martedì, Settembre 21

Hamas e Fatah, risiko palestinese Intervista a Ely Karmon: "Non si sono messi d’accordo neanche per un miliardo di dollari"

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In Medio Oriente le cose non sono mai come sembrano. Le alleanze, anche quelle più salde, durano quanto serve, in genere il meno possibile. Gli accordi tra Stati e organizzazioni si fanno per lo più sotto banco, lontani dai riflettori. Quasi sempre sono frutto di trattative tenute segrete fino all’ultimo istante. E così se Hamas e Fatah dialogano nel tentativo di costruire l’ennesimo Governo di unità nazionale, qualcosa d’altro sta sicuramente avvenendo sotto la superficie.

Tra scontri interni e lotte di potere, Mahmud Abbas, leader di Fatah, nonché Presidente dell’Anp (Autorità Nazionale Palestinese), ha altri problemi oltre a quelli con Hamas. Uno di questi è Muhammad Dahlan. Ex leader di Fatah a Gaza, oggi Dahlan, dal suo esilio dorato, negli Emirati Arabi Uniti, ha creato una corrente alternativa all’interno del partito di Abbas, una corrente che si definisce democratica riformista e minaccia direttamente la leadership del Presidente ottuagenario all’interno dell’Anp. Con un aggravante: Dahlan adesso sembra andare d’accordo con Hamas a Gaza. In caso di elezioni, avrebbe facilità a ottenere un ottimo risultato tanto a Gaza quanto in Cisgiordania.  

Anche Hamas ha i suoi problemi: da quando nel 2011 è scoppiata la guerra civile siriana i suoi leader politici, che prima erano protetti da Damasco, hanno dovuto prendere altre strade. Alcuni si sono rifugiati a Doha, in Qatar, altri sono finiti in Turchia. E qui è sorto un problema: la Turchia è in trattativa per riallacciare i rapporti con Israele, che tra le condizioni per il dialogo, ha chiesto al Presidente Erdoğan di espellere gli uomini di Hamas. L’Egitto segue una linea vicina a quella di Israele: all’inizio di marzo il Presidente Al Sissi ha puntato il dito contro i leader di Hamas in Turchia e ha dichiarato che le operazioni per l’assassinio del procuratore capo Hisham Barakat, ucciso al Cairo lo scorso giugno, portano proprio agli uomini di Hamas protetti dal Paese di Erdoğan.

In Israele non si parla un granché delle trattative tra Hamas e Fatah, che dovrebbero culminare questo mese con un incontro al vertice a Doha tra Abbas e Khaled Mishal, leader politico del movimento islamico. Ely Karmon, analista e docente all’International Institute for Counter-Terrorism di Herzilya, in Israele, è convinto che gli accordi tra Hamas e Fatah siano destinati a fallire.
Se nel 2007 è saltato anche l’accordo tra Hamas e Fatah alla Mecca, in cambio del quale l’Arabia Saudita aveva promesso un miliardo di dollari, è difficile che tra le due fazioni palestinesi si possa giungere a qualcosa di concreto oggi. Nel giugno 2007 Hamas ha messo in atto un colpo di Stato militare contro l’Anp e ha ucciso circa 200 uomini della sicurezza di Fatah, prendendo il controllo di Gaza.

Karmon ricorda quello che accadde anche nel 2014, poco dopo la firma per il Governo di unità nazionale tra le due organizzazioni. “Qualche mese dopo la firma dell’accordo tra Hamas e Fatah, in Cisgiordania furono rapiti i tre ragazzi israeliani. L’operazione, che fu organizzata dai leader di Hamas in Turchia, portò all’operazione israeliana Margine di protezione a Gaza. Hamas ha tentato più volte di preparare un colpo di Stato contro Abbas cercando di militarizzare la situazione”.

 

Nel corso delle trattative di questi giorni pare che Hamas e Fatah abbiano raggiunto un accordo per indire elezioni palestinesi entro sei mesi. Le risulta?
L’accordo per le elezioni sarà difficile. Abbas non le vuole perché sa che le perderebbe non solo a Gaza, ma anche in Cisgiordania. Hamas non le vuole perché dopo le elezioni dovrebbe cedere all’Anp il controllo di Gaza.

 

Quali sono gli ostacoli che dividono Fatah e Hamas?
Hamas non vuole cedere il controllo di Gaza all’Anp. E Fatah non vuole prendersi carico della ricostruzione di Gaza e del pagamento degli stipendi dei funzionari nominati da Hamas nella Striscia e mai riconosciuti dall’Anp. In più, c’è la questione della gestione dei valichi di confine a Gaza: nessuna delle due fazioni vuole cedere, perché controllarli significa avere la sovranità sul territorio.

 

Nel mese di marzo gli attacchi ‘individuali’ di palestinesi in Cisgiordania sono diminuiti. C’è una correlazione con il fatto che Hamas ha aperto trattative con l’Egitto di Al Sissi?
Sì. Al Sissi ha chiesto ad Hamas di cessare il supporto agli jihadisti in Sinai, di smettere di finanziare il terrorismo al Cairo e di dissociarsi dalla Fratellanza Musulmana in Egitto. Ha anche chiesto ad Hamas di lasciare il controllo del valico di Rafah nelle mani di Fatah. Hamas ha risposto positivamente alle richieste egiziane, prendendo le distanze dalla Fratellanza Musulmana. È stato uno dei portavoce di Hamas, Sami Abu Zuhri, a rispondere direttamente alla richiesta di Al Sissi. Il 22 marzo nel corso di un’intervista con Al-Arabya ha dichiarato che Hamas è affiliata alla Fratellanza Musulmana solo ideologicamente, non dal punto di vista politico e operativo. Tutto il contrario di quanto Hamas affermava qualche anno fa. Abu Zuhri ha sottolineato che il movimento islamico ha come primo obiettivo la lotta contro Israele e non ha nessun interesse a interferire negli affari interni dell’Egitto.

 

È possibile che Dahlan, che è molto vicino al presidente Al Sissi, possa aver avuto un ruolo in queste trattative tra Egitto e Hamas?
Non lo so. Dahlan è molto attivo ed è nemico di Abbas. Riceve grande supporto dagli Emirati Arabi Uniti, è vicino all’Egitto ed è molto forte a Gaza. È ben visto anche dall’Arabia Saudita perché è da sempre un nemico giurato della Fratellanza Musulmana. Dahlan sta acquisendo un grande potere nella regione.

 

Il Presidente Abbas in questo momento forse teme più Dahlan che i leader di Hamas. Quando nel 2011 Abbas lo ha cacciato da Fatah, molti leader dell’organizzazione hanno seguito volontariamente Dahlan. La sua corrente, fuori e dentro Fatah, è sempre più forte e conta appoggi regionali ormai vastissimi.

 

 

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