venerdì, Aprile 16

Guerre della finanza: castelli di carte field_506ffb1d3dbe2

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 ‘Guerre della Finanza’ è l’ultimo di quattro libri dell’avvocato Nicola Walter Palmieri ed è dedicato alla storia dei sistemi economici e finanziari del Novecento. Il valore del denaro e la sua storia è andato mutando nel corso del tempo, tra status symbol e strumento per realizzare altro denaro. Uno strumento il cui valore si è andato progressivamente distaccando da quello del sistema di riferimento -il gold standard- che vedeva la corrispondenza tra le riserve auree e le banconote emesse. Oggi il denaro in circolazione è un multiplo della quantità di metallo prezioso detenuto nelle riserve dello Stato. O per meglio dire fa riferimento a un valore che è espresso in dollari, anche se presto sembra possa cambiare anche questo riferimento.

Il distacco tra la quantità di cartamoneta in circolo e il riferimento a un valore concreto è riconosciuto tra le cause della crisi finanziaria attuale, con lo strapotere delle agenzie di rating, che determinano autoritariamente il valore degli investimenti e con l’influenza del sistema delle banche abbinata ai processi di virtualizzazione del denaro. Le origini di tutto si rintracciano nella storia degli Stati Uniti e da qui partiremo per un’intervista a Palmieri, avvocato iscritto agli Albi di Montreal e New York (ammesso al Southern District of New York e alla United States Supreme Court), responsabile, in passato, della funzione legale di grandi società industriali (BASF Corporation, Montedison, Parmalat).

Le  guerre sono strumenti di arricchimento e potere, che sfruttano «retoriche borghesi – i sacri confini territoriali, le tradizioni culturali della nazione, la vita per la patria – per spingere i popoli ad accettare come legittima la guerra e i suoi orrori. La finanza sovvenziona tutti, fornisce i mezzi di distruzione a tutte le parti coinvolte nei conflitti. Quanto maggiore e quanto più ampia la devastazione, tanto maggiore il bisogno di denaro degli Stati in guerra, e la necessità di assumere debiti per procurarselo», si legge nella presentazione del volume.

 

Avvocato, il suo libro prospetta uno scenario un po’ catastrofico per quanto riguarda il mondo della finanza e l’economia del futuro. Ci può indicare responsabilità politiche e strategiche nel mercato della finanza e dell’economia?

Ci sono delle responsabilità, specie di omissione, e sono palesi. Si sono chiarite a partire dagli anni 2005-2006. Parlo in particolare degli USA perché è da lì che si è propagata la crisi finanziaria recente, crisi che non è ancora passata e che sta continuando a svolgersi. Poi si è propagata, da là, in tutto il mondo. Tra i diversi aspetti negativi, quello più appariscente è legato ai famosi mutui ‘subprime’, prestiti per acquistare casa concessi a persone che non avevano i mezzi per ripagare. Ma il concetto era che gli si concedeva il prestito garantendo che eventualmente avrebbero potuto rivendere al 10% in più, perché i prezzi delle case negli Stati Uniti lievitavano e in pochi anni raddoppiavano. Perché venivano invogliati a fare questo? Perché le banche -grandi responsabili della crisi- avevano scoperto questi nuovi e perniciosi strumenti, i prodotti di cartolarizzazione.
Il documento cartolare è per esempio un assegno o una cambiale. Raggruppando 1000 o 10000 documenti ipotecari si creavano carte, strumenti finanziari negoziabili come se fossero cambiali, rivendute in tutto il mondo. Abbiamo subito imparato a farlo anche noi e chi comprava queste carte era come se comprasse titoli obbligazionari anche se non erano tecnicamente tali. Portavano un interesse relativamente alto, seppure a scaglioni. Il risultato di questi pacchetti veniva classificato in base a quella che si stimava esserne la bontà (prima, seconda, terza serie). Mentre la ‘bontà’ diminuiva, aumentava il tasso di interesse promesso. Al momento decisivo, però, gli interessi non sono stati pagati e queste carte sono andate in default. Così è nata la crisi, che però aveva anche altre ragioni, molto più lontane, che mettono radici nella diffusione di strumenti che non avevano una solida base, una garanzia.

La perdita di valore del denaro, la dematerializzazione, la perdita del collegamento con i valori veri e con le riserve pregiate.
Esatto. Vediamo facilmente che la responsabilità è stata delle banche, degli intermediari, dei broker e una grande parte di responsabilità va anche assegnata alle società di rating, che non sono molte: quelle grandi sono tre o quattro, quelle che assegnano la pagella dicendo se i prodotti di cartolarizzazione hanno tripla A, due o una. Seguendo questa classificazione, le persone compravano. Il problema però è che le società di rating in America sono riconosciute per legge: se gestisci un fondo pensione, ad esempio, sei obbligato per legge a investire il denaro altrui solo in titoli con una certa valutazione. Guarda caso, la valutazione la concedono loro: Standard & Poor’s, Moody’s, Morgan, FItch e così via. Fino al 1970 queste  società venivano pagate da coloro che compravano i titoli. Poi le cose sono cambiate e hanno cominciato ad essere direttamente pagate dagli emittenti. Ovviamente in questo modo si può comprare una buona valutazione. Il resto va da sé.

Da questo conseguono le altre osservazioni. Se ci basiamo su un castello di carta che crolla su sé stesso ne consegue l’impoverimento drastico dei cittadini.
Se parliamo di responsabilità troviamo molti che condividono la responsabilità di questo fenomeno. Oltre alle società di rating consideriamo la Federal Reserve americana, su un altro fronte. Subito dopo l’inizio di questa crisi la Federal Reserve ha iniziato a emettere enormi quantitativi di denaro, ma denaro ‘immaginario’. C’è un termine tecnico: allentamento monetario -in inglese quantitative easing. Ancora oggi – parlo del dicembre 2013 – ogni mese vengono immessi sul mercato 85 miliardi di dollari che non esistono. Vengono dati alle banche e altri grandi operatori e questo denaro fa sì che circoli nuovo denaro, che però non viene usato per l’industria o per fare investimenti o generare crescita. In massima parte è usato dalle banche per guadagnare qualcosa con il minimo rischio. Le banche si finanziano a vicenda, con un piccolissimo interesse, che agisce su grandi somme e il guadagno è notevole. Non si è invece raggiunto quello che la Federal Reserve voleva, cioè la diminuzione della disoccupazione, che in America è sopra il 7% (7,5-7,7%). È il caso di notare che la disoccupazione si può conteggiare in molti modi: chi è veramente disoccupato? Un conteggio del 7% ad esempio non include i parzialmente occupati né i lavoratori occasionali. La responsabilità della Federal Reserve è dunque enorme, perché finché continuano a fare questa politica il Dow Jones resta alto, a 16.000, e questo è ridicolo perché aspettiamo finisca l’infusione di denaro e la borsa crollerà. Ora tutti invece agiscono cogliendo l’attimo di questa grande infusione di denaro nel mercato.

Possiamo individuare una via di uscita dal problema del denaro ‘inesistente’ passando per i sistemi di moneta virtuale? O è un farmaco placebo?
È almeno dal 1971 -dopo il Nixon shock– che l’oro non fa più da garanzia al denaro: è diventato virtuale, cartaceo, ha pochissima riserva vera e quindi si tratta di denaro ‘a rischio’. Dopo l’oro, il dollaro è la valuta di riferimento, da molti anni, da quando la riserva mondiale di petrolio è stato prezzato in dollari. Questa fase è durata 40 anni. Oggi molte nazioni, vedendo il declino della valuta americana, se ne vogliono allontanare e cercano di utilizzare valute alternative. Non ce ne sono tante: si può usare l’euro, lo yuan, il bitcoin, il Paypal, basta aggirare la dipendenza dai dollari -perché continuano a diminuire di valore.  Sono attualmente in corso trattative tra grandi Stati per allontanarsi dal dollaro e usare altre valute per i loro scambi, anche tramite commodities essenziali come il petrolio. Trattative bilaterali -ad esempio- tra la Cina e altre grandi nazioni come l’Iran vedono scambi tra petrolio e merce. In questo modo non passa nulla attraverso le banche e si aggirano le sanzioni, specie americane, contro gli stati ‘segnalati’. Se una banca trasgredisse il divieto, uscirebbe dal circuito delle banche con conseguenze molto gravi.  Uno degli scopi delle valute alternative è evitare tutto questo. L’America intanto combatte per conservare la posizione di Paese con valuta-riserva mondiale, che comporta molti vantaggi. Ma penso che nel giro di pochi anni -se non capita qualcosa di molto importante e nuovo- il dollaro declinerà sempre di più fino a perdere la sua posizione di privilegio.

E dovrà essere sostituito da un valore vero e reale?
Lei lo ipotizza e io lo ipotizzo e lo dico, ma i benpensanti sostengono che l’oro non debba più tornare e anche se il termine di paragone è stato per millenni l’oro, ma oggi lo si vuole escluso. Se non abbiamo un metallo prezioso occorre trovare qualcosa che abbia un valore duraturo come termine di paragone per quella che altrimenti diventa soltanto carta straccia. 

 

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