domenica, Luglio 25

Hamas sotto tiro: ma a Israele non conviene e lo ‘tutela’

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Nel corso delle ultime settimane si è nuovamente alzata l’attenzione su Hamas, il movimento islamista palestinese che controlla la Striscia di Gaza.
Lo scorso 1 giugno l’Agenzia Onu per i rifugati palestinesi (UNRWA) aveva dichiarato di aver trovato «parte del tunnel che passa sotto due scuole adiacenti dell’agenzia nel campo di Maghazi» nel corso dei lavori di costruzione. Hamas ha negato che il movimento o suoi membri abbiano costruito i tunnel e ha condannato le dichiarazioni dell’agenzia Onu. Nel 2014 Hamas ha usato diverse volte tunnel sotterranei per attacchi armati nella Striscia di Gaza. Ieri, poi, il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha chiesto alle Nazioni unite di smantellare UNRWA. Mentre milioni di altri rifugiati nel mondo sono presi in carico dall’UNHCR, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, solo i palestinesi hanno una loro specifica agenzia. Nell’UNRWA, ha detto, Netanyahu, «c’è molto incitamento contro Israele». Per questo, ha detto ancora, «è tempo di smantellare l’UNRWA e fonderne parte nell’UNHCR».
Il 3 giugno, il Qatar  –tre giorni prima che Arabia Saudita, Bahrein, Egitto e Emirati Arabi Uniti decidessero di interrompere le relazioni diplomatiche con l’Emirato-, è stata diffusa la notiziamai confermata ufficialmente– secondo cui Doha avrebbe invitato alcuni membri di Hamas a lasciare il proprio territorio nazionale, perchè i loro nomi sarebbero stati su una lista di persone coinvolte nella pianificazione di attacchi contro Israele. Secondo il ‘Times of Israel’, questi membri di Hamas sarebbero Saleh al Arouri, leader militare impiegato ora nell’ufficio politico del gruppo, e Moussa Doudine, funzionario che si occupava del dossier sui detenuti di Hamas. Secondo altre fonti, 6 membri dell’organizzazione avrebbero lasciato il Paese nei giorni scorsi, sempre su pressione di Israele.

L’organizzazione, ufficialmente, smentisce il raffreddamento dei rapporti con il Qatar. Un portavoce di Hamas, Hossam Badran -che risiede in Qatar ed ha militato nell’ala militare del gruppo palestinese- ha dichiarato che «la nuova leadership di Hamas, eletta lo scorso maggio, ha iniziato ad organizzare le attività e le riunioni del gruppo in luoghi diversi, sia fuori che all’interno dei Territori palestinesi», e che «continua a ritenere fondamentale il sostegno del Qatar al popolo palestinese, sopratutto per quel che riguarda la ricostruzione di Gaza». Un altro portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, il 4 giugno ha twittato che «i legami col Qatar e con altri Paesi rimangono intatti, e chiunque scommetta sull’indebolimento del movimento è destinato a fallire».
Doha continua a rifiutarsi di inserire il movimento palestinese nella lista delle organizzazioni terroristiche, malgrado le pressioni.

Hamas starebbe anche ricucendo i rapporti con l’Iran  -Paese che da giorni è al lavoro nel tentativo di sostenere il Qatar nell’isolamento che sta subendo con l’invio di aerei carichi di prodotti alimentari volti ad alleviare l’embargo imposto al Paese-  che si erano raffreddati causa la crisi siriana. Una delegazione di Hamas, guidata dal suo nuovo leader, Ismail Haniye, è attesa presto a Teheran per una visita ufficiale. La Repubblica islamica sarà una delle tappe di un tour di Haniyeh nella regione. La notizia della visita è un importante segnale di disgelo nelle relazioni tra l’Iran e il movimento palestinese e segue quanto rivelato nelle scorse settimane dal quotidiano pan-arabo edito a Londra ‘Asharq Al-Awsat’, secondo il quale Teheran avrebbe deciso di riprendere gli aiuti economici a favore di Hamas.

Insomma, Hamas è sotto pressione, si, ma sembrerebbe tattica. Il motivo è che a Israele una crisi che pregiudichi la capacità di Hamas di mantenere il controllo di Gaza non conviene.

Le forze di sicurezza di Hamas hanno arrestato centinaia di jihadisti nella Striscia di Gaza negli ultimi sei mesi, estremisti che minacciano in primo luogo Israele. Questo potrebbe finire se la guerra diplomatica tra il Qatar e il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) dovesse sfuggire di mano, sostengono gli analisti dell’area.
Nonostante la sua ostilità verso Israele, Hamas mantiene l’ordine nella Striscia di Gaza, e il Governo israeliano, al di là della facciata e delle dichiarazioni bellicose di Netanyahu, si affida all’organizzazione per questo controllo. Senza una forza come questa a Gaza, Israele teme che l’area sarebbe infestata da combattenti che rappresentano una minaccia ancora più mortale. Di conseguenza, Israele facilita Hamas, fornendo il suo nemico energia elettrica e garantendo un flusso costante di medicinali, cibo e beni di consumo.

In pratica, Israele cerca di garantire che Hamas sia abbastanza forte da dominare i gruppi più radicali a Gaza, a partire dai salafiti locali sostenitori dell’Isis, ma non abbastanza forti da sentirsi incoraggiato ad attaccare Israele. È un delicato equilibrio carico di rischi, e il Qatar, più di qualsiasi altro attore esterno, lo ha reso possibile. Se la pressione sul Qatar per porre fine al suo sostegno a Hamas fosse qualcosa di più di tattica, scuoterebbe il delicato equilibrio di Gaza, il che potrebbe potenzialmente provocare un nuovo e forse più pericoloso scontro tra Israele e Hamas, con conseguenze per i civili israeliani e palestinesi.

Israele non vede alcuna alternativa immediata al governo di Gaza da parte di Hamas. L’Autorità Palestinese non ha capacità militari per mantenere l’ordine a Gaza.  Israele rimane ai confini  e interviene quando necessario, l’ordinaria amministrazione la lascia a Hamas. Il sostegno del Qatar, che fornisce a Hamas una copertura diplomatica e spende milioni di dollari per gli aiuti che pochi altri sono disposti a fornire, è una situazione più che favorevole per Israele. I funzionari del Qatar coordinano le spedizioni degli aiuti con Israele attrverso Ashdod, sulla costa del Mediterraneo. Questo assicura che Gaza abbia il minimo per sostenere la sua popolazione e consente a Israele di controllare le attività a Gaza. Senza il Qatar, Hamas sarebbe costretto a rivolgersi all’Iran o alla Turchia per un maggiore sostegno, e nessuno di questi Paesi sarebbe una soluzione migliore dell’attuale per Israele.
In assenza del sostegno e della cooperazione di Qatar, Israele dovrebbe combattere con una Gaza privata di cibo, acqua, medicine e beni di consumo di base. Israele teme che una maggiore privazione esaspererebbe la situazione, un peggioramento delle già pesanti condizioni socio-economiche a Gaza potrebbe minare Hamas, creando una crisi umanitaria che il Governo non sarebbe in grado di controllare. Un crollo dell’economia e la mancanza di beni potrebbero indurre gruppi più radicali per sfidare apertamente Hamas e lanciare attacchi più sostenuti contro le città israeliane. Israele sarebbe costretto a ritorsioni, ma un avversario più frammentato e non chiaramente riconoscibile renderebbe la difesa di Israele ancora più difficile.

Israele teme le alternative a Hamas più che la continuazione del Governo di Hamas. È plausibile che l’Amministrazione di Trump, Israele, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita abbiano già elaborato un piano per sostituire il sostegno del Qatar a Hamas. E la visita in programma a Teheran di Ismail Haniye potrebbe inserirsi in questo ipotetico ‘piano B’. Una sostituzione di sponsor che potrebbe, comunque, essere rischiosa.
La perdita del patrocinio di Qatar potrebbe suscitare una grave crisi al confine con Israele e lasciare Israele con strumenti limitati per rispondere.
L’altro rischio, che non preoccupa solo Israele, è la possibilità che la perdita di forza di Hamas dia spazio ai gruppi che fanno riferimento all’ISIS, che da anni punta a Gaza. Gruppi salafiti sono emersi a Gaza sin dal 2006 e hanno sempre avuto una relazione conflittuale con Hamas. Il gruppo takfiri (declinazione del Salafismo e del Wahhabismo) Jund Ansar Allah si stabilì a Rafah sin dal 2008. Per bocca di AbdulLatif Moussa, il gruppo denunciò l’applicazione non rigorosa della Sharia da parte di Hamas, equiparando l’organizzazione palestinese all’occupante sionista. Accusata di secolarismo, pur essendo un’emanazione dei Fratelli Musulmani, Hamas usò le armi contro Jund Ansar Allah. Il gruppo takfiri lanciò attacchi non solo contro Hamas e Israele (con scarso successo) ma anche contro luoghi pubblici ritenuti immorali, come gli internet cafè. Hamas attaccò allora il quartier generale del gruppo, la moschea Ibn Taimiyah. Lo scontro, prolungato e sanguinoso, portò al massacro dei militanti di Jund Ansar Allah. Anche Hamas subì numerose perdite.

Ma quali sono le differenze tra Hamas e i Salafiti o Takfiri che li collocano su fronti opposti in una lotta sanguinaria e irriducibile?
Hamas, come Hezbollah, concentra la sua lotta contro loccupazione sionista. L’obiettivo dei Salafiti e dellISIS è, invece, quello di purificare la Ummah (comunità di fedeli), ed epurarla da quelli che ritengono leader corrotti e apostati. I Salafiti aderiscono a un’interpretazione letterale e reazionaria dellIslam. Dal loro punto di vista, non esiste jihad senza la guida di un Califfo. Pertanto, l’assenza di Califfo o di un emiro, rende la lotta palestinese illegittima. Mentre lo Stato Islamico si rivolge ai nemici interni prima che a nemici esterni, e fa dei fedeli musulmani che non si conformano alla sua rigida interpretazione dell’Islam le sue vittime predestinate, Hamas rifiuta questo tipo di estremismo e non perde di vista il suo obiettivo principe, la liberazione della Palestina.

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