sabato, Settembre 25

Hamas, fuoco nei cieli

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hams razzi

Dopo i primi razzi dal Libano, la prima rivendicazione dell’attacco contro «l’aeroporto Ben Gurion». «Pronta a combattere per mesi», Hamas ha invitato le compagnie straniere a sospendere i voli per Tel Aviv, dopo i quattro razzi m-75, lanciati nella mattina verso lo scalo internazionale. L’aggressione è stata neutralizzata dallo scudo anti-missile Iron Dome. Nella notte, però, altri razzi sono stati eccezionalmente sparati dal sud del Libano, raggiungendo la Galilea, senza fare vittime né danni. Per quanto le forze israeliane sostengano che la batteria anti-aerea di difesa sia in grado di bloccare due razzi su tre, le sirene d’allarme suonano continuamente a Tel Aviv e Gerusalemme. A Tel Aviv si sono udite due forti esplosioni e frammenti dei razzi intercettati sono cadute in molte parti della città. Nelle ultime 24 ore, Hamas ha rivendicato oltre 200 lanci contro i centri abitati israeliani. Anche Haifa, il centro più popolosa del nord di Israele, si è svegliata sotto il fuoco dei razzi, sparati però dai miliziani di Jihad islamica. 

Ufficialmente, gli sciiti di Hezbollah negano il coinvolgimento nel lancio di razzi dal sud del Libano, per il quale la polizia ha fermato un sospettato. «Politicamente e moralmente sosteniamo però la resistenza del popolo palestinese contro l’ennesima aggressione sionista», hanno commentato, da Beirut, membri delle milizie del partito di Dio filo-iraniano. In totale, contro l’operazione Margine protettivo, da Hamas sarebbero partiti 550 razzi. Sull’altro fronte, 210 gli obiettivi colpiti, nei raid su Gaza, dall’Aviazione israeliana, per un totale di almeno 100 morti e 670 feriti in quattro giorni

Numeri importanti, che tuttavia non spingono Israele alla tregua. «L’operazione proseguirà a lungo, un cessate il fuoco non è in agenda», ha dichiarato il premier Benjamin Netanyahu, «nessuna pressione internazionale ci impedirà di agire contro i terroristi a Gaza». Nonostante le critiche dell’Onu agli attacchi israeliani a Gaza («dubbi sulla loro conformità al diritto internazionale») e il pressing degli Stati Uniti contro «un’invasione della Striscia», l’intervento a terra resta tra le opzioni. «La fanteria si prepara a una possibile incursione», hanno confermato tanto il Ministro della Difesa Yitzhak Aharonovitch che lo stesso Netanyahu: «L’Esercito ha avuto l’ordine di tenersi pronto. Siamo pronti a tutto». «Basta un ordine politico», ha rilanciato il Capo di Stato maggiore Benny Gantz. Il Premier israeliano ha anche aperto a un intervento armato contro le cellule jihadiste più radicali di Hamas, simpatizzanti dei miliziani in Iraq e Siria del’ISIS (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) e presenti anche in Cisgiordania: «Il Medio Oriente è sempre più preda di un Islam estremista, che bussa anche alle nostre porte. Dobbiamo occuparci di Hamas a Gaza, ma non basta», ha dichiarato, «non possiamo accettare che la West bank si trasformi in un’altra Gaza».

Due voli (Air France e la polacca Lot) da Tel Aviv sono stati intanto annullati per ragioni di sicurezza. «Tutti gli altri collegamenti proseguono attraverso un corridoio aereo a nord» ritenuto al riparo dagli attacchi, ha rassicurato l’Aviazione civile. Alitalia continua a operare regolarmente in Israele«È inaccettabile la minaccia di Hamas per la sicurezza di Israele. Ed è ogni giorno più pesante e intollerabile il bilancio delle vittime palestinesi», ha dichiarato, dalla Farnesina, il Ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini, condannando gli «attacchi indiscriminati su aree civili di questi giorni».

La crisi di Gaza ha offuscato le cronache dall’Iraq, dove, come in Siria, si continua a morire in guerra: 11 morti e oltre 20 feriti è il bilancio degli scontri armati tra i miliziani jihadisti dell’ISIS e le forze di sicurezza, a ovest di Baghdad, nella regione di al Anbar assediata da mesi dagli autoproclamati califfi.

Critica anche la situazione in Afghanistan, per i contestati risultati elettorali che, al ballottaggio, hanno a sorpresa consegnato il Paese in mano ad Ashraf Ghani, sconfitto al primo turno delle presidenziali da Addullah Abdullah, con uno scarto di oltre il 10%. In visita a Kabul, il Segretario di Stato americano John Kerry ha tentato la mediazione: «Con la legittimità del voto è in gioco la transizione democratica», ha ammonito. L’Onu ha proposto verifiche alle schede di 8 mila seggi (circa 3,4 milioni di voti): riconteggio accettato da Ghani ma rifiutato da Abdullah, che, mobilitando folle di sostenitori, chiede un controllo ancora più ampio di 11 mila seggi, per fugare i dubbi di brogli.

In Europa resta alta l’attenzione sull’Ucraina. Ancora sangue nell’est, con 23 soldati caduti e 93 feriti, per un attacco missilistico durante l’offensiva contro i filorussi nei territori di Lugansk. «Per la morte di ogni militare ucraino, pagheranno decine o centinaia di filorussi» avrebbe dichiarato a caldo il neo Presidente Petro Poroshenko, secondo la stampa di Kiev.

Nella stessa giornata, quattro civili sono rimasti uccisi sempre a Luganks, per dei colpi d’artiglieria contro un autobus di minatori e, nella stessa regione (dove i filorussi hanno rivendicato l’abbattimento di un altro aereo militare ucraino), una bomba esplosa in una clinica oncologica in un combattimento ha fatto altre quattro vittime civili. In missione lungo il fronte orientale, Amnesty international ha denunciato «l’aumento di rapimenti e torture», nelle ultime settimane, «centinaia, negli ultimi tre mesi», da parte di entrambi gli schieramenti. Il 12 luglio, intanto, scattano le sanzioni (divieto di viaggio e congelamento dei beni), decise al Vertice europeo (UE) del 27 giugno scorsocontro altre 11 persone che, «per le loro azioni, minano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina». Con i nuovi nomi, pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE, il totale dei colpiti dalle misure di Bruxelles sale a 72.

Nel Vecchio Continente si parla anche molto del gelo calato tra la Germania e gli Stati Uniti, per le intercettazioni del Datagate. «L’amicizia con gli Usa non è in discussione» e «i contatti restano stretti». Tuttavia, dall’ufficio della Cancelliera Angela Merkel è arrivata la conferma del Capo dei servizi segreti americani (CIA) a Berlino, invitato a lasciare il Paese «in un arco temporale breve e adeguato». Dalla comunicazione del provvedimento, tra «Merkel e Obama non ci sono state telefonate, né sono previste», ha chiuso il portavoce della Cancelliera Steffen Seibert. «La collaborazione tra i due Paesi è più ampia e profonda di quella tra i rispettivi servizi», che, come ha tenuto a precisare Merkel, hanno «approcci molto diversi».

Con la misura, il Governo di Berlino – dove un 25enne di origine tunisina si è dato fuoco davanti all’Ambasciata libica – intende «rinnovare» il rapporto con Washington su una base comune di fiducia e rispetto reciproco.  Il primo incontro istituzionale tra i due Governi, per ripartire da zero, è in agendanel week end,  a Vienna, tra il Ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier e il Segretario di Stato Kerry, durante i colloqui dei Gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania) sul programma nucleare iraniano.

 

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