricordare che, all’epoca della Guerra Civile e dell’invasione israeliana del 1982, all’epoca della guerra contro Hezbollah da parte di Israele, i cristiani, e soprattutto le milizie ‘falangiste’ cristiane, sono state filo-israeliane. Il problema non è tanto quello dei cristiani presi come blocco o dei sunniti presi come blocco: il problema è quello del Presidente della Repubblica. Non è un caso che l’elezione del Presidente abbia necessitato di mesi e mesi di trattative: bisognava trovare un personaggio che fosse, oltre che cristiano (come prescritto esplicitamente dalla Costituzione), anche sufficientemente duttile e sensibile, che sapesse equilibrare le forze contrastanti, che si rendesse conto che il Libano non è in grado di governarsi e di reggersi da solo e, quindi, che sapesse mediare, a seconda delle circostanze, tra le forze che, in un momento o nell’altro, hanno più peso all’interno delle dinamiche politiche libanesi. Fino ad ora sono stati i siriani di Assad a garantire la pace nel Paese e questi erano alleati dell’Iran; d’altra parte, non c’è una saldatura tra Israele ed i sunniti in sé; inoltre, ci sono sempre gli interessi delle milizie dei cristiani maroniti che per lungo tempo sono stati la ‘longa manus’ di Israele in Libano”.

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