martedì, Settembre 21

Guerre per l'acqua, dal conflitto al confronto In 4500 anni si è combattuta un’unica guerra per l'acqua e si sono firmati oltre 500 trattati

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Per avere un’idea di come la condivisione dell’acqua rappresenti un potenziale innesco di tensioni è sufficiente notare che la parola ‘rivale’ deriva dal latino rivalis, cioè qualcuno che usa lo stesso fiume di un altro. Una curiosità etimologica che riassume di fatto gli ultimi cinque millenni di storia umana.

La prima – e secondo alcuni unica – vera guerra per l’acqua risale infatti al 2500 avanti Cristo. Fu un problema di costruzione di canali, di accesso all’acqua che portò Eannatum, re della città-stato di Lagash, situata fra il Tigri e L’Eufrate nel loro basso corso, a fare guerra alla vicina Umma e ad una coalizione di altre città-stato della regione. Seguirono tre giorni di aspri combattimenti che terminarono con la vittoria di Lagash, celebrata dalla Stele degli avvoltoi oggi conservata al museo del Louvre di Parigi. Il primo accordo internazionale sull’acqua mai concluso.

L’ultima risale ai nostri giorni e riguarda più o meno gli stessi luoghi. L’assedio di Baghdad da parte dello Stato Islamico è iniziato proprio chiudendo i ‘rubinetti’: delle sei dighe lungo il corso dell’Eufrate in Siria e in Iraq, cinque sono cadute sotto il controllo dei jihadisti. Quella di Haditha, la più importante per la produzione idroelettrica dell’Iraq, è stata invece difesa a più riprese dall’esercito regolare. In Siria, l’Is si è impossessato delle dighe di Tashrin, Tabqa e Baath, tagliando i rifornimenti idrici di Aleppo. Le prime due sono le principali risorse per la produzione idroelettrica e l’agricoltura; la terza serve a regolare la portata del fiume. Dal punto di vista bellico, il controllo dei fiumi è una delle più potenti tattiche della storia. La diga di Haditha rappresenta il caso numero 343 sulla mappa cronologica dei Water Conflict, aggiornata costantemente dai ricercatori del Pacific Institute, in California. L’ultima battaglia per l’oro blu in ordine di tempo.

La distribuzione ineguale dell’acqua dolce nel mondo, i fattori climatici, la crescita demografica, le esigenze sia dei Paesi in via di sviluppo che dei Paesi industrializzati fanno dell’acqua una risorsa strategica mondiale. Se durante lo scorso secolo la popolazione mondiale è cresciuta di 3,8 volte arrivando ai quasi sette miliardi di oggi, nello stesso periodo l’utilizzo pro capite di acqua non salata è cresciuto di ben nove volte. Una situazione insostenibile nel lungo periodo. Non c’è da stupirsi se nel 1995 Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca Mondiale, affermava: «Se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI secolo avranno come oggetto del contendere l’acqua».

Nel mondo ci sono 262 bacini fluviali internazionali: 59 in Africa, 52 in Asia, 73 in Europa, 61 in America Latina e Caraibi, e 17 in Nord America. Nel 1978 se ne contavano 214. In totale, 145 Paesi hanno territori con almeno un bacino fluviale condiviso e più di 30 si trovano in bacini idrici transfrontalieri. In questo scenario, le controversie centrate sull’acqua sono innumerevoli. Il contesto più allarmante è senza dubbio quello del Medio Oriente, dove si sommano scarsità di risorse, forte crescita demografica e nazionalismi esasperati, ma anche in Africa e in Asia e addirittura all’interno di singoli Stati (su tutti Cina e India) si registrano tensioni intorno alla gestione dell’oro blu.

La capacità di reclamare o esercitare diritti sui fiumi transfrontalieri da parte dei rivieraschi è direttamente proporzionale a tre fattori:

– la posizione geografica: per la quale gli Stati di alto corso possono alterare la portata o la qualità dell’acqua nelle disponibilità degli altri rivieraschi. E’il caso dei fiumi Tigri e Eufrate in Medio Oriente, del Nilo in Africa e del Mekong in Asia;

– la politica di impiego dell’acqua: la cattiva gestione o il cattivo impiego delle risorse possono deteriorare la qualità dell’intero bacino in maniera più che proporzionale rispetto all’effettiva quota di sfruttamento da parte di uno dei rivieraschi. Ad esempio, L’ipersfruttamento dei corsi del Colorado e del Rio Grande da parte degli Stati Uniti si ripercuote sull’approvvigionamento idrico del Messico, ma si pensi anche anche al Danubio, ormai tra i fiumi internazionali più inquinati al mondo.

– la naturale variabilità: per la quale le ricadute di fattori esogeni naturali (piovosità) o non (inquinamento) possono determinare cambiamenti duraturi sui corsi d’acqua. E’ il caso dell’Okavango, fiume africano senza sbocchi rifornito esclusivamente dalle piogge, condiviso da Angola, Botswana e Namibia.

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