sabato, ottobre 20

Haftar a Roma, Gheddafi sdoganato dall’ONU L’incontro sotto traccia oggi del generale con il Ministro della Difesa in un clima di potenziale accusa per crimini di guerra, mentre l’inviato ONU per la Libia dichiara il figlio dei rais candidabile

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A inizio mese la visita del Ministro degli Interni Marco Minniti in Libia per incontrare il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte del Governo di Tobruk, ‘l’altro’ Governo libico, quello non riconosciuto dalla comunità internazionale. Oggi Haftar ricambia la ‘cortesia politica’ e a Roma incontrerà il Ministro della Difesa Roberta Pinotti e alcuni alti ufficiali dello Stato maggiore. Come per la visita di Minniti in Libia i riflettori non si accendono, l’incontro viene gestito con grande riservatezza e sobrità.
L’Italia dialoga con tutti, per tanto, pur sostenendo ufficialmente il Governo di Tripoli, dopo non poche esitazioni, ha dovuto piegarsi all’inevitabilità di dialogare anche con Khalifa Haftar. Al centro dei colloqui, per quanto dichiarazioni non ve ne siano, la questione migranti, con gli sbarchi che sono ripresi dopo l’argine che era stato messo dalle politiche di Minniti e da accordi con Tripoli e con le tribù, e la sicurezza degli impianti Eni in Libia. Ancora più importante dell’agenda, il clima nel contesto del quale si snoderà la giornata.

Mentre il generale partiva dalla Libia alla volta di Roma due fatti svettano nel complicato scenario libico. E’ tornata alla ribalta l’accusa di crimini di guerra che sarebbero stati compiuti dalle forze armate del generale -l’Esercito Nazionale Libico– e si guarda al coinvolgimento personale di Haftar nella commissione dei reati. Nelle stesse ore, l’inviato delle Nazioni Unite in Libia, Ghassan Salame, nel corso di una intervista a ‘Francia 24’ ha rilasciato dichiarazioni che sembrano andare nella direzione di uno sdoganamento di Saif Al-Islam Gheddafi, accusato di crimini di guerra dalla Corte Penale Internazionale (Cpi).

Lo scorso agosto, la Corte Penale Internazionale aveva spiccato un mandato di arresto contro un alto comandante alleato di Haftar, Mahmoud Al-Werfalli, a capo della Forza al-Saiqa dell’Operazione Dignità lanciata dal generale libico nel 2014, per la «sua diretta partecipazione in sette diverse esecuzioni, in cui 33 persone sono state uccise a sangue freddo a Bengasi e nelle zone circostanti» in un periodo compreso tra il 3 giugno 2016 e il 17 luglio 2017. Cinque delle sette esecuzioni a cui avrebbe partecipato al-Werfalli sono state postate su internet nei mesi scorsi. Quello a cui ora si guarda è la responsabilità personale del generale. Un video emerso di recente in una lunga analisi su ‘Just Security-blog di sicurezza nazionale americana-, rilanciata dal britannico ‘The Guardian, video pubblicato su YouTube il 10 ottobre 2015 e che sarebbe stato girato il 18 settembre 2015, mostra Khalifa Haftar in riunione con i suoi uomini dell’Esercito nazionale libico, a cui ordina di «non fare prigionieri». Direttiva che viola la normativa di guerra, come lo Statuto di Roma della Corte penale internazionale dell’Aia (Cpi), che individua nel ‘denial of quarter’ un crimine di guerra. Il filmato, analizzato da Ryan Goodman, ex consigliere del Pentagono, e da Alex Whiting, ex procuratore alla Cpi, mostra l’uomo forte della Cirenaica mentre impartisce istruzioni al suo Esercito nazionale libico.
Il video, della durata di un minuto scarso, mostra Haftar seduto tra i più alti comandanti delle sue forze armate. Rivolgendosi alla platea di combattenti, il generale afferma: «Tutte le armi sono ammesse. Con tutte le risorse di cui disponiamo, le useremo senza alcuna esitazione. Come ho detto, noi siamo più di loro», poi si rivolge alla persona che gli è seduta accanto e ripete la frase e dopo aver ricevuto la conferma si rivolge di nuovo all’uditorio. «Noi siamo più numerosi di loro. Possiamo dire che siamo uno a tre. Ci vuole determinazione. Siate calmi, siate risoluti, siate forti, di quella forza per cui siete noti, duri negli scontri. Nessuna pietà nell’affrontare il nemico. Niente prigionieri. Noi non facciamo prigionieri. Non ci sono prigioni. Il campo di battaglia è il campo di battaglia, fine della storia».
Gli analisti americani concludono che la vicenda mina la leadership di Haftar, e, come sottolineato dal quotidiano inglese, pone un problema agli USA, visto che il generale è cittadino libico-statunitense. In via teorica la legislazione americana vieterebbe al Governo di sostenere un soggetto che si è macchiato di crimini di guerra. Ma Haftar, per quanto considerato inaffidabile dalle cancellerie occidentali, è altresì considerato imprescindibile per una stabilizzazione della Libia, e più è legittimato e meno sarà proababile che venga perseguito dalla Cpi.

A Tripoli nelle stesse ore un altro ricercato dalla Cpi si rendeva protagonista delle cronache politiche: Saif Al-Islam Gheddafi. Secondo Ghassan Salame, il figlio dell’ex rais, potrebbe essere candidato alle prossime elezioni parlamentari e presidenziali. Salame a ‘Francia 24’ ha dichiarato che i sostenitori dell’ex regime possono partecipare al processo politico, compreso Saif Al-Islam Gheddafi. «Le elezioni devono essere aperte a tutti», insistette l’inviato. «Non voglio che l’accordo politico sia la proprietà privata di un lato o dell’altro. Può includere figlio di Muammar Gheddafi e sostenitori dell’ex regime che accolgo apertamente nel mio ufficio». Alla domanda se questo include gli islamisti, Salame ha spiegato che essi sono una parte importante della lotta attuale e saranno quindi parte del processo politico. Tuttavia, ha sottolineato, «i gruppi che sostengono la violenza non sono interessati al processo democratico». Che gli analisti più attenti il ritorno di un Gheddafi lo avessero previsto oramai da mesi è risaputo, che l’incaricato ONU lo dichiari è quella che si chiama ‘notizia’.  A fine luglio Haftar aveva dichiarato al quotidiano arabo ‘al Hayat‘, che il  figlio del defunto colonnello Muammar Gheddafi,  «se vuole avere un ruolo politico è il benvenuto, e se vuole avere un ruolo politico non c’è problema», aggiungendo  di «non aver alcun problema con i Fratelli musulmani moderati, ma solo con gli estremisti». Pochi giorni prima anche il premier del Governo di unità nazionale libico (Gna), Fayez al-Serraj, in una intervista a ‘Sputnik’, testata notoriamente vicina al Cremlino, aveva invitato i sostenitori dell’ex rais Muammar Gheddafi a tornare in patria per dare una mano a risolvere i problemi del Paese: «Invito tutti i libici a tornare in Libia per tenere riunioni politiche in modo da risolvere insieme i problemi. Se ciò non accadrà, la situazione peggiorerà, il numero dei profughi crescerà sia all’interno del Paese sia nel mondo, e i libici soffriranno ancora di più». E proprio da parte russa erano partiti segnali di sdoganamento dei Gheddafi,  ‘Sputnik’  aveva pubblicato un articolo dal titolo decisamente significativo, ‘L’Europa è in crisi senza Gheddafi‘, nel contesto del quale, per altro, si tessevano le lodi di Haftar come potenziale ‘governatore legittimo della Libia’, non ultimo in quanto sarebbe in grado di dialogare sia con la Russia che con gli USA, invitando la UE a prenderlo in considerazione.

I due fatti non saranno al centro del colloquio di oggi tra il Ministro Pinotti e Haftar, ma questi fatti esprimono la cornice politica nel contesto della quale l’incontro avviene e l’Italia non può non tenerne conto: Haftar e Gheddafi saranno parte del futuro politico della Libia, c’è da vedere quale sarà il ruolo che sarà permesso all’Italia di condurre.

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