mercoledì, Settembre 22

Hallyu, la 'grande onda' coreana Da Kim Ki-duk al Gangnam Style, la Corea del Sud e la pop-culture alla conquista del mondo

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È conosciuta come Korean-wave, ovvero l’’onda anomala’ della cultura pop coreana, che in poco più di un decennio ha letteralmente conquistato il panorama asiatico, per poi incontrare progressivamente anche il favore della cultura di massa occidentale.

Non solo telefoni cellulari e automobili, dunque. Molto prima che l’America e l’Europa iniziassero a ballare sulle note ironiche e trascinanti dell’ormai fin troppo celebre ‘Gangnam Style‘, infatti, i prodotti dell’industria culturale sudcoreana (come serie televisive, lungometraggi cinematografici e musica pop) imperversavano in Cina, Giappone, Taiwan, Indonesia, Malesia, Thailandia, Singapore e Vietnam, invadendo il mercato asiatico già a partire dai tardi anni Novanta.

Il neologismo ‘hallyu (pronuncia coreana del termine cinese originale) è stato coniato nel 1999 da un giornalista cinese, in riferimento al vero e proprio ‘flusso’, o ‘onda’ di Corea, che si apprestava a travolgere inesorabilmente non solo l’immaginario culturale locale e internazionale, ma anche l’industria dell’intrattenimento, andando dunque a incidere su una fetta non trascurabile dello stesso mercato globale.

A determinare l’apprezzamento da parte del grande pubblico, dentro e fuori i confini nazionali (grazie anche all’opera dei ‘fansubber‘, appassionati che realizzano gratuitamente i sottotitoli delle loro serie preferite), sono stati principalmente i cosiddetti drama, le serie televisive sudcoreane. Prevalentemente ispirate ai generi del melodramma e della commedia sentimentale tipici delle soap opera, esse presentavano personaggi e strutture narrative estremamente originali e ben confezionate (almeno per quanto riguarda i primi prodotti di tale genere). A riscuotere un notevole successo anche a livello internazionale è stata (per citarne solo una tra le tante) la serie intitolata ‘Winter Sonata’ (2002), una storia d’amore che ha provocato un sorprendente impatto turistico sulla località insulare di Namiseom, a est di Seoul.

Accanto ai drama, l’altro elemento portante del fenomeno hallyu è costituito da quello sterminato panorama dell’intrattenimento musicale che va sotto il nome di K-pop (Korean pop music). Lo sviluppo della popular music in Corea ha seguito un percorso storico che, attraverso l’esperienza e la rielaborazione di generi musicali non autoctoni (come il rap, l’R&B, il reggae e il metal, senza trascurare la fondamentale influenza del J-pop giapponese), ha condotto all’emergere del fenomeno degli ‘idol’, sorta di cantanti-idoli (spesso anche ‘riciclati’ dal mondo delle succitate serie tv) organizzati in gruppi, sul genere delle boy-band americane, dalla spiccata presenza scenica. Questi gruppi di idol-cantanti, o idol-attori dall’irresistibile appeal (che ovviamente dettano stile anche e soprattutto in fatto di moda), non sono necessariamente dotati di particolari abilità in campo musicale e canoro (non sono rare le esibizioni in playback), ma vengono selezionati dalle maggiori ‘agenzie di reclutamento’ per la loro versatilità e per la loro capacità di ‘dominare il palco’.

Il segreto del successo della Korean-wave, sia per quanto riguarda le produzioni televisive che quelle musicali, è da ricercarsi proprio nella sapiente commistione tra gli elementi più squisitamente ‘autoctoni’ ed altri più vicini alla sensibilità di un pubblico internazionale; tanto negli stili quanto nei contenuti proposti.

Altro fenomeno interessante è quello relativo allo sviluppo dell’industria cinematografica sudcoreana, che ha ormai conquistato il suo posto tanto all’interno del circuito dei festival internazionali e del cinema d’autore (si pensi a Kim Ki-duk, l’acclamato regista di ‘Ferro 3’ e ‘Primavera, Estate, Autunno, Inverno… e ancora Primavera’); che in quello del cinema ‘cult’, con titoli – ormai celebri anche in Occidente – come ‘Old boy’ e ‘Lady Vendetta’ (del regista Park Chan-wook). Un ambito, quello del cinema, che ha contribuito notevolmente allo sviluppo di un’autoconsapevolezza culturale e politica della Corea del Sud, svolgendo un ruolo non indifferente nello stesso processo di democratizzazione del Paese, che aveva sperimentato la dittatura durante gli anni ’60 e ’70 del Novecento.

Riguardo alla crescita esponenziale dell’industria culturale sudcoreana, Stefano Locati, vice direttore dell’Asian Film Festival di Reggio Emilia e fondatore di asiaexpress.it (portale sul cinema asiatico), afferma che essa “è legata a ragioni molteplici, tanto esterne (tra cui anche il crollo del mercato cinematografico di Hong Kong, che fino almeno al 1994-1997 era egemone nell’area asiatica, secondo esportatore al mondo dopo Hollywood) sia interne, con una crescita dell’interesse pubblico per la cultura, provocata dalla spinta di democratizzazione che chiude con il periodo delle dittature (e della logica censoria)“.

È del 1996 il passaggio dalla precedente ‘Motion Picture Law’ di tipo censorio-repressivo (in vigore con diverse modifiche fin dal 1962), alla ‘Film Promotion Law’, di stampo invece promozionale: da questo passaggio, il cinema viene visto e incentivato anche come un volano economico”, prosegue Locati. “Nello stesso periodo viene infatti anche potenziato il Korean Film Council, organizzazione che ha lo scopo di promuovere il cinema coreano internamente ed esternamente (ad esempio nei festival di cinema internazionali come Cannes, Toronto, Venezia). Per dare un’idea di questa crescita: la quota di mercato dei film locali è passata da circa il 23% nella prima metà degli anni ’90 al quasi 55-60% degli anni ’10 del 2000 (da un quarto a oltre la metà degli incassi totali). Nello stesso periodo il numero annuale di film locali prodotti (con un periodo di momentanea crisi tra 2006 e 2010) è passato da circa 50 ogni anno a oltre 200 all’anno a partire dal 2011. L’effetto della Korean-wave è meno percepibile in Europa, ma nel complesso essa ha significato un incremento sensibile del turismo verso la Corea del Sud e dei corsi di lingua coreana all’estero, nonché un aumento di consapevolezza della specificità coreana rispetto agli altri paesi asiatici limitrofi. Ormai i film coreani sono presenze stabili nei palinsesti dei principali festival europei, alcuni autori sono riconosciuti, e inizia anche una lenta distribuzione nelle sale di alcuni prodotti“.

La portata economica, nonché politica, del ‘prodotto’ sudcoreano e del soft power culturale che esso era in grado di esercitare, fu immediatamente chiaro al Governo sudcoreano e ad alcuni colossi industriali come Samsung e Daewoo, che iniziarono a stanziare cifre imponenti per la crescita del settore dell’intrattenimento; pianificando con meticolosità la nascita di un nuovo gigante culturale asiatico, che avrebbe potuto competere in maniera diretta con il ‘rivale’ nipponico e, in seguito, persino concorrere con i prodotti dell’industria dell’intrattenimento euro-americana. Lo hallyu assume dunque una valenza non più soltanto culturale, ma diventa anche strumento economico e politico, di rivalutazione dell’identità nazionale. La stessa Presidente Park Geun-hye, la leader di orientamento conservatore in carica dal febbraio dello scorso anno, ha auspicato la promozione di «un nuovo rinascimento culturale», in cui il fenomeno dello hallyu assume un ruolo fondamentale.

L’interesse nei confronti dell’’exploit’ culturale della Corea del Sud ha finito per coinvolgere anche l’ambito degli studi umanistici e delle scienze sociali. Da realtà marginale e fondamentalmente poco considerata (soprattutto dagli studiosi occidentali), la Korean-wave è divenuta oggetto di ricerche e pubblicazioni, accademiche e non, come ad esempio il volume ‘Korean Pop Music: Riding the Wave’ (2006), a cura dell’etnomusicologo inglese Keith Howard.

Già nel 2011, nel corso dell’Assemblea della Korean Foundation a Seoul (che ha visto la presenza di circa 200 tra ricercatori e studiosi, sia coreani che stranieri), il tema portante della conferenza («New Approaches to Korean Studies: Understanding Korea in the Global Context»), aveva suggerito un nuovo ‘indirizzo’ degli studi coreani, inserendoli in una prospettiva globale, incoraggiando un approccio multidisciplinare e critico nei confronti della disciplina, così come l’aspetto della divulgazione e della ricerca accademica; citando lo hallyu come un esempio di «Serious Field of Study», per l’innegabile importanza che esso riveste nella promozione della cultura coreana nel mondo.

 

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