giovedì, Ottobre 28

Habré: il processo dell'Africa

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Inoltre ha fatto emergere anche altri nomi come quello di Bandjim Bandoum, uno dei responsabili del DDS, e Baningar Kassala, ex ufficiale dell’intelligence militare, che ha diretto l’ufficio di zona DDS a Sarh, una delle zone più colpite dalla repressione. Quest’ultimo è considerato il responsabile delSettembre Nero’. Nel 1984 dopo la sospensione dei comitati di autodifesa CODOS, la forza di sicurezza ha dato via a una campagna di purificazione nelle cinque prefetture del sud, dove interi villaggi sono stati rasi al suolo. In questo periodo emerge anche la figura dell’attuale Presidente Idriss Deby che all’epoca figurava come uno degli ufficiali presenti nella zona.

I dati che emergono da questi documenti sono una prova inconfutabile della volontà del Governo di perpetrare una pulizia etnica sistematica. Spesso in Africa i dittatori per governare concedono le più alte cariche a membri del proprio clan, si autonominano i soli detentori della cultura e della Nazione, spesso indicando la loro etnia quella unica e superiore alle altre in stile nazismo, in grado di governare un Paese. Incitano i propri membri a eliminare i gruppi concorrenti e spesso li armano per velocizzare il processo di ‘pulizia’ e di ‘unificazione’. A farne le spese sono stati soprattutto i gruppi etnici hadjerai e zaghawa del Ciad meridionale accusati di essere gruppi stranieri e di rubare le ricchezze del Paese.

Nel 2001 l’organizzazione internazionale Human Rights Watch è riuscita a recuperare i documenti e i registri della Polizia politica di Habré, e vengono individuate 1.208 persone uccise o morte in stato di detenzione e 12.321 vittime di violazioni dei diritti umani. Non si conosce ancora il numero esatto delle vittime uccise per strada o nei campi.

Nel 1990, in seguito a un colpo di Stato perpetrato dell’attuale Presidente Idriss Déby, suo assistente militare, Habré fu deposto e costretto a fuggire in Senegal, dove per 22 anni potè vivere impunito. Una parte del processo si basa sui materiali raccolti dalla Polizia di Déby che dopo il colpo di Stato ha istituito una Commissione d’inchiesta, la quale nel 1992 ha accusato Habré di aver costituito una politica di pulizia etnica e lo ha condannato a morte per contumacia.

Negli anni successivi alla fuga però i tentativi di avviare dei procedimenti penali nei suoi confronti basandosi sul principio della giurisdizione universale, in base al quale la corte di un Paese può giudicare un imputato per crimini non commessi nel proprio territorio nazionale, sono stati diversi ma vani perché la costituzione senegalese non ha nel proprio ordinamento giuridico questo principio.

La svolta è arrivata nel 2012 con l’elezione di Macky Sall come Presidente del Senegal che, dopo numerose pressioni della Corte penale internazionale, ma soprattutto dell’Unione africana (che ha avuto un ruolo molto attivo nell’intera vicenda) ha creato un Tribunale ad hoc. Il Senegal, tramite un emendamento costituzionale, ha introdotto nel proprio ordinamento il principio della giurisdizione universale e ha istituito le Camere Straordinarie Africane, con il compito di giudicare le persone responsabili dei crimini contro l’umanità obbligando Habré a rispondere dei suoi atti di fronte a un collegio di giudici composto da Magistrati senegalesi e da Magistrati provenienti da altri Stati africani.

Il processo dopo svariati mesi, ora sta dando voce a oltre centomila persone, chiamate a deporre e a raccontare le loro vicissitudini. Questa istituzione delle Camere viene considerata da tutti i media africani come una grande vittoria della società civile e delle organizzazioni di sostegno alle vittime e si augurano che questo processo sia l’inizio di una nuova strada verso la giustizia che il continente da anni sta cercando di intraprendere. Ora i media parlano dell’istruttoria come il ‘Processo dell’Africa’ e si augurano che nei prossimi anni vengano aperti altri processi. L’Unione Africana ha già messo nella lista alcuni nomi di assassini che in questo momento sono ancora a piede libero e che stanno commettendo atrocità come sta accadendo in Sudan, Congo e Nigeria.

 

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