lunedì, Agosto 2

Haiti occupata de facto La piaga haitiana: la costante interferenza americana dall'inizio del XX secolo che prosegue, così evidente anche nell'assassinio presidenziale, connessa con l'ingerenza degli organismi finanziari internazionali

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Secondo ‘CNN, un alto funzionario del governo, ha riferito che un uomo ritenuto cittadino statunitense è tra le sei persone arrestate ad Haiti in relazione all’assassinio del Presidente Jovenel Moise. Il Ministre Délégué al Gouvernement d’Haiti, Mathias Pierre, ha detto a ‘CNN‘ che l’uomo, identificato come James Solages, era «parte del gruppo» legato all’attacco di mercoledì.
Gli Stati Uniti sono parte integrante di Haiti dal 1915 -anno in cui l’esercito americano ha occupato Haiti- in poi, anche se formalmente l’occupazione si è conclusa nel 1935. Così non ci sarebbe nulla di strano se ci fosse coinvolto anche un americano nell’ultima delle tragiche cronache che riguardano il Paese. Piuttosto ci sarebbe da chiedersi: un americano o gli Stati Uniti d’America?

L’immagine di quello che è successo rimane «torbida», afferma Jason Marczak, Direttore dell’Adrienne Arsht Latin America Center. «I rapporti indicano che gli assalitori erano ben organizzati e precisi nella loro pianificazione e nel modo in cui hanno condotto l’attacco, compreso l’uso di armi sofisticate».
L’ambasciatore di Haiti negli Stati Uniti, Bocchit Edmond, ha descritto a ‘CNN‘ i sospetti come «mercenari» stranieri, «assassini ben addestrati», che avrebbero avuto assistenza da cittadini haitiani. Ma «i funzionari hanno divulgato pochi dettagli pubblici sull’attacco», afferma ‘CNN‘, aggiungendo che nel video delle telecamere interne di sorveglianza, installate nell’abitazione del Presidente, gli assassini «parlavano spagnolo e si presentavano come agenti della Drug and Enforcement Administration (DEA)», l’agenzia federale antidroga statunitense. La ‘CNN‘ precisa di aver visionato il video e che «non può confermare in modo indipendente l’autenticità dell’audio o del video».
Le indagini sono in corso e la «polizia nazionale haitiana ha richiesto assistenza investigativa e gli Stati Uniti stanno rispondendo a tale richiesta, ha detto ai giornalisti il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price».

Haiti, ‘cronicamente instabile’ era in una posizione difficile anche prima dell’assassinio del Presidente bananiero -crisi finanziaria, crisi istituzionale, emergenza pandemica aggravata dall’inaccessibilità al vaccino-, l’uccisione di Jovenel Moise peggiora pesantemente la situazione, lascia un vuoto di potere pericolosissimo, rischia di destabilizzare il Paese molto a lungo, secondo Jason Marczak è lo «scenario peggiore» che si potesse prevedere.
Parte non secondaria del problema «è che
nel Paese manca un piano di successione». Il Primo Ministro ad interim, Claude Joseph, ha annunciato la morte di Moïse e ha rilasciato dichiarazioni a nome del governo, dichiarando lo ‘stato d’assedio’. Ma Moïse, poco prima di essere ucciso, aveva nominato un nuovo Primo Ministro, Ariel Henry, ma Henry non ha ancora prestato giuramento. E il capo della Corte Suprema, che normalmente sarebbe il prossimo in linea a subentrare ad interim al Presidente, è recentemente morto di Covid-19.
Molti haitiani potrebbero reagire a questo stato di disordine tentando di lasciare il Paese. Questa instabilità, afferma Wazim Mowla, Assistente direttore di Caribbean Initiative at the Adrienne Arsht Latin America Center, può avere ricadute in tutta la regione, compreso un aumento delle migrazioni attraverso i Caraibi e sulle coste degli Stati Uniti, «È probabile che la situazione peggiori, quindi l’Amministrazione Biden e i leader dei Caraibi dovrebbero iniziare da oggi a prepararsi ad accogliere i rifugiati».
La crisi di Haiti richiede una risposta internazionale ampia, afferma Mowla. L’Organizzazione degli Stati americani (OAS) «ha cercato di assumere un ruolo guida negli ultimi mesi, con l’obiettivo di promuovere elezioni libere ed eque», la Comunità dei Caraibi (CARICOM), organismo regionale di cui Haiti è membro, «può essere l’attore più efficace e influente in futuro. Nel complesso, è necessario uno sforzo combinato e coordinato da parte dell’OAS, del CARICOM, degli Stati Uniti e delle Nazioni Unite». Il Paese ha bisogno di vaccini, di ricostruire istituzioni democratiche e di un’ancora di salvezza per la sua crescita economica. «In caso contrario,l’illegalità continuerà a riempire il vuoto che si è creato». Gli attori internazionali devono lavorare a stretto contatto con le persone sul campo per fare una differenza duratura: «Si tratterà di una guida,piuttosto che di dare ordini ad Haiti».

La sottolineatura di Wazim Mowla -‘guida’, non ‘ordini’- mette il dito nella piaga haitiana, la costante interferenza americana, così evidente anche nell’assassinio presidenziale, connessa con l’ingerenza degli organismi finanziari internazionali.
La storia di Haiti è storia di occupazione in senso lato. Prima francese, poi americana.

Haiti dichiarò ufficialmente la sua indipendenza dalla Francia colonizzatrice nel 1804, dopo una guerra rivoluzionaria organizzata da lavoratori schiavizzati e ispirata dalla Rivoluzione americana -la Francia aveva istituito la schiavitù sull’isola nel XVII secolo. I francesi «non hanno mai rinunciato a riconquistare la loro ex colonia», secondo Marlene Daut, storica di Haiti all’Università della Virginia.«Tra il 1814 e il 1825, la Francia inviò ripetutamente delegazioni ad Haiti per negoziare con i suoi nuovi leader il ripristino di alcune relazioni formali con la Francia. Quando ciò fallì, il re Carlo X, nel 1825 decretò che la Francia avrebbe riconosciuto l’indipendenza di Haiti, ma solo se il nuovo Paese avesse pagato alla Francia il prezzo esorbitante di 150 milioni di franchi».
«La somma era destinata a compensare i coloni francesi per i loro guadagni persi dalla schiavitù, afferma Daut. Il rifiuto dell’ordinanza quasi certamente significava guerra. Sotto minaccia di violenza, il leader haitiano Jean-Pierre Boyer, firmò un documento in cui accettava di pagare alla Francia in cinque rate uguali… la somma di 150.000.000 di franchi, destinata a risarcire gli ex coloni.
L’accordo ha costretto Haiti a contrarre enormi prestiti. La giovane Nazione non li ha rispettati, nonostante Boyer abbia imposto tasse punitive sul popolo haitiano nel suo tentativo fallito di pagarli» Ci sono voluti 122 anni al Paese per pagare il suo debito con la Francia.

Nel XX secolo, a controllare l’economia malata di Haiti sono gli Stati Uniti.
L’esercito americano ha occupato Haiti dal 1915 al 1934 e ne ha controllato il governo.
Un controllo esercitato attraverso una combinazione di forza militare, manovre politiche e investimenti privati, scrive Vincent Joos, professore della Florida State University, che studia l’economia di Haiti. Secondo Joos, i guai economici e finanziari di oggi del Paese derivano dalla combinazione delle due occupazioni, gli strascichi di debiti di quella francese prima e quella americana dopo, le crisi finanziarie sono «il risultato di un sistema economico mal concepito che non è riuscito a soddisfare i bisogni di Haiti per oltre un secolo».

«Da quando l’Esercito americano ha occupatoHaiti, le sue politiche economiche e sociali sono state progettate per attrarre investimenti stranieri. Il piano, elaborato negli anni ’10 e ’20, era quello disviluppare‘ questo Paese caraibico ruralerendendolo un ambiente operativo attraente per le aziende statunitensi.
In pratica, ciò significava mantenere bassi i salari, le tasse aziendali e le tariffe haitiane. In cambio, diceva la teoria, gli investimenti stranieri avrebbero portato sviluppo di infrastrutture e posti di lavoro, a beneficio di tutti gli haitiani.
Le aziende agricole americane hanno iniziato a coltivare con profitto colture da reddito come caffè, banane e zuccheroad Haiti all’inizio del XX secolo.
Nel
1926, uomini d’affari americani, sostenuti dal comparto militare americano sequestrarono più di 12.000 acri di terra fertile dai contadini haitiani,nella regione di Cap Haitian, per coltivare sisal, una pianta fibrosa utilizzata nella tessitura. Per fare spazio a questa massiccia operazione industriale, migliaia di famiglie furono sfrattate dalle loro terre.
La coltivazione intensiva di un solo raccolto nell’arco di due decenni ha così impoverito il suolo che
la produzione alimentare di Cap Haitian è stata minacciata. Questo processo di sfruttamento seguito da scarsità e degrado ambientale si è ripetuto per decenni.
Inseguendo il lavoro a basso salario e il libero scambio, le corporazioni e le agenzie militari statunitensi hanno stabilito piantagioni di canna da zucchero, piantagioni di gomma e fabbriche tessili ad Haiti negli ultimi 100 anni, con risultati altrettanto deludenti per i lavoratori e per l’ambiente».
«
Dopo decenni di politiche estremamente favorevoli alle imprese, tre quarti degli haitiani vivono ancora con meno di 2,40 dollari al giorno. Gli Stati Uniti, il principale partner commerciale di Haiti, hanno continuato a godere delle politiche commerciali favorevoli create all’inizio del 1900, che consentono alle aziende statunitensi di vendere riso e zucchero americani sovvenzionati dal governo agli haitiani a prezzi che hanno reso gli agricoltori haitiani incapaci di competere», e hanno trasformato il governo haitiano in poco più di unamministratore di prestiti internazionali.

Dunque, mentre prosegue quello che di fatto è il controllo da parte americana del Paese, nel corso dei decenni si è aggiunta l’influenza, con il relativo gravame, degli organismi finanziari internazionali, Fondo Monetario Internazionale in testa.
Il controllo sull’economia di Haiti da parte del Fondo monetario internazionale risale a decenni fa, ma
si è acuito dopo il terremoto del 12 gennaio 2010, che ha distrutto Haiti, fisicamente, economicamente e politicamente, causando più di 300.000 morti, e quasi 1,5 milioni di haitiani -sul totale di 10milioni- senzatetto. La comunità internazionale ha speso miliardi di dollari per tentare di ‘ricostruire’ Haiti, ma senza riuscirci. Le motivazioni sono rintracciabili, secondo gli analisti, nella mancanza di coordinamento e nel fatto che il governo di Haiti era debole dopo decenni di dittatura nel 20° secolo e una serie di amministrazioni democratiche instabili nel 21°.
Il Paese oggi, ma non da oggi, «funziona con fondi presi in prestito», afferma Vincent Joos. «I prestiti a volte finanziano il 20% del bilancio nazionale di Haiti. Ciò conferisce agli istituti di credito come il Fondo monetario internazionale un’influenza smisurata sulle politiche interne».

Ora, per l’ennesima volta, Haiti si trova di qualche metro più in fondo del pozzo in cui da decenni si dibatte, e per l’ennesima volta è costretta a sperare nell’aiuto americano e della comunità internazionale, gli stessi attori che nel pozzo ce l’hanno buttata.

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