lunedì, Giugno 21

Hamas costretto a rivedere la sua strategia dopo il ‘tradimento’ del Sudan Perso il Sudan, per Hamas è di vitale importanza coordinarsi con gli altri membri dell'Asse della Resistenza contro Israele

0

Mentre gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi Uniti (EAU) guardavano al Sudan come il prossimo Paese arabo a firmare un accordo di normalizzazione con Israele, Hamas sperava che Khartoum rimanesse fedele al suo storico sostegno ai palestinesi. La decisione del Presidente Donald Trump relativa alla rimozione del Sudan come sponsor statale di gruppi terroristici ha obbligato il governo transitorio ad onorare i patti. La rimozione era strettamente legata alla pace con Israele. La designazione del Sudan come sponsor statale di gruppi terroristici risale a quando Osama bin Laden prese residenza a Khartoum alla fine degli anni ’90, organizzando dal Sudan gli attacchi contro gli Stati Uniti nel 1998.

Fin dall’inizio della sua fondazione nel 1987, i legami ideologici di Hamas con i Fratelli Musulmani hanno hanno offerto ad Hamas la possibilita’ di creare una rete organizzativa diffusa sia nel mondo arabo che in quello musulmano. Lo slancio ideologico di Hamas è stato per molti arabi un sogno diventato realtà, dato che il movimento di resistenza palestinese era originalmente dominato da persone di sinistra e laici che davano alla lotta una impronta non religiosa e accusavano l’OLP a il suo impegno per la causa. La radicalizzazione islamica, che caratterizza ora Hamas, trae le origini dall’opposizione di Israele, Unione Europea e Stati Uniti. I dirigenti di sinistra sono stati discreditati e gli estremisti islamici hanno preso il soppravento.

Dieci anni dopo il colpo di Stato del 1989 condotto da ufficiliali dell’eserciro filo-musulmano guidati da Omar ElBashir, il Sudan si trasforma in una base regionale di Hamas, dove risiedevano molti membri del gruppo e venivano offerti passaporti sudanesi con cui potevano viaggiare. L’alleanza del Sudan con il gruppo palestinese lo ha esposto a pressioni straniere e su alcuni livelli a attacchi militari, a causa delle accuse secondo cui i suoi territori sarebbero stati utilizzati per trasportare armi nella Striscia di Gaza. Rapporti non confermati affermano che un agente di Hamas è stato ucciso in un attacco aereo israeliano nel gennaio 2009 in Sudan. Si diceva che fosse il successore di Mahmoud Mabhouh, un altro comandante di alto livello di Hamas che è stato ucciso negli Emirati Arabi Uniti nel gennaio 2010.

Nel aprile del 2019 il Presidente del Sudan, Omar al-Bashir, è stato rovesciato e sostituito con un’amministrazione provvisoria che per necessità economiche e pressioni americane ha firmato un accordo di normalizzazione con Israele che segue le firme di accordi simili poste dai Re degli Emirati Arabi Uniti e dell Bahrein e dal Primo israeliano Il ministro Benjamin Netanyahu a Washington. 

L’interesse di Israele per il Sudan non è solo quello di portare nuovi Paesi arabi dalla sua parte nella regione. Sta anche cercare di negare ad Hamas un corridoio vitale che colma la distanza tra Gaza e il suo principale fornitore di armi, l’Iran. Ci sono state notizie secondo cui il Sudan ha chiesto ai membri di Hamas di lasciare il Paese, anche se le autorità di Khartoum non hanno fino ad ora intrapreso tali passi. 

«Il Sudan non ci ha mai deluso in Palestina a nessun livello: di resistenza, politico, diplomatico quindi, sicuramente, sentiamo il dolore per ciò che sta accadendo a livello di relazioni estere in quell’amato Paese», riferisce Khaled Kadoomi, rappresentante di Hamas a Teheran, al quotidiano arabo Al-Monitor in un’intervista esclusiva. Kadoomi spiega che il suo movimento crede che le persone in Sudan siano contrarie a qualsiasi normalizzazione dei legami con Israele e che esempi precedenti – Egitto e Giordania – dimostrano che non solo questi Paesi hanno sofferto a tutti i livelli a causa dei legami con Israele, ma la maggior parte dei cittadini si è rifiutata di farlo.

Le parole di Kadoomi corrispondono alla realtà. La popolazione sudanese considera la normalizzazione dei rapporti con Israele un tradimento della causa Palestinese e un insulto alla nazione. Le opposizioni di sinistra e islamiche concordano nella condanna di questi accordi. Il governo di transizione, controllato di fatto dalla Giunta Militare (gli ex gerarchi di Bashir ora riciclatesi in salvatori della patria), è debole. Allo stato attuale sarebbe incapace di gestire una rivolta popolare e guidare allo stesso momento il paese lungo il cammino alla democrazia. La giunta militare prenderebbe subito l’occasione per un altro colpo di stato, instaurando un’altra dittatura.

«Il governo sudanese si e’ precipitato nel firmare l’accordo con Israele, infliggendo un duro colpo alla resistenza a Gaza» affermano fonti militari di Hamas. Questi Generali hanno ragione a definirlo un duro colpo. Il Sudan facilitava il transito di armi e munizione iraniane che venivano introdotto a Gaza attraverso la regione del Sinai in Egitto utilizzando dei tunnel. Ora Cairo e Khartoum di fatto hanno reso totale il blocco navale e terrestre di Israele.

La firma degli accordi con Tel Aviv e’ stato un atto obbligatorio per rivitalizzare l’economia. Ora il Sudan puo’ interagire con il sistema bancario internazionale, le sanzioni cesseranno di essere, gli investimenti stranieri saranno possibili. La necessità di rivitalizzare l’economia ha prevalso sul eventuale rischio di sommosse popolari e golpe. I leader dell’opposizione e i laici che formano il governo transitorio sono convinti che l’unico modo per ridimensionare il peso dei Generali dell’epoca Bashir sia quello di rafforzare la democrazia e il pensiero laico attraverso un boom economico a beneficio della popolazione. Questi leader laici stanno giocando la loro partita piu’ pericolosa.

Dopo l’abbandono del Sudan, Hamas sarà senza dubbio costretta a ripensare alla sua strategia regionale. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, nuovo e potente alleato di Hamas, sta mediando una road mapper l’unità con Fatah, il partito del Presidente Mahmoud Abbas con sede in Cisgiordania. Un compito difficile in quanto Fatah si aggrappa all’inziativa di pace araba del 2002 (continuamente violata da Israele), mentre Hamas si ispira alla resistenza, sostenuto dall’Iran e ora da Erdogan.

Hamas è ovviamente più a suo agio nel campo di resistenza, con la Jihad islamica palestinese, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, Hezbollah libanese e altri, che chiedono la liberazione della Palestina e Gerusalemme come sua capitale unificata.

 Kadoomi ha svolto un ruolo importante insieme ad altri funzionari di Hamas nel colmare i legami tra Teheran e l’organizzazione in seguito alla spaccatura sulla crisi in Siria. Kadoomi ha pubblicamente affermato che l’Iran è il principale fornitore di sostegno al suo movimento, in termini di logistica e armi. Si parla di missili a corto raggio Fajr, di altre armi pesanti e di tecnologia per la ‘WebWar’ (guerra in rete).

Perso il Sudan, per Hamas è di vitale importanza coordinarsi con gli altri membri dell’Asse della Resistenza contro Israele: Iran, Hezbollah, milizie sciite in Siria. Questi Stati e milizie hanno una visione comune nei confronti della Palestina. Ma occorre realizzare l’unione con Fatah nonostante le divergenze. La striscia di Gaza non puo’ piu’ contare sul sostegno di Egitto e Sudan e gli spazi vitali alle frontiere che permettevano di resistere al blocco israeliano ora sono stati chiusi. I funzionari di Hamas hanno sottolineato che gli incontri con Fatah a Beirut, avvenuti il 3 settembre e il 22 settembre a Istanbul , hanno portato a un nuovo piano per “riformare l’OLP e lanciare un movimento di resistenza popolare con obiettivo la liberazione.

A mettere in forse l’unione dei due movimenti palestinesi potrebbe essere l’iniziativa dell’Unione Europea che ha legato il sostegno economico alla Palestina con la ripresa del dialogo con Israele. Nello specifico la UE intende far accettare alle autorità palestinesi i contributi finanziari di Israele. Il rifiuto dei palestinesi fa parte di una strategia politica per dimostrare la propria indisponibilità a cooperare con lo Stato ebraico finché il governo Netanyahu non abbandonerà il progetto dell’annessione della Giudea e della Samaria.

Lo scorso maggio le autorita’ palestinesi hanno rifiutato 750 milioni di dollari di aiuti da Israele rivendicando la sospensione dell’incameramento dei territori contesi in Gisgiordania. L’Unione Europea sta facendo enormi pressioni su Fatah affinche‘ accetti gli aiuti israeliani e si operi per riallacciare i rapporti diplomatici con Israele. Secondo fonti del quotidiano arabo Axios, Egitto e Giordania stanno tentando di convincere il leader palestinese di Fatah a incassare il denaro israeliano, riprendere le relazioni diplomatiche e abbandonare l’alleanza con Hamas.

Una richiesta del tutto partigiana che evidenzia la linea filo-israeliana che l’Unione Europea ha adottato. Mentre si cerca di impedire una unione dei movimenti politici palestinesi si tace sul numero sempre maggiore di esplusioni e demolizioni di case nei territori palestinesi per creare insediamenti israeliani. Secondo le Nazioni Unite, il numero degli sfrattati e’ quasi quadruplicato da gennaio ad agosto 2020. Vi e’ stato un aumento del 55% delle case demolite e delle confische di terreni rispetto all’anno precedente. In settembre a Gerusalemme Est sono stati demoliti 24 edifici in una sola giornata.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->