domenica, Settembre 19

Hamas riallaccia i legami con Il Cairo Sempre più lontana dall’Iran, il 4 aprile Hamas incontra una delegazione dell’intelligence egiziana

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Hamas è sempre più vicina all’Egitto. Dopo quasi tre anni di guerra sotterranea con il Presidente Abdel Fattah al-Sissi, giocata tutta sui tunnel che collegano Gaza al Sinai, il 4 aprile è previsto un incontro decisivo tra una delegazione di Hamas e l’intelligence egiziana. I temi del possibile accordo sono la cessazione della cooperazione finanziaria e logistica di Hamas con le tribù beduine del Sinai, legate all’Isis, in cambio della riapertura del valico di Rafah che separa la Striscia di Gaza dall’Egitto.  Ma tutto è ancora in sospeso.

In questi tre anni di guerra non dichiarata Hamas ha giocato al limite dell’equilibrismo sui due fronti che infiammano il Medio Oriente cercando di mantenere i legami con l’Iran e conquistandosi l’appoggio, anche finanziario, del fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita. Un gioco difficilissimo che ha dimostrato il pragmatismo estremo del movimento islamico che dal 2007 governa la Striscia di Gaza. Ma alla fine il peso dell’appoggio di Hamas alle formazioni anti-Assad in Siria, in particolare quelle più vicine alla Fratellanza Musulmana, ha avuto il suo peso. E l’Iran ha reagito.

Il primo all’interno di Hamas ad accusare il colpo è stato Kahled Mishal, leader politico del movimento, che il 15 marzo ha lanciato una dichiarazione piuttosto lapidaria per le abitudini mediorientali, di solito più inclini alle sfumature. «L’Iran per via dei suoi interessi in Siria ha smesso di sostenere Hamas». La risposta dell’Iran non si è fatta attendere. Due giorni dopo il canale televisivo  ‘Al Mayadeen‘, vicino all’Iran, riportava l’esito dell’incontro tra Qassem Soleimani, comandante delle forze Qods iraniane, e una delegazione di Hamas avvenuta il 18 febbraio a Teheran. In quell’occasione Soleimani aveva dichiarato che Hamas è ormai uscita dall’asse della resistenza.

Gli egiziani non hanno perso tempo. Alla fine di febbraio sui quotidiani arabi circolavano voci su un incontro al Cairo tra alti funzionari dell’intelligence egiziana e israeliana. Gli accordi tra Hamas e le tribù del Sinai legate all’Isis sono un cruccio per entrambi. E così, agli inizi di marzo, il Ministro dell’Interno egiziano, Magdy Abdel Ghaffar, alzava il tiro e accusava Hamas di aver cooperato con la Fratellanza Musulmana egiziana nell’assassinio del procuratore generale Hisham Barakat, ucciso alla fine di giugno nel 2015.

Il 12 marzo c’è un primo incontro tra gli uomini di Hamas e l’intelligence egiziana. Tutto deve essere andato bene perché subito dopo Sami Abu Zuhri, portavoce del movimento, ha parlato di una nuova pagina nelle relazioni con l’Egitto. Anche da parte egiziana, il giornale ‘Al-Ahram‘, vicino al Governo, ha cominciato a riferirsi ad Hamas come a un «movimento di resistenza palestinese che avrà sempre un grande significato per gli egiziani». Passano pochi giorni, il 18 di marzo i vertici di Hamas si incontrano a Doha, in Qatar, per prendere una decisione su quanto proposto dagli egiziani.

Il contenuto dei possibili accordi resta ancora oggitop secret’. Ma il 20 marzo si diffonde sui media arabi la notizia che gli uomini del braccio armato di Hamas hanno sostituito un grande cartellone che campeggia a Saraya, a Gaza City. Non c’è più quello che inneggiava alla Fratellanza Musulmana, con la foto dell’ex Presidente egiziano Al Mursi. Al suo posto ce ne è un altro con questa scritta: ‘la resistenza non punta le sue armi contro entità estere‘. Un messaggio per il Cairo.

Arriviamo al 20 marzo e Hamas prende posizione. Il Ministro dell’Interno di Gaza chiude un’associazione iraniana operativa nella Striscia dal 2004. Si chiama Al-Bakyat-El-Salehat ed è finanziata nientemeno da una fondazione che porta il nome dell’ayatollah Khomenei, l’Imam Khomenei Relief Foundation. Un messaggio per Teheran.

Il 25 marzo, l’atto finale. Un’unità delle Brigate Al Qassam, braccio armato di Hamas, passa attraverso i tunnel e recupera nel Sinai Ghassan Arjani, uno dei suoi membri operativi collegati alle tribù beduine, riportandolo a Gaza. Un chiaro segnale al Cairo: Hamas è disposta ad allentare i legami con il Sinai e le interferenze nella politica egiziana.

È probabile che l’incontro di lunedì prossimo tra gli uomini dii Hamas e l’intelligence egiziana sia quello decisivo. Hamas sembra disponibile a schierarsi con il fronte sunnita, dalla parte dell’Arabia Saudita e dell’Egitto. Gli conviene perché la guerra dei tunnel è costata parecchio in termini finanziari. La battaglia sotterranea con l’Egitto forse sta per terminare. Ma pochi all’interno di Hamas sono disposti a chiudere definitivamente i ponti con l’Iran. La ‘realpolitik’ esige un riavvicinamento al Cairo, ma i giochi in Medio Oriente per Hamas restano aperti. All’angolo, è sempre pronta una svolta.

 

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