domenica, Maggio 16

Guinea Bissau: il narco-Stato dell’Africa Occidentale field_506ffbaa4a8d4

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Dakar – «L’Africa è bianca», scrive Roberto Saviano nel suo libro ‘ZeroZeroZero‘, ma questa volta il colore del colonialismo non c’entra. Il colore è inteso quello della cocaina che sta invadendo il continente. Con l’eccezione di Capo Verde, la Guinea Bissau in Africa Occidentale è il Paese meno popoloso ma nell’ultimo decennio è diventato il più grande e importante hub del narcotraffico nel continente e in particolare è diventato la tappa principale della droga sudamericana, prima di sbarcare nei mercati europei.

Secondo l’Office on drugs and crime dell’Onu (Unodc), il Paese è al 176esimo posto nella classifica dello sviluppo umano stilata dalle Nazioni Unite e per l’Indice di Sviluppo Umano elaborato dallo UNPD, si colloca 129° su un totale di 134. Le analisi di Transparency International sulla corruzione pone la Guinea Bissau nella 163° posizione su 177. Invece il report annuale di House of Freedom sulle libertà politiche classifica il Paese come not free.

Questi sono numeri inquietanti per uno Stato, ma nel caso specifico della Guinea Bissau non si può più parlare di uno Stato inteso come entità sovrana che esercita il proprio potere su un determinato territorio, perché questi dati vengono riassunti nel concetto di di weak statefailing state, ovvero quelle aeree dove la concezione di Nazione si sta disintegrando, tipica delle zone apparentemente marginali del panorama politico internazionale. Oggi, sono numerosi i weak, dalla Somalia, all’Afghanistan, alla Repubblica Democratica del Congo al Sudan, dalla Siria alla Repubblica centrafricana, e la possibilità che altri Paesi possano seguire un tale percorso suscita molte preoccupazioni nella comunità internazionale.

La primavera del 2012 per l’Africa Occidentale è stato un periodo molto convulso: prima il colpo di Stato in Mali e poche settimane dopo un importante sconvolgimento politico in Guinea Bissau. Il Paese, che dalla sua indipenenza (ultimo ad averla ottenuta nel settembre del 1973) vive una situazione di instabilità, ha visto emergere brutalmente l’élite militare insoddisfatta dell’intromissione della missione dell’Onu e dell’Angola per portare stabilità. Nel momento in cui queste nuove politiche stavano mettendo a repentaglio il loro status quo, si è scatenata la reazione violenta dell’esercito che ha preso in mano le sorti del Paese durante le elezioni presidenziali, in seguito alla morte prematura del Presidente Malam Bacai.

L’apparato militare è un’imponente struttura sovradimensionata, sclerotizzata, che drena considerevolmente le risorse del Paese (circa il 30% della spesa pubblica). Questo sistema influenza la vita politica sfuggendo però ai controlli dell’autorità civile, e allo stesso tempo è anche un importante strumento per il perseguimento di interessi personalistici che crea un sistema di meccanismi clientelari che frenano eventuali processi di riforma e democratizzazione. Questo ha reso l’ambiente favorevole agli investimenti dei narcos, perché il presidente ad interim Serifo Nhamadjo, scelto nel maggio del 2102, dopo un accordo tra la giunta golpista e oppositori e col placet della principale organizzazione regionale l’Ecowas, è considerato molto vicino ai signori della droga. Nell’aprile 2013: l’ex capo della marina José Américo Bubo Na Tchuto è stato arrestato dall’agenzia statunitense anti-droga (DEA) e incriminato per narcotraffico; e l’ex capo dell’esercito, il Generale António Indjai è accusato di narcotraffico e di aver venduto armi ai ribelli colombiani.

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