venerdì, Ottobre 22

Guerre per l'acqua, dal conflitto al confronto In 4500 anni si è combattuta un’unica guerra per l'acqua e si sono firmati oltre 500 trattati

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La conflittualità che deriva dalla sovrapposizione, dall’intreccio o dalla commistione di questi tre fattori può avere effetti deleteri nelle relazioni tra i Paesi rivieraschi. Spesso chi è a monte di una sorgente si prodiga a rassicurare i vicini a valle, ma in concreto rifiuta dei negoziati. Un caso emblematico è quello, sopraccennato, della Turchia, la cui palese disparità di impiego e di sfruttamento rispetto a Siria e Iraq è stata per anni motivo di attriti nella regione. Ovunque ci siano fiumi condivisi c’è il pericolo che divampino focolai di tensione.

E i corsi d’acqua sono solo – è proprio il caso di dirlo – la “superficie” del problema. Circa il 99% dell’acqua dolce presente sul pianeta è infatti contenuta nelle falde sotterranee, a cui attinge ben il 40% dell’umanità. Spesso si tratta di acquiferi condivisi. Delle falde più grandi, infatti, ben 274 si trovano sotto i confini di due o più nazioni. Il problema è che l’acqua nel sottosuolo non conosce confini e nessuna norma sovranazionale regola il suo uso. Se pompi nel punto A, presto o tardi, a volte anche dopo decine di anni, ci saranno effetti nel punto B, magari a centinaia di chilometri di distanza. E quando diventano palesi è in genere troppo tardi per porvi rimedio. L’Associazione idrogeologica internazionale, in collaborazione con l’Unesco e la Commissione del diritto internazionale dell’Onu, ha proposto una bozza di normativa , in parte già accolta dalla Convenzione dell’Unece, ma pochi Stati sembrano propensi ad accettare una normativa vincolante. Senza contare gli inevitabili riflessi ambientali, visto che spesso e volentieri gli acquiferi – come quello tra Polonia e Ucraina, formatosi nell’era mesozoica – nutrono interi boschi e foreste.

Tuttavia, nonostante il mondo sia costellato di scenari potenzialmente conflittuali, per l’acqua in 4500 anni si è combattuta un’unica guerra e si sono firmati oltre 500 trattati. In altre parole, la storia ha dimostrato che nei bacini condivisi la cooperazione è più probabile del conflitto, il quale rappresenta invece una rara, rarissima eccezione.

«In realtà, l’acqua è uno straordinario strumento per costringere i politici, anche nemici, ad entrare in una stanza e cominciare a parlare. Ed è spesso l’ultimo tavolo di negoziato aperto fra due nazioni in guerra. E’ successo tra India e Pakistan, tra arabi e israeliani, tra armeni e azeri», commenta Aaron Wolf, professore di geografia alla Oregon State University, uno dei massimi esperti in conflitti transfrontalieri. «Il trattato sull’Indo firmato nel 1960 tra India e Pakistan è sopravvissuto a due guerre. New Delhi ha pagato quanto dovuto al nemico anche mentre al fronte si combatteva».

L’acqua continua ad essere uno dei temi più controversi, ad esempio, nei negoziati di pace tra israeliani e palestinesi, ma nella regione non mancano i casi di cooperazione. «Israele e Giordania avevano un accordo implicito dagli anni Cinquanta che è diventato la base dell’accordo formale del 1994», spiega Wolf. «Ogni anno, l’acqua arriva dalla Giordania in Israele d’inverno, è immagazzinata nel lago di Tiberiade e viene pompata indietro durante l’estate».  Significative, in tal senso, le parole di uno dei negoziatori israeliani del processo di pace in Medio Oriente, Uri Shamir, professore di idrologia: «L’acqua non è un ostacolo per la pace, ma può fornire pretesti a colui che cerca delle ragioni per combattere».

Secondo gli esperti dello Stockholm International Water Institute (SIWI), il ‘mito’ di una guerra mondiale per l’acqua veicolata dai mezzi di comunicazione nonché da diversi ambienti politici non ha nulla a che vedere con la realtà. L’istituto organizza annualmente la Settimana mondiale dell’acqua (World Water Week), che dal 1991 raduna esperti, tecnici, politici, opinionisti e leader da tutto il mondo per confrontarsi sullo stato di salute dell’idrosfera.

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